– Da che parte preferisci stare?

– Da che parte? Non so, per me è indifferente.

– Be’, va bene se mi metto a sinistra?

– Sì.

– ‘notte – disse Dillo spegnendo la luce.

– ‘notte – rispose Miro.

Miro aveva una storia avviata con Dillo, o qualcosa di simile, ma non si vedevamo da alcuni mesi. E alla fine di quel concerto dove si sono rivisti per caso, non sapendo neppure il perché, Miro disse a Dillo che gli sarebbe piaciuto restare a dormire a casa sua, se a lui non dava fastidio. Dillo gli disse che poteva fare quello che voleva, quella era anche casa sua, e poi non gli dava di certo fastidio, anzi era contento se rimaneva. Allora Miro gli disse che avrebbe dormito sul divano, che non c’era problema, andava benissimo il divano, ma Dillo fece un gesto vago nell’aria e rispose che preferiva di no, che poteva benissimo dormire nel letto insieme a lui. E così è stato.

Quando Dillo spense la luce, Miro rimase sdraiato sul letto a pensare proprio a quello, per un bel po’. Non riusciva a prender sonno. La vicinanza dell’amico lo turbava. Tre mesi sono pochi, direi proprio un cazzo per cancellare gli anni vissuti insieme, si disse. A un certo punto, alzò bruscamente il capo e diede una sbirciata a Dillo. L’amico dormiva profondamente, e Miro ebbe uno scatto come se volesse balzare in piedi su quel letto e andarsene. Prese a fumare, al buio di quella stanza, e rimase là con lo sguardo fisso nel vuoto, mentre una piega amara si delineava intorno alla bocca.

Tre anni o forse quattro poco importa, e tutte le cose che mi girano per la testa, quei silenzi di prima a tavola, in pizzeria, sempre più pesanti, e adesso il non far niente in questo letto, e tu che sai solo dormire così in santa pace… Dillo, io ti amo, cazzo quanto ti amo! Ti ricordi, la mattina facevamo spesso l’amore appena svegli nel guardare dalla soffitta i tetti delle case, e restavamo abbracciati delle ore, poi ti preparavo il caffè, e mente lo facevo tu mi baciavi sul collo e mi dicevi che era bello, era bello restare con me a Milano, che non riuscivi proprio a lasciarmi nemmeno un’ora, chissenefrega dell’università, e ci gettavamo per terra sulla stuoia e facevamo l’amore di nuovo. E adesso tu sai solo dormire, e io, non si vede, non lo vedi brutto stronzo come sono ridotto…

Miro si accese un’altra sigaretta, si voltò angosciato verso l’amico, e si accorse che Dillo aveva nel sonno uno sguardo dolcemente arrogante, sicuro di sé, e un volto dall’espressione infantile ma selvaggia e tuttavia tenera.

Noi eravamo amanti, cazzo! Amanti, lo ricordi?, quasi lo urlò nel buio della stanza, e si sentì invadere da un senso di malinconia profondo.

Miro si sollevò sul letto, sospirando. Entrando dall’unica finestra, le luci al neon fuori della strada spaccavano la stanza in tante parti scomposte, colorate e piccole, e lui si sentiva il cuore scomposto nello stesso identico modo lì, seduto sul letto, vicino al grande amore della sua vita. Neppure adesso però, a distanza di tanto tempo, riusciva a spiegarsi il perché l’altro, quella mattina nebbiosa, dopo il caffè, dopo averci pure scopato insieme sulla stuoia, lo avesse lasciato. Senza nessun motivo apparente, e senza che lui potesse avere il tempo di prepararsi all’idea di quell’abbandono.

Miro tirò un’altra profonda boccata dalla sigaretta; poi si voltò di nuovo verso l’amico, e poi ancora iniziò a guardarsi intorno, come se cercasse in quel continuo voltarsi e guardarsi intorno segnali d’aiuto capaci di risvegliare nella stanza ricordi e emozioni che si celavano in un passato remoto.

Dov’è la complicità profonda e misteriosa che ci teneva uniti? Perché c’era tra noi, qualcosa di cui non parlavamo, ma a cui pensavamo e che sentivamo crescerci dentro. Ma tu stavi barando, cazzo!

Miro pensava questo, leggendoselo dentro in tono solenne e sentimentale, e per un istante chiuse gli occhi come se si concentrasse profondamente nel buio di quella stanza, spezzato solo dalle luci fuori della notte. Tentò anche di convincersi che quel suo star male non era dovuto alla sua ossessione per l’altro, ma al pesante condizionamento culturale che indica all’uomo nella biunivocità eterosessuale ancora l’unica, possibile e accettabile estrinsecazione della propria sessualità.

E lì si chiedeva ora, se la possibilità di accettare, ad esempio, un’autonomia sessuale che allude e racchiude quella di una solitudine accettata – come il completamento di noi che narcisisticamente continuiamo invece a cercare nell’altra persona – significasse porsi seriamente il problema della solitudine. Porselo innanzitutto come angoscia e dilacerazione, come abbandono dalla persona amata, come rimpianto di un mondo e di una felicità perduti, e viverlo come prolungato replay di un’altra più lontana irrevocabile separazione, la cui angoscia l’amico che gli dorme accanto serviva a placare.

Ma è evidente, si disse Miro accendendosi un’altra sigaretta, che se mi limitassi all’esplorazione dell’universo della solitudine, il mio ri-incontro con Paco finirebbe con l’essere la fine di un periodo di espiazione e di dolore, ma il non limitarsi a questo implicherebbe la riproposizione di tutti gli stessi problemi di una coppia eterosessuale tradizionale, fatta di convivenza, di scazzi, di abbandoni e ritorni, insomma di situazioni destinate al fallimento.

Allora gli venne alla mente quello che Paco gli disse una volta, ancora agli inizi, prima che si mettessero insieme nella soffitta, a lui che quasi vomitava alla sola idea di fare un pompino al suo migliore amico; una cosa che suonava pressappoco così, che l’unico modo per togliere dalle spalle delle donne, che comunque non lo vogliono più, il pesante carico di consolatrici dell’umanità maschile è scoprire che l’amore, la tenerezza, il lasciarsi andare, la gelosia, l’innamoramento e fare sesso insieme non sono necessariamente riservati al chiuso dell’alcova eterosessuale e banditi dai rapporti con amici, compagni e vicini di casa.

Sono la tangibile dimostrazione, gli disse sempre Paco, che la nostra contorta carica di affettività, bisogni e sentimenti può essere invece vissuta in un universo molto spazioso del rapporto con una donna o tante donne. Perché l’amore che abbiamo per un amico, con tutte le sue scazzature e le sue paranoie, è pur sempre una cosa bellissima ed unica che vale la pena di provare: perché è meraviglioso camminare tenendosi per mano o passare un pomeriggio insieme a letto o andare a baciarsi in un cinema di terza. Perché in questo mondo di merda il sorriso di un amico, il suo sguardo che incrocia il tuo per un attimo, dirgli che lo ami senza essere imbarazzato ti fanno capire che la vita è breve, e nulla è dato per caso all’uomo.

* * *

Non sappiamo nulla delle forze che spingono due persone, che fino a poco prima si ignoravano, a incontrarsi e saldarle l’una all’altra in modo ancora più inquietante di quanto unisca il rimorso, per poi di punto in bianco separarle.

Anche Miro se lo stava chiedendo questo, seduto sul letto, con la testa appoggiata alle ginocchia, incapace di qualsiasi reazione. L’alba ormai iniziava a farsi vedere oltre la finestra, e Miro sentì un peso alla gola, forse aveva fumato troppo, un peso come se dovesse esplodere, una voglia di piangere fortissima.

Si appoggiò allora a Dillo, come in una sorta di abbandono estremo, e nel farlo un’angosciante sensazione di abbandono gli attraversò di colpo il corpo spaccandolo in due: provò un malessere profondo, totale, mai provato prima, che gli fece temere per un attimo di averlo irrimediabilmente perduto. E come quando muore una persona cara, e ci si affanna o comunque si sente il bisogno che restino delle testimonianze della vita di quella persona, che ha in qualche modo fatto parte della propria, in quel momento lui si sentì così: uno a cui è venuta a mancare la persona amata.

Questo fu veramente come perdere pezzi di sé, della propria esistenza, del proprio corpo, perché lui ebbe come l’impressione di essere composto da un insieme di pezzi, anche fisicamente, e d’improvviso si vide come quelle tavole anatomiche dove l’immagine del corpo umano appare senza pelle e rivela la sua consistenza di tendini e muscoli, solo che al posto di tendini e muscoli lui allora vide pezzi del proprio amante, pagine di libri lette insieme, accordi musicali di canzoni ascoltate insieme, che si scomponevano come in puzzle che esplode all’improvviso e senza alcuna possibilità di ricomporsi.

Se cerco di guardare attraverso il ricordo, mio caro Dillo, vengo sopraffatto dalla fantasia, e vedo te, mi vedo bambino, nudo, e con la voglia di essere preso in braccio, di essere baciato e anche di essere coccolato… Come vorrei allungare la mano e toccarti, poterti amare senza nessuna cosa castrante, senza tante perplessità o incertezze, vederci sereni, sul serio, te ed io finalmente di nuovo insieme senza situazioni strippanti, non per fuggire o perché non voglio accettarle, ma per far posto a cose nuove, perché abbiamo bisogno veramente di cose nuove, tu ed io. Essere nudi, toccarsi, esprimersi e nutrirsi dello stesso, unico, grande amore…

Miro rimase ancora per qualche istante seduto sul letto, a fissare l’amico immerso nel sonno. Gli occhi erano rossi e stanchi, a tratti anche lucidi.

Decise di scendere dal letto, e nel farlo scrutò di nuovo l’amico, con uno sguardo intenso. Le gambe gli si bloccarono, le sentì improvvisamente pesanti. Miro non capì quel che stava provando in quel momento, sentì soltanto una violenza salire ed esplodere dentro che gridava imbestialita verso l’altro, e mille sensazioni gli piombarono addosso: sensazioni frenanti e angosciose, sensazioni di stanchezza e di euforia, voglia di abbracciare e di essere abbracciato, voglia di urlare ma anche di chiedere veramente aiuto.

Penso di non uscirne più fuori, non mi importa se mi rifiuta, non mi importa se mi ama ancora o non; voglio essere io a mettermi davanti questa volta, senza la preoccupazione o la paura che lui mi accetti, se mi desidera, se mi aggredisce o non fa niente di tutto questo…

Così Miro scese dal letto, e andò stranamente al cesso: pisciò, liberando un getto potente nell’acqua dello scarico, poi si sciacquò la faccia e per un istante si vide allo specchio. E specchiandosi nella penombra della prima luce del giorno che iniziava a filtrare dalla piccola finestra del bagno, capì che avrebbe dovuto prendere le palle in mano e affrontare l’amico, una volta per tutte. Capì, di colpo, che glielo avrebbe detto ben sapendo di dover affrontare le reazioni incontrollate dell’altro, il cui rifiuto tuttavia non lo avrebbe potuto accecare maggiormente, né stordire maggiormente, né avrebbe potuto lacerargli maggiormente il cuore, quello no!, ma in seguito, forse sì!, giorno dopo giorno, avrebbe potuto consumarlo inesorabilmente fino a farlo impazzire del tutto.

Lo amo troppo, l’ho sempre amato, e proprio per questo non posso giustiziarlo, trascinandolo ancora di più nel vortice del mio dolore e della mia ossessione… si dirà in quel momento, in quell’attimo di azzerante pena, in bilico fra la vita e l’assenza. E forte di quella certezza capì che avrebbe chiesto a Dillo di fare l’amore, anche se per l’ultima volta.

* * *

Appena Dillo fu sveglio, si trovarono così faccia a faccia nella stanza da letto. Miro era immobile, lì davanti all’amico, ma l’inquietudine vibrava nel suo corpo e l’altro se ne accorse quasi subito.

– Avanti, dimmi che c’è – esordì allora Dillo scuotendo la testa, calmo ma non tranquillo.

Miro scostò il ciuffo di capelli e alzò lo sguardo verso l’amico, e si avvicinò al letto.

– Hai ragione, Dillo, quando dici che non ti posso bastare, che l’amore che provo per te non è sufficiente a farci felici, hai ragione, e ogni innamorato sa che il momento prima o poi arriva, e fin dal primo momento la sua angoscia è la consapevolezza di quel momento, solamente…

– Solamente… – lo rimbeccò Dillo.

– Sta succedendo questo, e io non posso fare un cazzo: non posso piangere, non posso lamentarmi, non posso dirti amiamoci ancora… Non posso fare a meno di te! Lo so cosa mi dirai, che abbiamo già ritentato tante volte, che pensi che sia meglio soffrire tutto in un colpo e non capirci più niente che dilatare nel tempo la sofferenza trascinandoci in una storia che è gia finita… Ma ora capisco, probabilmente è come quando arriva la morte per un ragazzo: è lì, la senti, non puoi farci nulla, solo piegare il capo, lo sai che devi morire solamente ti aspetti che sia un po’ più tardi… Non così presto, troppo presto e non in questo modo, cazzo! Ma in fondo è sempre troppo presto per tutti, e io non intendo soffrire ancora, ecco.

Dillo si accese una sigaretta, si alzò avvicinandosi alla finestra. Guardò fuori, poi si voltò verso l’amico, ancora là, seduto di lato sul letto, e si accorse che Miro lo stava guardando in un modo spietato, con gli occhi di chi non ha dormito tutta notte, con occhi indagatori che gli stavano entrando dentro.

– Non ce l’ho con te… – disse, – tu non c’entri niente, è solamente un mio problema, cerca di capire. Tu mi hai troppo amato, sono stato felice con te, ma non posso continuare a farti soffrire con la mia vita, ora devo stare per conto mio… Devo sparire!
E intanto si avvicinò a Miro, sedendosi sul fondo del letto; non voleva essere alla portata delle sue mani né del suo corpo: sarebbe stato tutto troppo difficile, allora.

– Piantala, Dillo, non è vero niente! – lo interruppe Miro, incazzato. – Ti sei stufato, e basta. Hai solo voglia di dimenticarmi, e allora perché tutte queste stronzate su di te e su di me?

– Non so come dirtelo, Miro, è un problema mio. Ho voglia di stare solo, tu non c’entri niente… Credimi, è cosi!

Miro tacque, alzo le spalle e si mordicchiò un dito. Dillo accese un’altra sigaretta: se Miro stava di nuovo precipitando nel buco nero dal quale era emerso solo per qualche minuto, lui stesso era quasi con le ginocchia a terra. Sentì il rimorso vagargli nello stomaco con un bruciore lancinante, e per quanto malvagio dovesse apparire agli occhi dell’altro, per affermare la sua libertà, teneva duro.

– Vorrei che tu mi baciassi… – gli disse Miro all’improvviso, – che tu facessi l’amore un’ultima volta con me, ma so che tu non puoi…

– Ti prego, Miro, liberami da questo strazio. Non rendere le cose ancora più difficili…

– Lo so che adesso c’è lei, e niente potrà nulla! – urlò Miro. – Mi hai lasciato per gettarti da lei, non è così? Avanti, non è così?

Dillo alzò gli occhi verso Miro.

– E se così fosse, cazzo vuoi? – fissandolo come si fissa il peggior nemico.

Miro non rispose, gettò il viso dalla parte opposta a quella dell’amico. Strinse gli occhi, e lo stomaco gli si contorse. La ferita antica riprese a far male – se aveva forse smesso per qualche istante – di un dolore disperato, angoscioso, straziante e adesso continuo. Era dunque così, Dillo lo aveva lasciato per quella: era stato tutto inutile, tutta la sua sofferenza inutile, tutto il suo amore per l’altro gettato al vento. No, non avrebbe risposto a Dillo, non voleva e non poteva, tremava troppo dentro per poter dire anche una sola parola. Ora si sentiva ai bordi di una vita desolata, la propria, e in modo irreversibile.

Dall’altra parte del letto, Dillo si alzò e si avvicinò lentamente alla porta della stanza.

– Non sei abbastanza, Miro, ti amo, ma non sei abbastanza… – bisbigliò tra sé e sé, uscendo da quella porta. E non si voltò a guardare per l’ultima volta l’amico: l’unico uomo che avesse mai amato nella sua vita.

Miro non sentì, e non si accorse che Dillo se n’era andato. L’aveva lasciato lì, sul letto, fra i rantoli della propria sconfitta, abbandonandolo per sempre. D’improvviso scoppiò a ridere, di un risata isterica e prolungata, poi si portò verso il bagno per vomitare. Si sfogò, rivoltando le viscere nella vasca, e svenne sulle piastrelle gelide del pavimento.

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