La giornata si è presentata di merda. Sai quelle mattine che iniziano storte, con la testa che ti fa male, gli occhi che non vogliono aprirsi, la bocca che sa da far schifo. E se non bastasse, la moka trabocca tutto il caffè! Senti il profumo che ti entra dentro ma non hai la voglia di prepararne un altro, allora succhi con la cannuccia quello che è sparso per i fornelli, come fosse l’ultima cosa che ti è concessa bere prima di morire.

Non ricordo un cazzo di ieri sera, o quasi. Forse ho bevuto troppo, eppure quel succhiotto che mi vedo sul collo specchiandomi in bagno, sono sicuro di non averlo avuto prima. All’improvviso mi ricordo: del tipo incontrato in discoteca, della bevuta al Desideria e infine della scopata. Ma adesso lui dov’è?, mi chiedo fissandomi allo specchio. Già, lui, l’affascinante lui.

Esco dal bagno e mi dirigo barcollando verso la stanza da letto. È lì, lo vedo. Rimango fermo un attimo in piedi, nudo come un verme, appoggiato allo stipite della porta a fissarlo. E’ mai possibile che mi innamori sempre di chi si mostra un po’ gentile con me?, penso. Ma io sono fatto così, mi rispondo a voce bassa; mi basta poco, basta che qualcuno mi sorrida, e mi sciolgo come neve al sole.

Allora mi siedo sul bordo del letto, vicino a quel fondo schiena così bello. Non posso fare a meno di accarezzarlo. Poi, è più forte di me! Risalgo lentamente la schiena, sfiorando appena con le mani la pelle di quel corpo che inizia ad emozionarmi, esattamente come la sera prima, come la musica che adesso sento salirmi dentro in un crescendo che mi arriva alla testa e finirà, lo so, con lo scoppiarmi nel cervello.

Dunque mi chino verso quel corpo, ne annuso l’odore, ci passo la lingua: mi nutro del suo sapore, intenso e delicato insieme, e con la lingua lo percorro in lungo e in largo, quel corpo, come farei con la mia Punto su per le strade di montagna. E ci arrivo, con la lingua, al valico, al confine tra la mia bocca e la sua.

Allora quel che faccio è cercare di entrarci dentro, facendomi largo attraverso quelle labbra socchiuse, rosse e carnose. Finalmente ci sono, e cerco l’altra lingua che trovo subito, complice, e iniziamo a giocare, un gioco fatto di movimenti lenti e caldi che si fanno via via sempre più veloci e profondi. Frattanto i nostri sessi iniziano a sfiorarsi, e ci tocchiamo come due innamorati che sanno di aver trovato una intesa fatta di complicità e di desiderio.

Dio, come mi piace stare così! Tra le sue braccia sento una sensazione di pienezza che ci completa a vicenda. Un appagamento che non è solo fatto di sesso, ma è qualcosa di più profondo, una soddisfazione che mi fa sentire in pace con me stesso. È come acquietare la propria coscienza di fronte ai tanti mali del mondo, perché sai che su quel corpo, su quei brividi intensi che stiamo provando lì, uno di fronte all’altro, possiamo contare per sempre. E nulla avrebbe potuto farci del male fino a quando fossimo rimasti abbracciati, in quella posizione.

È strano, a volte, come le sensazioni di un momento possano condizionare per sempre la propria vita. Condizionarla a tal punto da ridurti all’angolo, incapace di reagire. Ecco io lì, tra le sue braccia, mi sentivo in questo modo: stranamente incapace di una reazione.

Non che non lo desiderassi di nuovo. Ma non è possibile, cazzo!, che il mio star bene, il mio sentirmi appagato equivalga ad un azzeramento delle reazioni. Questo lasciarsi andare alla volontà e al desiderio dell’altro, compiacersi del suo piacere e non cercare il proprio, come se questo comportasse una predisposizione troppo forte di volontà a cui io non sono preparato. E in quegli attimi in cui lui mi sussurra all’orecchio parole di una dolcezza infinita, con un calore di sentimenti che mi riempiono la schiena di brividi, io mi sto a chiedere se mai un giorno avrei potuto cambiare.

Stronzaggini! Non è da me tutto questo, penso. Io qui a masturbarmi il cervello con queste paranoie da collegiale e lui lì, invece, a stringere forte la mano attorno al mio sesso, masturbandomi per davvero. E sento che lo fa con la consapevolezza di chi va oltre la semplice voglia di prendermelo in mano e farmi godere.

Allora?, mi chiedo. Ci hai anche scopato con molte ragazzi, e ti piaceva accarezzare i loro corpi, sentirne l’odore particolare e unico, la loro pelle liscia e morbida, entrare dentro di loro… Quella sensazione umida e calda che ti accoglie, avvolgendoti. E allora?

– Va tutto bene? – mi dice, all’improvviso. Poi mi fissa con lo sguardo che non si dimentica facilmente, di quelli che dimostrano di sapere quello che ti sta per accadere, di quelli che vorresti non aver mai visto perché finiscono per mettere a nudo le tue emozioni. E questo, a me, non piace.

– Cosa? – gli rispondo.

– Ho fatto qualcosa che non dovevo? – ribatte.

– No, scusa, non è colpa tua.

– Possiamo parlarne?

– No no, è tutto okay – rispondo. E so perfettamente di mentire.

– Sicuro? – insiste sedendosi sul letto.

Lo guardo in silenzio, per un attimo. Non smette di fissarmi. Allora mi stacco, mi alzo. Indosso velocemente un paio di jeans e una maglietta.

– Scusa, ma devo proprio andare… alle dieci ho lezione.

E lo dico con un tono di voce poco credibile: lui sa perfettamente quanto poco mi importi perdere una lezione, o non andarci affatto all’università.

Infatti lui fa una specie di sorriso, senza voltarsi. Poi mi viene vicino. Mi mette un braccio sulla spalla, mi guarda dritto negli occhi, con lo sguardo profondo, di quelli impegnativi, il suo. E dice:

– Se non ti piaccio più, me lo devi dire… Non puoi far finta di niente!

– No, è che ho bisogno di starmene un po’ da solo. Di capire come funziona…

– Come funziona cosa? – dice, alterando leggermente il tono della voce. – Mi piaci, ti piaccio, ci piace farlo insieme… Cazzo c’è da capire ancora?

Quando finisce di dirlo, tengo già la maniglia della porta stretta in mano, pronto a scappare da quella situazione ormai diventata insostenibile.

Lui mi blocca.

– Dove vai? – dice con quel suo sorrisetto-presa-per-il-culo. – E’ casa tua questa, o l’hai dimenticato?

– Appunto – gli rispondo. – Tira la porta quando esci.

E me ne vado, lasciandolo solo.

Quando mi comporto in questo modo, da vero stronzo, mi odio da solo. Ora questa cosa l’ho fatta senza una ragione vera, senza che lui lo meritasse. Perché mi tirava il culo.

Mi tirava il culo per cosa?, mi domando, appena fuori della porta. Per il semplice fatto che lui sa perfettamente che non mi deciderò mai ad ammetterlo del tutto. Ammettere poi cosa? Che mi piace andare con gli uomini, che mi piacciono i cazzi?

Ecco, l’ho detto! O forse è perché lui ha compreso, invece, che non ho le palle per sostenere una scelta così impegnativa, che alla fine non riesco ad accettarmi completamente per quello che sono, che non mi piace quello che provo dentro, che vorrei sentirmi una volta tanto la serenità della normalità addosso…

La serenità della normalità addosso?, urlo scendendo di corsa le scale del condominio. Ma che cazzo sto a dire?, penso subito dopo, e mi metto a ridere come un matto. Un riso incontrollato, isterico, di quelli con le lacrime agli occhi. Parlare di normalità, ma che senso ha? Oggi, che niente è più così ben definito e tutto invece è instabile, sull’orlo del precipizio, e ci vediamo appesi all’esile filo di un confine immaginario.

Allora mi fermo di colpo, e mi siedo sui gradini. E rimango lì, con le gambe di traverso, a pensare. Pensare a cosa?, mi domando. Non c’è più tempo per pensare. È ora di agire, lasciare finalmente che le cose vadano per il loro verso. Ecco, questa mi sembra l’unica soluzione possibile. Prendersi troppo sul serio fa male, ed è un po’ perdere la giusta dimensione della realtà. È come vedere le cose e gli altri non come sono effettivamente ma come vorremmo che fossero. Una sorte di illusione perenne che ci conduce verso una lenta e graduale distruzione.

All’improvviso mi sento toccare sulle spalle. Mi volto appena. Chinato verso di me, c’è lui che mi sorride. Lo guardo per un attimo, e ricambio il sorriso. Allora quello che fa e di baciarmi sulle labbra, con tenerezza. Troppo teneramente. E ancora una volta non mi rimane altro da fare che sciogliermi, tra le sue braccia, come neve al sole.

Pochi istanti dopo faremo l’amore, abbandonati nel letto della mia soffitta. Alla faccia dell’università, e di tutto il resto.

 

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