Anche quella mattina stava seduto davanti a una tazza colma di tè verde, e con la mano inzuppava la bustina nell’acqua bollente. Su e giù, avanti e indietro, e con lo sguardo perso nella profondità dei suoi pensieri che sembravano tutti trovarsi affogati in quel tè.

Gli piaceva il tè, soprattutto quello verde, gli piaceva il colore e il profumo, più che il sapore, e spesso se ne stava in quel modo ad assaporarne l’aroma che usciva dalla tazza insieme al vapore dell’acqua bollente, in una specie di catarsi purificatrice. Appunto come se in quel tè verde, che poteva traboccare da un momento all’altro, potesse trovare chissà quali risposte alle sofferenze della propria anima ricolma.

Sentiva il cuore battere in quell’infuso, in un vortice dove i pensieri nuotavano come pesci. Sopra galleggiava la sua mente, coagulando dettagli e scorie, raccogliendo le riflessioni che rientravano in lui, in salvo come naufraghi. Attraverso quel rito, del tè verde, ogni giorno aveva dischiuso lentamente la propria consapevolezza, e aveva scoperto com’era fatto dentro. E non si piaceva. Affatto.

Tra ondate di rabbia e stordimento, guardò attentamente nella tazza, e anche quella mattina scorse nella bevanda il cerchio dal doppio movimento – uno più scuro e l’altro più chiaro, più in luce, dal tipico colore del tè verde. Erano i suoi pensieri che nuotavano attorno. Erano i suoi demoni custodi. Era la sua debolezza che lo attanagliava, e talora si faceva dramma. Ma quella volta, improvvisamente si rese conto che nell’estremo fondo di quel vortice un buco nero lo stava risucchiando inesorabilmente. Di colpo lasciò cadere la bustina nel tè, alzandosi di scatto. Si sentì pieno di paure, sperduto, e avrebbe voluto chiedere aiuto. Allora urlò disperatamente, nel vuoto di quella stanza.

Solamente un anno prima, in quella stessa camera d’albergo, lui gli era apparso bellissimo. Era abbandonato sul letto. Il caldo di quella giornata estiva, l’aveva sfinito. Si era chinato ai suoi piedi e l’aveva baciato stringendosi alle sue gambe, l’aveva spogliato, aveva succhiato con la lingua le lacrime che uscivano silenziose dai suoi occhi. Sapeva che mai si sarebbero potuti bastare, che quello che chiamava il loro amore non era destinato ad essere eterno.
Lo sapeva, nel profondo della propria consapevolezza, che un giorno si sarebbero dovuti lasciare. Prima o poi sarebbe successo. Lo sapeva, come sapeva che non potevano appartenersi a lungo in quel modo – come gli apparteneva l’idea che si erano fatti della loro relazione. Una relazione che non contemplava affatto la separazione come una possibilità, e con la quale invece essi contendevano affinché questa non prendesse in alcun modo il sopravvento sul loro amore.

In quella stanza d’albergo si guardarono a lungo però, quella volta, e non riuscì a pensare. Di colpo si sentì invadere dalla consapevolezza di una complicità spietata, dalla gioia inquietante di un’intesa che non provava più, dalla felicità per l’ultimo gesto che stava per compiere. Per un minuto ancora, per un’ultima volta, aveva chiuso il cerchio intorno a sé.

In quell’istante, tutto si presentò in un baleno alla sua mente: i ricordi comuni, il grande amore che li aveva uniti e adesso li stava allontanando, l’odio implacabile nei confronti di un mondo incomprensibile e altrettanto incosciente e bugiardo. E la nostalgia e l’angoscia, la cui tristezza brillava ancora nei suoi occhi.

Rimase in piedi a guardarlo per un po’, quindi si levò quei pochi vestiti che aveva ancora addosso. Con un gesto lento, quanto faticoso, si abbandonò sul letto, nudo vicino a lui.
E spense la luce.

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