“…Semplicemente persi nell’intervallo fra il grido della nascita
e la ripetizione di questo grido…” (Kierkegaard)

Svegliandosi accanto a Francesco, Daniele sentì una di quelle improvvise sensazioni di felicità che sul momento sembrano giustificare la nostra esistenza. E questa cosa la avvertì nell’istante preciso in cui vide la schiena nuda dell’amico, accanto a sé. Sì, era proprio felice, di una felicità che si percepisce ma non si riesce a spiegare, che invade anche i sogni e ci balza alla gola nel momento del risveglio.

Passò lentamente la mano aperta sul dorso nudo di Francesco, come a sfiorare una cosa preziosa, accarezzando quel corpo longilineo. E ne avvertì il calore della pelle come una energia vitale arrivargli dritto al cervello. Avrebbe voluto voltare l’amico tirandolo verso di sé, appoggiargli il capo sul petto, ringraziarlo. E poi fare di nuovo l’amore con lui.
L’amore? Già, l’amore! Non poteva sapere, Daniele, che il mistero della loro passione era racchiuso tutto nell’attrazione che esercitava la sua debolezza.

Daniele aveva parecchi anni più di Francesco; ed egli non era come l’altro che, svegliandosi in quello stesso momento, sbirciava l’amante e si girava riaddormentandosi.
Daniele era però consapevole che Francesco sapeva di avere a che fare con un trentenne poco coraggioso, con poco carattere, poca forza. Però era anche cosciente, Daniele, che Francesco lo amava, come si desidera la cosa più importante, e che l’amore dell’altro per lui era divenuto troppo forte, incontrollabile, pericoloso per farlo apparire la conseguenza di una semplice attrazione fisica.

***

Tre mesi dopo Daniele era al volante della sua Grand Vitara 3 porte bicolore e viaggiava velocemente nel traffico di una città che si faceva ogni giorno più alienante. C’era molto freddo, ma un sole pallido, sfavillante, luceva sui palazzi di vetro e acciaio. Francesco se ne stava rannicchiato al lato opposto del sedile. Aveva la sua immancabile sigaretta accesa, stretta tra le labbra. Gli occhiali da sole con le lenti scure e la montatura nero antracite glI nascondevano la cosa più bella del suo viso: gli occhi.

“Daniele, la tua vita è una vertigine lenta, senza musica…” disse Francesco d’un tratto. “Sembri sempre combattuto tra la noia e il sentimento oscuro di compiere un dovere.”

“C’è quell’altro ragazzo, oppure no? – gli chiese tra i denti, Daniele.

Francesco si girò dalla parte opposta, verso il finestrino. Stava per dire una squallida bugia, e non avrebbe voluto, una di quelle inventate sul momento per calmare la gelosia dell’amante.

“Ti ripeto di no!” si lasciò sfuggire Francesco, tra una tirata di fumo e l’altra.
“Non c’è nessun altro ragazzo, come devo dirtelo?” finì così la frase girandosi verso l’amico.

Daniele ricordava pressappoco ogni cosa della discussione di prima, in casa. Ogni schifosissima e insignificante parola. Sapeva esattamente che l’altro gli aveva mentito, spudoratamente. Glielo aveva letto negli occhi – gli stessi occhi ora nascosti dalle lenti scure degli occhiali da sole – a colazione, mentre Francesco si spalmava la marmellata d’arance su una fetta biscottata. E in quel preciso istante Daniele si rese conto lì, che tutta la sua vita dipendeva da un ragazzo che invece di stare a sentirlo si preoccupava unicamente di spalmare la marmellata d’arance su una insignificante fetta biscottata. E fu come se stesse turbinando giù da un tubo di scarico.

Si fermò di lato alla strada per prendere fiato, e accese una sigaretta: la prima della giornata. Rimase un attimo immobile, il capo abbandonato sul poggiatesta dello schienale, gli occhi chiusi, aspirando adagio il fumo. Sentiva la presenza del sole sulla pelle del viso, e questo lo rincuorava. Il silenzio era assoluto. Riaprendo gli occhi, si voltò verso l’amico. Francesco era immobile, con lo sguardo proiettato oltre il parabrezza dell’auto.

“Esisterà certo una soluzione” disse quasi subito. “E anche se non esiste dobbiamo trovarla!”

“Probabilmente è così” rispose di lì a qualche attimo, Francesco.
“Mi piacciono queste tregue” disse ancora, sporgendosi verso l’amico.

“Mi fai incazzare quando fai così!” alzò la voce Daniele nel respingere l’amico.
Poi riprese a parlare, con calma. Quasi con una certa indifferenza malcelata.

“Io penso che, al mondo, tutto debba condividere la piccola manciata di dimensioni con tutto il resto. È come se ognuno, ogni minuscola parte di ciascuna cosa avesse la medesima lunghezza, larghezza o il doppio di queste o il triplo moltiplicandole all’infinito. Come se esistesse un’unità globale, o forse addirittura cosmica, di forme e di misure in grado di condizionarci…”

Francesco non era sicuro di comprendere appieno quello che l’altro stava cercando di dirgli. Intanto l’orologio digitale del cruscotto indicava le dieci e quaranta. Avrebbe dovuto essere all’università già da un pezzo. Francesco aggrottò le sopracciglia. Per diversi minuti fissò Daniele con sguardo penetrante ma non ostile. Si schiarì la gola, poi si rivolse all’amico che nel frattempo aveva messo in moto e ripreso a guidare, facendo girare nervosamente il pacchetto di sigarette stretto in una mano.

Una tregua è una poesia” esclamò poi Francesco.

“Sì Francesco, e una poesia è una tregua. Grazie, non sono ancora rincoglionito e non ho bisogno che mi ricordi i miei versi” rispose Daniele.

Francesco si girò verso l’amico. Si appoggiò su un gomito, la testa sulla mano.
Stava per dire qualcosa quando Daniele lo anticipò.

“Ho sempre pensato che stessimo bene insieme, la coppia perfetta che tutti invidiano… Beh, forse lo eravamo anche. E adesso?”

“Adesso…” disse Francesco, con un tono di voce tranquillo. “Adesso non riesco a immaginare come sia la mia vita senza di te.”

Daniele fermò la macchina un’altra volta, ma il motore rimase acceso.
Si girò verso l’altro lanciandogli uno sguardo di sfida. I suoi occhi soffrivano per la tensione. Non poteva rimanere con questo dubbio oltre.

“Avresti dovuto immaginarlo prima!” disse unicamente.

“Non ho un altro, te lo vuoi ficcare in testa, cazzo!” disse Francesco. “Nessun altro ragazzo. Solo tu, per sempre!”
E mentre lo diceva si allungò in avanti verso il volante.
Con un gesto veloce della mano, sfilò le chiavi dal cruscotto.

Dopo quel gesto improvviso, rimasero entrambi in silenzio per alcuni minuti dentro l’auto. Lasciarono che il tempo fugasse le loro incertezze, lentamente. E come in un fermo immagine rimasero immobili a scrutarsi per uno spazio di tempo indeterminato. Ma Daniele sentiva il bisogno della mano dell’altro crescergli dentro, di un contatto fisico che lo rassicurasse, di una prova definitiva. E Francesco lo avvertì, con quella intensità cui l’amico lo aveva abituato sin dall’inizio del loro rapporto.

“Ti voglio così come sei, non importa che tu sia quello di prima” disse Daniele rompendo l’incanto del momento. “Come un fiume di cui io so la composizione dell’acqua ma non conosco i ritmi del suo scorrere colorato.”

Allora Francesco capì che poteva finalmente agire, e si chinò su l’amico.
Nel farlo lo vide sotto di lui per un attimo dischiudere leggermente le labbra.
E Daniele, quasi immobile, delicato e morbido accolse il bacio in un tenero abbraccio.

Sì, Francesco era ancora lì, un punto fermo della sua vita.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...