Quella mattina lui si sentiva così, lacerato dentro.
Da quando Federico se n’era andato, tutto aveva perso di significato. L’amico l’aveva abbandonato per sempre, all’improvviso, senza preavviso.

Quel senso di malessere però, quasi generalizzato, che saliva dallo stomaco e si irradiava lentamente in tutte le altre parti del corpo, non era niente a confronto del senso di impotenza che adesso lo stava assalendo.
Una sorta di incapacità a reagire, che lui aveva da un po’ di giorni e adesso sentiva esplodergli dentro in modo incontrollato. E lo portava a non accettare quella crisi dolorosissima, definitiva. Il dolore di un cambiamento, di una separazione, di una perdita. Il porsi di fronte ai propri errori, alle cose non fatte, non dette; ai chiarimenti che non sono stati fatti, e che erano invece necessari.

Si sentiva soffocare tra la gente là, in piedi, pressato in un angolo del vagone.
Lui che era abituato alla ressa, a prenderla tutte le mattine quella metropolitana che lo portava dall’altra parte della città, in quella quinta liceo dove, solo qualche anno prima, aveva conosciuto Federico.
In quel ragazzone piacente vi era qualcosa di diverso, qualcosa di cui fino a quel momento lui non aveva mai incontrato in nessun altro.
Lo vide bene in faccia quella prima volta, all’improvviso, e si sentì cogliere da un senso di stupore, di una violenza mai avvertita prima.

Da allora iniziarono a conoscersi meglio. La complicità profonda e misteriosa che li teneva uniti, offrì loro l’occasione di interessarsi l’uno all’altro sotto diversi aspetti. Poco alla volta compresero che il loro senso di comunanza e la fisionomia della loro amicizia erano del tutto particolari. Non avevano dubbi.
Tutte le cose, anche le più terribili, sembravano sfiorarli appena, come se fossero immuni alla sofferenza. C’erano solo loro e la loro amicizia.

Quel che più contava, iniziarono a rendersi conto che quella specie di educazione sentimentale che iniziarono a sviluppare insieme, avveniva nella profonda convinzione di essere fuori della norma.
Anche il sesso era qualcosa di furtivo, notturno, rubato al giorno. Ma bellissimo e desiderabilissimo, visto che tutto ciò che era lecito era loro negato.

Poi arrivò il primo anno d’università, e la loro voglia di capire.
Allora si immersero con passione nella letteratura, alla ricerca di verità illuminanti e di modelli da seguire. Rimasero affascinati, a prima vista, dalle poesie di Verlaine e dall’amore per il giovane Rimbaud (la cui sregolatezza del vivere era ed è un simbolo di ribellione profonda). E come un buon vino pregiato, assaporarono l’aroma, il corpo e la struttura di quelle poesie e poi le lasciarono decantare dentro di loro, in modo che quanto di più bello vi era contenuto permeasse le loro anime per sempre.

Fu soprattutto la letteratura americana dei mitici anni Settanta – con la sua produzione di romanzi omosessuali – e l’opera di Jack Kerouac a segnare quella stagione della loro vita insieme. Fu una scoperta nuova, sotto tutti i punti di vista.
Erano storie in cui si ritrovavano – che altri avevano vissuto e raccontato molti anni prima, quando loro non erano ancora nati – fatti veri in cui era possibile riconoscersi.
I personaggi vivevano, soffrivano, gioivano, amavano, pativano, come quei due ragazzi ventenni, vite simili alle loro. E si sentivano coinvolti, presi allo stomaco, entravano in quel mondo che, a poco a poco, diventava anche il loro.

Iniziarono così a capire, e a rendersi conto, che quell’armonia profonda che avevano cercato e poi trovato nel profondo di loro stessi – e di cui il loro amore ne era la manifestazione più alta – non doveva e non poteva essere vissuta in solitudine, fra le quattro mura di una stanza.

Molti non riuscivano ad andare oltre, non riuscivano ad accettarsi e, come Verlaine, tradivano se stessi per compiacere il mondo. Ma quei due ragazzi non volevano affatto compiacere il mondo. Né accettare la propria solitudine per loro voleva dire lamentarsi, autocommiserarsi, ma reagire, prendere coscienza, accettare il proprio corpo, cervello e tutto quello che avevano in comune.

A chi diceva loro che i ragazzi che amano altri ragazzi sono nevrotici, incapaci di avere una relazione matura, che sono destinati a fare “cose sporche”, di meritare solo la punizione divina e lo stigma sociale, loro rispondevano con la voglia sfrenata di libertà, alla luce del sole, andando in giro mano nella mano, felici e sereni, e guardando con ottimismo e dignità alla loro condizione.

In seguito lui ha scritto spesso di Federico e di sé, della loro passata educazione sentimentale, con la consapevolezza propria di chi ha fatto la scelta giusta e di quanto la morte dell’amico, dolorosa e improvvisa, abbia riscattato in lui la voglia a confrontarsi con una condizione impegnativa, ma reale.
Nessuna voce sussurrata, piuttosto una sfacciataggine ribelle, rinuncia delle convenzioni, una esistenza condotta alla luce del sole.
La sua sete di vita si era fatta intensa, fino a spingerlo a perdersi nella estenuante ricerca della propria felicità.

Ora lui si rende però conto di non aver nient’altro al di fuori di se stesso. Di non poter vivere senza avere accanto qualcuno da amare.
Soprattutto senza l’amore travolgente che lo aveva tenuto legato a Federico.
Senza questa certezza, tutto diventa all’improvviso più difficile e tormentato.
Il lutto per la morte dell’amico lo sta soverchiando, una morte che continua ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.

Tutto in lui è ormai in via di estinzione. A volte sente lo sguardo indiscreto della gente posato su di lui, quello sguardo di sempre che ora trova di una violenza inaudita. Perché è come se questi gesti gli ricordassero continuamente che a lui manca qualcosa. E che non può più essere felice.

Allora si vede con il corpo squarciato, sanguinante, una parte dolorante di sé dalla quale è stata separata l’altra metà. Vorrebbe spiegare che Federico gli manca, sì, ma che non avverte la propria solitudine come una disperazione, come una lenta e inesorabile agonia. Purtroppo sa bene che non è così.

In questo suo lento trascinarsi amorfo all’ombra dei ricordi è come se lui dovesse ricapitolare tutto quanto il suo passato e la sua vita per rinascere.
Più pensa di progredire e più si sente inesorabilmente sospinto all’indietro.
È un sentimento struggente che lo stordisce ogni giorno di più, e sente di averne paura perché non è più in grado di reagire.

Improvvisamente a quell’ora della notte, là in attesa della metropolitana, mentre cammina avanti e indietro sulla riga gialla di quel marciapiede deserto, avverte l’impulso irrefrenabile di tuffarsi nel rumore assordante del treno che sfreccerà dall’imbocco della galleria.

Nel giro di pochi istanti è in grado persino di immaginare davanti a sé la scena a rallentatore. Fotogramma dopo fotogramma: vede lui che si getta sotto il treno, l’impatto violento e disastroso, il corpo che sbalza a una ventina di metri, il rumore assordante e prolungato dell’arresto del treno. E con esso, l’arresto silenzioso e definitivo del cuore e cervello di lui ragazzo. Un ragazzo di appena ventitre anni.

Questi sono i versi scritti a pennarello sul foglio di carta igienica trovato nella tasca destra dei suoi jeans qualche ora dopo:

«Non sono né invincibile né Dio;
ma mortale assaporo i sapori più forti della vita
e vomito, considerandomi fallito
agli occhi di Dio.
E tu, uomo, vienimi incontro.
Portami in salvo. Brucia le resistenze.
Non voglio smettere l’orgoglio
di sapermi diverso, irreale
amante dei diversi.
»

 

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