La morte di un amico è un dolore che annienta. Nessuno deve avere ricette da suggerire.
E l’insopportabile crudele banalità che “tutti dobbiamo morire” non lenisce il dolore,
non toglie la disperazione. Anzi lo umilia, contribuendo maggiormente a urlare e gridare
al Cielo la propria rabbia! Questo racconto è il ricordo di un amico che non c’è più.
[Alois Braga]

Una sera erano arrivati in treno, Alessio e Giacomo. E per tutto il viaggio era stato per Alessio come un viaggiare all’indietro nel tempo.
Appena giunti però nell’appartamento di Giacomo, i due amici si spogliarono e si infilarono nel letto. Fuori c’era un freddo polare. Si abbracciarono.

“Abbiamo bisogno di tempo” disse quasi subito Giacomo, “di mettere ordine fra noi, forse di vivere insieme. Abbiamo bisogno che i nostri pensieri riconoscano istintivamente l’altro. E lo riconoscano come una presenza automatica, di non essere più soli”.

Alessio si sentì in trappola. A vedersi così, un diciannovenne assorbito da un uomo di quindici anni più vecchio, iniziò a sentirsi maledettamente legato un’altra volta all’incerto e al caso. E fu colto da una fitta allo stomaco improvvisa, di quelle che non lasciano via di scampo al dolore.

Infatti lo sentì gemere, Giacomo. Allora lo scavalcò nel letto e si sdraiò sull’altro lato, in modo da osservarlo in faccia. Si avvicinò più che poteva a quella bocca larga, rossa e lievemente screpolata dal freddo. Gli passò la lingua, facendola aderire alle labbra, e ne gustò il sapore fino all’ultima goccia di saliva. Quindi si fece largo fra quelle labbra infilandogli prima la punta e poi, deciso, tutta la lingua in bocca.

Alessio si lasciò fare, come sempre. Dopo si sentiva meglio, di quando erano sul treno, e anche la fitta allo stomaco si era fatta sopportabile. Sentiva ancora la sua debolezza e la sua febbre, però in lui qualcosa si era sciolto, si era allentato. Giacomo era il migliore rimedio naturale al suo dolore. Non aveva dubbi. Ma proprio per questo, perché difficilmente riusciva a barare con se stesso, sapeva anche di non poter più essere per lui una semplice marchetta. Subito, man mano che quella sensazione cresceva in lui, si sentì precario, forse anche troppo giovane per amarlo come l’altro avrebbe voluto; e tuttavia incapace di vivere da solo, di continuare in modo autonomo.
Lo aveva pensato anche qualche ora prima, là su quel treno in corsa che li portava attraverso l’Italia del Nord, mentre fissava Giacomo osservare il paesaggio fuori del finestrino. Immaginare di amarlo così tanto in un altro qualsiasi momento gli sarebbe stato difficile, eppure quell’amore – perché di questo si trattava – finiva per farlo stare male. Finiva per distruggerlo.
Come dire? Giacomo era portatore di una malattia infettiva che trasmette il morbo agli sconosciuti senza caderne vittima a sua volta. E questo, l’esserci a letto insieme, era uno dei momenti in cui egli era più esposto al contagio.

Tutt’a un tratto gli venne in mente il protagonista dell’ultimo film che aveva visto, un sensibile reietto destinato a camminare tutto solo ai margini delle strade illuminate a giorno dai neon metropolitani, tra una folla allegra e vivace che si muoveva nella direzione opposta. Nel frattempo la colonna sonora rimbalzava di via in via e di piazza in piazza e nei sotterranei della metropolitana, come se quella musica lo inseguisse per tutta la città. E l’esaltazione che agitava il film si univa all’entusiasmo del suo cuore. Il desiderio che lui provava adesso per Giacomo era qualcosa di simile all’esaltazione che aveva provato allora. Ma anche di smarrimento, come il personaggio principale del film che si era perduto poi nelle strade strette e maleodoranti di quei vecchi quartieri e aveva lasciato che gli odori e i colori di quegli angoli malfamati urlassero per lui la sua disperazione, e che il sole si oscurasse sopra le case di quella città in cui l’eccesso di vita lo stava facendo a brandelli.

“Che c’è?” chiese dolcemente Giacomo.

Alessio esitò un attimo. “C’è che così non va” gli rispose poi, piano. E gli allungò la mano come per farsela scaldare.

“Di cosa hai paura?” disse Giacomo.

“Cos’è che ci spinge l’uno a desiderare l’altro, me lo vuoi spiegare? Non credo si tratta di semplice infatuazione, le ragioni sono più profonde, perché c’è qualcosa tra noi…” e non riuscì a proseguire, e Dio sa quanto avrebbe voluto, ma le parole gli morirono sulle labbra. Vedeva in Giacomo un che di languido e di attraente che gli impediva di parlare. Anch’egli lo guardava e, quando i loro sguardi s’incrociarono, per un attimo le labbra di Giacomo si dischiusero in un largo sorriso.

Quanto ad Alessio, il suo corpo non riusciva a mentire riguardo le sensazioni che provava più di quanto ci sarebbero riuscite le parole. Oltre ad avere le guance in fiamme e le mani fredde, gli sembrava di sentire un pugno serrato tra le cosce. Il desiderio che provava per Giacomo lottò invano contro le sensazioni del momento che gli esplodevano nella testa con la potenza di bombe dirompenti. All’improvviso si scostò di lato e si sedette sul letto; piegò le gambe tirando su le ginocchia verso il petto, e se ne stette lì, con il proprio corpo piegato su se stesso, ad aspettare.

“Proprio così!” disse Giacomo, portandosi la mano di Alessio al petto. “C’è qualcosa tra noi. Per questo ci siamo ritrovati. Perché abbiamo raggiunto la consapevolezza di avere bisogno l’uno dell’altro, intimamente legati come non avevamo mai potuto esserlo fino in fondo. Un poco alla volta abbiamo compreso le paure che ciascuno aveva dentro di sé, di cui non aveva mai parlato in precedenza; adesso è giunto il tempo di allontanarle, nella lontananza indefinita della memoria”.

Alessio non capiva appieno quello che stava provando esattamente in quel momento. Sentiva soltanto una voglia salire ed esplodere incontenibile dal suo corpo e dalla sua gola, che gridava tutto il suo amore per l’altro, un amore grande e inarrestabile.
Era lì, la sentiva, non poteva far nulla. Solo capiva che era giunto il momento di lasciarsi andare: amava Giacomo, lo avrebbe sempre amato, e proprio per questo non poteva permettersi di giustiziarlo.
Aveva finalmente compreso che l’amore che provava per quell’uomo aveva raggiunto la compiutezza di se stesso. E lui lì, quella sera, risoluto glielo avrebbe finalmente detto.
Le parole, questa volta, gli sarebbero uscite dalle labbra lentamente, ma senza fatica, con la consapevolezza dell’innamorato che sa che è arrivato il proprio momento. E non può più sottrarsi ad esso.

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