«Perché malgrado l’uomo lo neghi non sa
che Dio l’ha destinato ad essere eterno,
che Dio ha destinato ogni uomo ad essere un grande profeta»
(Alda Merini, Corpo d’amore)

«Baranzate era un vecchio campo nomadi a nord della periferia di Milano. Il terreno era appartenuto a una fabbrica farmaceutica che era stata insolvente dal momento in cui aveva aperto i battenti, agli inizi degli anni Settanta. Speculazioni sbagliate e una gestione del management a dir poco scandalosa avevano fatto sì che tutti gli operai erano stati licenziati e costretti a sopravvivere con il sussidio della cassa integrazione per parecchi mesi. Alla fine era stato ordinato di smantellare la fabbrica. Per evitare possibili disordini, la chiusura dell’impianto era stata affidata alle forze di polizia locale. I capannoni che ospitavano le macchine e le attrezzature erano stati sbarrati e circondati con il filo spinato, e la palazzina degli uffici svuotata. Qualche mese dopo, una colonia di zingari aveva occupato i capannoni dismessi. E la prima notte, la prima notte che i Sinti avevano passato là, si dice che avevano dato una grande festa, che gli abitanti della zona non avevano mai visto. In quella prima notte, io sono stato concepito sotto le stelle appiccicate a quel cielo straordinario di periferia metropolitana; in compagnia di liberi eroi e suonatori di chitarre e bellissime ballerine di flamenco, attorniato da una folla di bambini e ragazzi e donne anziane intorno al fuoco. Io, figlio di un Sinti e di una donna gagé ».

Intanto che Milo mi raccontava la storia della sua vita, non smettevo un attimo di fissare la profondità dei suoi occhi. E Dio sa quanto in quei momenti avrei voluto passargli la mano tra i lunghi capelli corvini allungando il braccio dall’altra parte del tavolo. Ma mi sono trattenuto dal farlo.

«Mia madre,» continuava Milo, «mi raccontava spesso di come mio padre aveva ripudiato le prime tre mogli, finendo per fuggire con lei, e di quanto questo aveva fatto inferocire i genitori delle ragazze e la famiglia di mio padre. Il problema vero per mio nonno era la religione, non tanto il fatto in sé, perché situazioni del genere erano piuttosto comuni. Mio padre era musulmano, mia madre cristiana. Dal canto suo, mia madre non voleva neppure sentire parlare di conversione e minacciava mio padre di andarsene senza di lui con me in grembo. A quel punto era avvenuto un miracolo: con le lacrime agli occhi mia madre aveva cantato una canzone triste su una sposa non amata in attesa di un figlio. Mio nonno, il patriarca della comunità – un Sinti purosangue, un uomo robusto di una cinquantina d’anni – non aveva sentito una voce più bella e giurò a se stesso che non si sarebbe lasciato sfuggire un angelo simile. Immediatamente, mia madre era stata accolta come un nuovo membro della famiglia. E nove mesi dopo, sono nato io».

All’improvviso Milo si guardò intorno ad osservare la gente che entrava.
A vederci così, seduti comodamente con i gomiti sul tavolo, su quella terrazza vista mare di Santorini, parlando e bevendo vino bianco gelato nella migliore cantina delle Cicladi, sembravamo amici da sempre. Eppure ci eravamo conosciuti la sera prima, al club vacanze dove lui lavorava ed io trascorrevo alcuni giorni di ferie.

«Una leggenda zingara…» riprendeva poco dopo, Milo, calcando la voce sulla parola zingara, «racconta che al tempo della creazione a Dio sarebbe piaciuto creare gli esseri umani a sua immagine. Così prese un bel po’ di farina e di acqua e li impastò formando dei piccoli uomini, li mise nel forno ma sfortunatamente se li dimenticò. Quando li tirò fuori erano bruciati, così nacquero i neri. Allora impastò altra farina con l’acqua, modellò ancor dei piccoli uomini e li mise in forno. Questa volta, preoccupato che bruciassero, li tirò fuori in anticipo, e questi furono i bianchi. Quando provò per la terza volta creò prima il tempo e l’orologio. Così quando tolse gli uomini dal forno erano cotti al punto giusto, appena bruniti. Questi erano gli zingari».

A un tratto mi domandai se era vero quello che mi stava raccontando, oppure se era una cosa inventata sul momento per fare colpo su di me. Però la sua storia mi incuriosiva, mi piaceva stare a sentirlo, e lui aveva un fascino particolare nel raccontarla. E quel suo percorso a ritroso nella memoria suonava come una confidenza che desiderava andare oltre il semplice bere qualcosa insieme.
Era bellissimo, cazzo. Bellissimo davvero, con quell’aria sicura di sé, il viso appena brunito – esattamente come nella leggenda – e il capelli corvini appena accarezzati dal vento. E gli occhi, quegli occhi scuri in cui avrei voluto perdermi dannatamente, che mutavano espressione di continuo, ora sorridenti ora inquieti ora languidi, e si mescolavano al significato delle parole aumentando al massimo l’eccitazione e la curiosità in me.

Nel frattempo l’aria sapeva sempre più di mare, di sale e di sole, di spezie, di paesi lontani, di cannella e di sandalo… Sapeva di troppo per non rimanerne sopraffatti. E mi diventava difficile separare l’emozione di quei momenti dall’atmosfera meravigliosa del posto, sospeso su quelle sensazioni tremolanti. Voci e suoni si confondevano fino a sfumare nella calura in un silenzio più vasto, che mi pervadeva e mi intorpidiva. E tutto, tutto aveva il sapore immenso dell’emozione, quel sapore che era entrato in me ed ora mi cullava dentro. Tanto che la cosa più importante al mondo in quei momenti era per me starmene lì, seduto a quel tavolo insieme a Milo, al mio amico non gagé.

Ma si faceva sempre più faticoso, tremendamente faticoso continuare ad ascoltarlo senza pensare a decidermi di dichiarare il mio amore per lui; perché di questo si trattava. E all’improvviso mi ritrovai a riflettere su come Milo avrebbe potuto reagire, su cosa avrebbe potuto dire, pensare, fare… In cuor mio speravo che lui ricambiasse i miei sentimenti, che si lasciasse prendere una mano da sotto il tavolo e, guardandoci negli occhi, capisse.
Strani pensieri davvero, e assolutamente incongrui, per uno come me che ha sempre amato la trasgressione. Sarebbe bastato un minimo sforzo per dimostrare come fossero sbagliati e assurdi, ma non avevo nessun desiderio di fare quello sforzo…
Come sempre mi sentivo eccessivo, instabile, incostante, e ancora una volta vittima delle mie emozioni.

«Quanto può durare questo limbo?» avrei voluto domandargli tutt’a un tratto per riempire il silenzio creatosi nel frattempo tra noi. «Forse fra pochi minuti l’incantesimo che ci tiene uniti si dissolverà di colpo e allora, come un conduttore esposto a un sovraccarico di elettricità, anche quel circuito avrebbe fatto saltare la valvola di sicurezza e tutto sarebbe sprofondato nelle tenebre».

Invece ero talmente ripiegato su me stesso, paralizzato dai dubbi, che l’unica frase che mi riuscì di dire con voce sommessa, fu di una semplicità disarmante:
«Insomma adesso fai l’animatore… E’ così che ti guadagni da vivere?»

Di colpo le sue labbra si dischiusero in un largo sorriso.
E credo di aver avuto una reazione di stupore mentre glielo vedevo fare, anzi ne sono sicuro, di fascino e anche un po’ di paura. Preso dall’emozione, tutto mi ero rovinato in una domanda, come quando fai un bel esame e alla fine sbagli un congiuntivo quando ti immagini già il voto bell’e scritto sul libretto.
Ora avevo l’impressione che nulla sarebbe stato più raggiungibile e qualunque frase avessi nuovamente cercato di imbastire sarebbe risultata ancora più patetica; allora lasciai che l’imbarazzante silenzio ci avvolgesse.

Ormai stavamo seduti lì da un po’ come se attendessimo qualcosa da un momento all’altro, quando sfiorandomi con lo sguardo Milo si girò improvvisamente verso di me.
«Non l’ho mai fatto con un ragazzo… Sì, insomma, mi piacerebbe provare con te».
Poi aggiunse: «Ti dispiace?».
Lui sorrise nuovamente. Mi sembrava impossibile, e un brivido mi corse giù per la schiena.

Un’ora più tardi Milo ed io rotolavamo sul pavimento in legno del bungalow. L’odore del suo corpo sapeva di verità. Una strana idea, ma era una sensazione reale. Ripensavo a tutto il tempo passato a cercare di far colpo su di lui, a struggermi, a scacciarne anche il solo pensiero e a temerlo. Quanta dolcezza c’era invece adesso nell’accettarmi a cuore aperto. Lo sentivo per certo. E pensavo che doveva essere una sensazione simile a quella che si prova a essere un santo. Magnanimità ed estasi. Sebbene non mi riusciva a immaginare nessun santo in una posizione simile alla nostra. E giurai a me stesso, che una volta ritornato a Milano, gli avrei chiesto di accompagnarmi in quel vecchio campo nomadi.

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