“Le cose più importanti sono le più difficili da dire…
perché le parole le immiseriscono…
E potreste fare rivelazioni che vi costano
per poi scoprire che la gente vi guarda strano,
senza capire perché vi sembra tanto importante
da piangere quasi mentre lo dicevate”
(P.V.Tondelli)

Marco aveva promesso di scrivermi. Lo avrebbe fatto non appena fosse arrivato alla casa al mare. Mi avrebbe scritto una lunga lettera, di quelle che non si usano più, scritta con la penna stilografica e su la carta spessa che odora di cartoleria.

Tuttavia, sul marciapiede della stazione, in attesa del treno che lo avrebbe portato via, lontano da quella città che lo stava soffocando, Marco pensava che io non sarei riuscito quella volta a fargli cambiare idea. Ma tutto ciò che lui mi aveva detto, prima di uscire sbattendo la porta di camera mia, adesso lo sentiva ripetersi dentro di sé in un crescendo che gli stava togliendo il respiro.

Perché mai sentirsi in questo stato? Pensò nell’attimo preciso in cui il treno si muoveva. Perché sentirsi in colpa per quattro parole dette di troppo? E poi era proprio per quelle espressioni prive di importanza, oltretutto sfuggite in un momento di rabbia, che lui si sentiva così infelice dentro?

Tutto questo però, se lo chiedeva con troppa apprensione, lui che non era solito lasciarsi ingabbiare dalle emozioni.

La linea ferroviaria costeggiava i palazzoni di periferia, e Marco si specchiava nel finestrino mentre il treno iniziava a prendere velocità.

Cadeva la sera. Bruscamente la città era finita e lui guardava con stupore se stesso riflesso nel vetro, poi oltre i campi gli alberi scuri e le luci della città. Che più il treno si allontanava più si mescolavano nell’oscurità del paesaggio.

Marcò sentì stranamente il bisogno di abbassare il finestrino. La frescura nuda di ottobre e l’odore della terra umida – a lui figlio della città – lentamente gli entrarono dentro infilandosi nel suo cervello, nelle ossa, nello stomaco.

Era una sensazione nuova che si introduceva sussurrante e sovrana, e diventava un tutt’uno con lui. E Marco ne fu sommerso, completamente.

All’improvviso egli non si sentì che un fragile straniero, osservando le cime degli alberi che ondeggiavano nella notte al passare del treno. E per un attimo ebbe paura. Sì, proprio paura.

«Puoi chiudere il finestrino, ragazzo?»

Alzando il finestrino, Marco scorse appena nel vetro il volto appartenente a quella voce grave. Girò lo sguardo verso la porta dello scompartimento: lo sguardo di quell’uomo lo fece trasalire. Anche se solo per un attimo, sentì un brivido attraversargli la schiena.

«Non ti senti bene, ragazzo?» disse l’uomo occupando il posto di fronte al suo.

Marco non rispose, accennò appena un movimento con la testa, lasciandosi andare all’indietro sul sedile. I due si scrutarono per pochi istanti, interminabili per Marco. Veramente fu l’altro a insistere maggiormente: non riuscendo a sostenere oltre lo sguardo indagatore dell’uomo, Marco quasi subito si girò nuovamente verso il finestrino.

Fuori sembrava che il vento separasse le cime degli alberi dal resto facendole ondeggiare lente e con una coreografia di movimenti meravigliosa.
Marco guardava con stupore e un po’ indispettito per quella parola – ragazzo – ripetuta con insistenza dall’uomo, il paesaggio scuro oltre quegli alberi immensi – spettacolo che il figlio della città non aveva osservato mai in quel modo.

Alberi certamente ce n’erano anche nella sua Milano: magri, spogli, presi all’agguato dal marciapiede come la propria vita. Ma questi che vedeva adesso fluttuare al passare veloce del treno erano diversi da quelli che aveva visto altre volte, anche in circostanze simili. Essi sembravano vivere – tutti diversi l’uno dall’altro! – e respirare a loro piacimento e come se fosse loro effettivamente importato di stare là.

Senza distogliere lo sguardo dal ragazzo, l’uomo aveva intanto acceso una sigaretta proprio nell’istante stesso in cui, maggiormente infastidito dall’insistenza con cui l’uomo lo stava fissando, Marco stava per cambiare posto.

«E’ vietato fumare, vecchio!» Marcò gli disse con astio, passandogli davanti e andando ad occupare il posto vicino alla porta dello scompartimento.

All’uomo sembrò non importare granché di quel rimprovero.
Marco lo capì dal fatto che questi non disse una parola, attaccandosi maggiormente alla sigaretta accesa; ma – cosa che lo fece irritare maggiormente – Marco lo capì soprattutto dall’insistenza con cui l’uomo continuò a fissarlo, quasi con un fare di sfida.

«Tu non fumi, ragazzo? » mormorò l’uomo dopo un po’, così calmo.

Non sono il tuo ragazzo, lo vuoi capire vecchio!, avrebbe voluto rispondergli Marco. Anzi gridarglielo in faccia, una volta per tutte, là in quello scompartimento dove erano solo loro, su quella carrozza di quel treno che stava perforando la notte. Si sentiva però incapace di pronunciarla, quella frase che aveva pensato, lui così impertinente a volte. Si sentiva preso come da una strana confidenza verso l’uomo. A un tratto si ricordò che anche il padre teneva, per ore, una sigaretta che gli si anneriva all’angolo della bocca… E quell’uomo gli assomigliava molto.

Forse era anche per questo che, pur detestandolo un poco di essere così tranquillo nella sua arroganza e disprezzandolo un poco per essere tanto cieco nella sua indifferenza da non sembrare accorgersi né dell’autunno fuori né della notte né della tristezza profonda nei suoi occhi, alla fine poteva intendersi con quell’uomo.
Si sarebbe davvero potuto intendere, solo se si fosse sentito qualche cosa di diverso di un fagotto di passaggio entro quello scompartimento.

«Cosa cerchi, ragazzo?» gli disse l’uomo, intuendone i pensieri.

«Cosa cerchi tu, vecchio!» mormorò Marco, con un colpetto di tosse e gettando indietro i lunghi capelli corvini.

L’uomo spense il mozzicone di sigaretta nel posacenere alloggiato nel bracciolo del sedile. Poi cambiò completamente espressione nel rivolgersi al ragazzo.

«Quando avevo la tua età,» disse l’uomo, «vivevo in un piccolo paese. Non c’erano molti divertimenti. Anzi, direi proprio che non ve n’erano affatto nel significato che voi giovani date oggi al termine. Se non per il bar, dove ci trovavamo tutti dopo la scuola o la sera dopo cena. Già…» sospirò l’uomo fissando il ragazzo per un attimo, «il Bar Sport. Non avevo mai visto una partita vera, allo stadio, voglio dire. Solo sentita per radio. Quel giorno l’avrei vista per la prima volta in tivvù, insieme a tutti gli altri, in prima fila nello stanzone che Alfonso, il barista, aveva attrezzato per l’occasione. Era un evento eccezionale: milan-inter, in televisione. Te lo immagini? Jair, Burnich, Rivera, Mazzola, Suarez, Facchetti… il grande signore del calcio! Non quelle mezzeseghe abbronzate e senza spina dorsale dei calciatori di adesso… Per quale squadra tifi? No, non dirmelo: voglio indovinare! Sei juventino?… Sì, hai proprio la faccia di uno che sbava dietro la juventus!»

L’uomo smise di parlare, e si voltò verso il corridoio. Lo fece di scatto, come se fosse stato sollecitato a farlo da un rumore che gli era parso di sentire all’improvviso.
Poi come si interruppe, così riprese.

«È una cosa che mi piace… Vedere giocare a pallone. Non smetterei mai di farlo. La cosa strana è che non ho mai giocato a pallone, ci credi? Neppure da ragazzino. Buffo, capisci? Mi piace il calcio, e non ho mai preso in mano un pallone. Avrei voluto, magari darci di testa, o far finta di palleggiare… Ogni tanto li vedevo i miei amici che tiravano, nell’aria, vestiti da calcio e dribblavano nel campetto dietro l’oratorio…»

Dopo un po’ che l’uomo gli parlava, Marco si domandò per quale motivo gli stesse raccontando quelle cose. E pur tuttavia gli piaceva stare a sentirlo.

«Dico così per dire… Non mi devi stare ad ascoltare, sono l’ultima persona che devi ascoltare se non ti và. Credimi.» disse l’uomo. Poi si mise di nuovo a fumare.

Sembrava proprio leggergli nel pensiero quel vecchio, pensò Marco mordendosi un labbro. Poi gli chiese a bruciapelo:

«Mi dai una sigaretta?»

L’uomo sorrise nell’osservare il ragazzo, adesso proteso verso di lui nell’atto di sfilare la sigaretta dal pacchetto che gli stava porgendo.
In effetti anche Marco si sorprese di tale singolare sparata, per quanto l’uomo non poteva immaginare che quella fosse una delle poche volte nelle quali Marco, per nulla avvezzo al fumo, avesse chiesto una sigaretta a qualcuno.
Il colpo di tosse che seguì al primo tiro, fece però capire all’uomo con chi aveva a che fare veramente.

«Aspira lentamente…» disse con il solito tono di voce pacato, «e lascia che il fumo fluisca liberamente all’interno… Risveglierà in te sensazioni più profonde e dopo che ha riconosciuto la tua vera natura, solo dopo sarà il fumo stesso che troverà la strada per ritornare fuori. Non è meraviglioso, non vi è nulla di freddo, analitico: la pratica del fumo si esprime con dolcezza, comprensione… amorevolezza

Fu proprio quest’ultima parola, questo modo inconsueto e straordinario di definire quello che per molti è un vizio mentre per quell’uomo era invece una consapevolezza quasi buddhista, ad attrarre ancora di più il ragazzo.

«E’ anche liberatorio…» l’uomo continuò con la imperturbabilità che iniziava a conquistare Marco. «Liberatorio perché ci introduce a nuovi modi di confrontarci con noi stessi e col mondo esterno, liberandoci dalle modalità obbligate da cui ci facciamo spesso innervosire…»

Si rivolgeva adesso al ragazzo come se considerasse il fatto stesso di parlargli come qualcosa di profondamente necessario, come si conoscessero da sempre.

Fu allora che, per la prima volta, Marco vide l’uomo veramente con interesse, quasi fosse appena tornato alla realtà, come dopo uno scossone.
Per un istante abbastanza lungo lo vide bene in faccia, e si sentì sopraffatto dall’emozione. All’improvviso intese anche che lo teneva però in pugno, ma non gli era chiaro quale fosse la natura di tale potere. Forse era a conoscenza di qualche segreto che lui non poteva immaginare, oppure…

Ma in quell’oppure c’era una specie di mistero, relativo non tanto a quello che l’uomo diceva quanto al motivo per cui l’uomo gli raccontava quelle cose. Era una spiegazione che non riusciva a darsi… Di una cosa però era certo: era una fonte continua di gioia starlo a sentire.
E ancora: a lui sembrava che quell’uomo – che non aveva nulla in comune con lui, un ragazzo di appena diciott’anni -, parola dopo parola si trasformasse in qualcosa di importante, simile all’immagine di un ricordo bellissimo nella quale – un giorno più avanti – si sarebbe potuto perfino rispecchiare serenamente.

Quando il treno uscì dalla galleria, Marco ebbe la sensazione di aver perso il senso del tempo mentre si guardava attorno nello scompartimento vuoto. Che importa si disse, stordito ma felice…

È tutto okay su quella carrozza, il treno procede sicuro tra la campagna e il cielo ed entro domani mattina lo avrebbe condotto alla casa al mare. E da là mi avrebbe scritto una lunga lettera, di quelle che non si usano più, scritta con la penna stilografica e su la carta spessa che odora di cartoleria.

Allora incrociò le gambe e rimase fermo così, con la sigaretta che gli si consumava a poco a poco fra le labbra e il busto leggermente curvo in avanti, snello e sbarazzino, con un sorriso dolce e il riflesso inconsapevole di una soddisfazione ingorda e sensuale sul viso. E si vide, specchiandosi nell’oscurità del finestrino.

***

Dopo quella volta Marco prese spesso il treno per la casa al mare, sperando di rivedere l’uomo, di parlarci di nuovo insieme. Ma non lo rivide. Però non smise mai di pensarlo.

Anche in questo momento, che Marco è lì ad aspettare il sorgere del sole con l’orecchio teso ad ascoltare il moto delle onde infrangersi sul bagnasciuga, i suoi pensieri corrono inevitabilmente all’uomo del treno, a ciò che aveva detto allora.

È strano come a volte delle forze sconosciute spingono persone che fino a poco prima si ignoravano a vicenda a incontrarsi per poi saldarle l’una all’altra, di punto in bianco, in modo ancora più inquietante di quanto unisca il rimorso, più di quanto siano legati tra loro figli e genitori, amanti o assassini.

Niente meglio di questa considerazione – che Marco ha letto in un libro e gli viene in mente all’improvviso – gli rappresenta adesso quello che sente dentro di sé.
Marco e l’uomo si precipitarono l’uno verso l’altro come se da anni non aspettassero altro che di conoscersi. Si trovarono tutti e due insieme, su quel treno, casualmente.
Questo è vero, Marco lo capisce. Però non è sufficiente, non basta a fargli accettare l’idea che non possa succedere di nuovo, a giustificare un comportamento che necessita invece di un chiarimento. Lui ha bisogno sempre di una spiegazione plausibile: ne ha bisogno per continuare ad esistere.

Chi era quell’uomo?

Marco se lo è chiesto un’infinità di volte. Dopo si sentiva sempre più vuoto e stordito di prima. Il plagio fu indiscutibile, indescrivibile come Marco avrà modo di scrivermi nella lettera:

Non capisco la mia vita, mi sfugge quella piccola natura che la città informe mi concede; ambisco gli spazi dove nessuna figura umana interrompa il mio dialogo iniziato con quell’uomo. Ma ora, in questo incubo sordo che è il mio vivere inquieto, aspetto tranquillamente di ricongiungermi alla mia folle idea di lui.

Quando Marco entra in camera sua, alle prime luci dell’alba, è sconvolto.
Ha meditato tutta la notte, anche pianto alla vista del sorgere del sole.

Ah! sentimentalismo ributtante !”

Ma Marco non può sopportare oltre l’idea di quella mancanza, vuol dare un senso alla sofferenza che sta diventando la sua malattia. Il male incurabile che lo trascina, inesorabile, ad odiare quell’uomo, anche se di un odio particolare, sfumato, imprendibile, ironico, sublime. Quell’uomo…

Maestro incorrotto di corrotti figli.

Forse questo, Marco lo vive come una ribellione folle; la estatica febbre di un giovane poeta figlio di Rimbaud nel sentire:

…Io dirò un giorno le vostre nascite latenti,
e di voi ragazzi canterò le folli gesta
fino ai silenzi attraversati dai mondi e dagli angeli!

“Forse quell’uomo non esiste…”, si chiede lì Marco, “Forse l’ho sognato!”

O più semplicemente Marco non salì quel giorno sul treno per il mare e l’uomo è sgusciato fuori dalla sua fantasia. Probabilmente quel giorno non stava neppure bene. Non sa cosa pensare, non lo sa più!

Non si può raggiungere l’inconoscibile che si fa conoscere solo se il pazzo adoratore ha il coraggio di rinunciare alla vita e volarsene con la mente fino a lui…

L’ossessione lo sta consumando anche se lo tiene adesso in una specie di malinconica indifferenza; addirittura è quasi contento che sia andata così, di non correre il rischio di una più grossa rottura.

Però sente ugualmente conficcati nella carne gli aghi di quella separazione, che è una sorta di distacco dalle origini. Ed egli adorando il suo feticcio si sente lì un esule, e per questo condannato a morire in solitudine.
Piange perché spera che la fine non sia un addio. Spera nella forza del ricordo anche dopo, lui vuole che sia così…

Tutto a un tratto Marco si scopre a guardare fuori della sua stanza la primavera avanzare verso la sua effimera estate con questa predisposizione d’animo; i colori attutiti si mescolano nel cielo offuscato da un velo di malinconico ardore.

Il rumore e la vicinanza del mare gli potrebbero impedire l’atto ultimo della sua crescente follia, invece non fanno altro che trascinare la sua anima lontano.
E lui, ossessionato nella sua giovinezza ferita, comprende all’improvviso di dover cogliere un momento incantato, senza tempo, fermo lì in quella stanza: un momento che non si ripeterà, e per questo non può lasciarsi sfuggire.

Tutto ciò che passa, muore “, si dirà un attimo prima.
E morendo, però, risveglia immagini del passato che riaffiorano. Una presenza delirante e multipla mi prepara, fantasticando, ad un futuro ignoto, nell’eternità delle ore e dei giorni impercorribili.

Adesso questo spettro di alba è la realtà.
Senza quell’uomo Marco tocca con mano il silenzio della propria anima.

Unico conforto, dopo l’idea ormai abbandonata di poterlo ritrovare un giorno, è il paesaggio rivestito oltre la finestra verso il cielo dell’azzurro del mare che lui, ossessionato nel pensiero di una giovinezza ormai lacerata, non sa guardare veramente per separarsi definitivamente dal mondo.

(Era troppo ragazzo per capire: doveva morire e poi rinascere,
e poi
ancora morire e poi ancora rinascere,
e vivere dentro di sé la propria
morte per capire. A Marco)

 

Un pensiero su “Su quel treno per il mare

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