Era notte e pioveva come dio la mandava.
La Mercedes sembrava procedere indisturbata, controllata da un pilota automatico che escludeva da tutti i comandi la volontà di chi era seduto alla guida. Eppure le mani sul volante erano quelle di Marco, e quella era la sua Mercedes.

La donna seduta davanti era Giulia, la moglie di Marco.
Quarant’anni, portati bene. I capelli lunghi, corvini, che le scendevano sulle spalle, e gli occhi scuri rendevano il suo volto ancora più pallido e scavato. Il buio della notte, però, non impediva anzi aiutava a capire che la sua bellezza era semplice ma ancora irresistibile.

Quello seduto dietro, ero io.
Con la mia solita faccia magra, la bocca larga, offuscata da una congenita, rabbiosa malinconia; e con quel sorriso appena accennato. In quel preciso istante, specchiandomi nel finestrino, la mia faccia mi parve strana, una volta di più. Continuavo a fissarmi, mi vedevo incapace di fare del male e di sbagliare, e il riflesso del volto inquadrato nella cornice di quel finestrino era semplicemente quello di un ragazzo. E questo fatto, invece di darmi una qualsiasi identità reale – per la scelta di vita compiuta non aveva alcun senso l’identità di fronte alla società piccolo-borghese in cui, originariamente, avrei dovuto vivere, ma davanti a me stesso -, mi rese più triste e depresso. Soprattutto, questo fatto accresceva maggiormente la mia diversità.

La Mercedes sbandò bruscamente.
Distolsi di colpo lo sguardo dal finestrino e mi concentrai davanti a me. Vidi allora Marco fare un movimento veloce e deciso con lo sterzo, e poi la Mercedes che riprendeva tranquillamente la strada bagnata dalla pioggia.

2.

“No, no. E’ fantastico che noi tre non ci vediamo da un mese, e tu non hai saputo far altro che portarci in questo schifo di posto” disse Giulia.

“Dacci un taglio, Giulia” disse Marco.

Improvvisamente mi sentii spaesato, preso da una incontenibile ansia.
Percepivo la voce di Giulia che parlava a voce alta, a Marco che per tutta la sera si era sforzato di non reagire alle provocazioni della moglie.
Lo guardai nello specchietto retrovisore, e per un attimo vidi che i nostri sguardi si incontrarono. Aveva due begli occhi. E allora mi dissi dentro che l’ho amato sin dal primo istante – da quel giorno che mi presentai al suo studio, per quel colloquio di lavoro – e in questo l’affiatamento sessuale, la reciprocità dell’attrazione fisica aveva giocato un ruolo fondamentale. Ci piacevamo, ci desideravamo, avevamo bisogno l’uno dell’altro. Per tutti questi mesi il nostro rapporto era stato impostato da Marco. Lui ci metteva la volontà, ma ero io che avevo la sensazione di reggerlo, ed eventualmente di potermene sbarazzare quando e come avessi voluto.

Quella notte, invece, mi sentii in trappola.
A vedermi come assorbito da Marco, un uomo sposato, che aveva impiegato anni e anni per costruirsi qualcosa di molto simile a una esistenza normale; aveva sofferto, patito, sopportato. E ora Marco non era certo disposto a rinunciare a niente, di quella sicurezza che aveva raggiunto così faticosamente, per legarsi all’incerto e al caso. Per un ragazzo come me, un ragazzo banale come tanti altri, forse perfino indegno del suo amore.

E cominciai a sentirmi come in una palude.
Anche perché non avrebbe potuto promettermi niente. Marco ci aveva provato tante volte, ed ogni volta era sicuro di volerlo veramente; ma ogni volta che era messo alla prova perdeva irrimediabilmente la sua sfida. Sapeva che per sentirsi vivo sua moglie non gli bastava più, ma sapeva anche che l’amava. Non era solo sesso quello che cercava in me, c’era qualcosa di incomprensibile che dentro di lui faceva nascere il bisogno del mistero, di trasgredire, di stare accanto a qualcuno più giovane di lui, a cui raccontare la sua vita e sapere per certo che l’altra persona non conosceva niente di lui, cui poter fare gesti, dire parole che non poteva fare o dire alla moglie. Sapeva che era sbagliato, e per questo si sentiva anche in colpa; aveva provato a parlarne tante volte con Giulia – o almeno tutte le volte che lei aveva retto a quei discorsi -, ma mai una volta era riuscito a farle capire quello che sentiva dentro; ma era normale: neanche lui capiva cosa provava esattamente per me.

3.

“Cielo, ma tu sei un marito perfetto!” urlò Giulia, all’improvviso. “Cavolo che sciocca che sono… Magari me lo sono sognata che sei un bastardo, non è vero?”

“Piantala, Giulia, stai seccando!” disse Marco.

“Tu amavi l’idea di avere una moglie… Un porto sicuro dove rifugiarti quando ti sentivi smarrito, il calore del mio corpo quando eri troppo stanco per andare a cercarlo altrove… Dovevi sentirti normale per forza: una casa, il lavoro, la moglie. Ecco cosa sono stata io per te in questi anni: il completamento di un tuo fantastico disegno di vita.”

“Per dio, Giulia…”

“Diglielo tu…” e qui Giulia si voltò verso di me, solo per un istante, e fece vagare la mano per aria. “Diglielo tu quanto è stronzo quando ci si mette. Come quella volta a Roma, ti ricordi?… Ma lui sa sempre tutto, lui ha sempre ragione, lui e lui e SOLO LUI!”

Odiavo quella farsa piccolo borghese, non volevo parteciparvi per nessuna ragione.
Mi sentivo ancora il suo sguardo di prima addosso, sul mio, vedevo profilarsi la sua bocca chiusa che a un certo punto si apriva e mostrava una docile lingua fra le labbra rosse e strette; e poi ancora lei che scivolava giù verso il mio sesso, dentro la toilette di quel ristorante griffato, e iniziava a farmi un pompino, e io che la fermavo, che le dicevo che non mi andava, fuggivo, ritornavo al tavolo… Volevo dirglielo, gridarlo là, che non mi importava niente di lei, e invece non risposi!

Intanto Giulia andò sempre più sul pesante, dentro quella Mercedes in corsa, dicendo a Marco che non valeva un cazzo come uomo, e ancora meno come amante, che non sarebbero arrivati a questo punto se non lo avesse voluto lui in prima persona.
Lei era in preda a una furia che la portava a distruggere l’immagine del marito ai miei occhi – mi sono chiesto, spesso, quanto lei sapesse di lui e di me – con un furore che non conosceva barriere. Più continuava a gridare dentro quella Mercedes, più mi rendevo conto che provava solo piacere in quello sfogo. Allora presi una sigaretta dal pacchetto, mi avvicinai, e gliela infilai deciso fra le labbra. Accesi un fammifero, lo accostai al suo viso e le dissi sottovoce, tra i denti:

“Io ti ammazzerei Giulia… giuro che in questo momento ti darei fuoco!”

Lei ammutolì, spinse subito le labbra verso la fiamma.
Rimase così, a guardarmi, e tirò profondamente dalla sigaretta.

Marco rimase in silenzio.
La Mercedes era lanciata sulla strada deserta. Adesso aveva anche smesso di piovere. Vidi di nuovo gli occhi di Marco fissi nei miei, anche se solo per un istante, attraverso lo specchietto retrovisore. E allora sentii un brivido attraversarmi la schiena.
Poi Marco disse semplicemente:

“Ma il fatto è che anch’io…” e qui gli sentii pronunciare il mio nome con molta tranquillità, addirittura con dolcezza, “vorrei morire insieme a lei.”

Era già l’alba, o quasi, quando scesi da quella Mercedes da cinquanta mila euro full optional grigio metallizzato.

Raggiunsi il mio appartamento come una liberazione, e mi preparai un tè verde.
Poi accesi il televisore, e lo sintonizzai su Video Music.
Riempii la vasca di acqua bollente, e mi immersi. Allungai il braccio dentro l’acqua, e pensai a Marco. Ritornare all’avventura mi faceva bene. La vita borghese mi stava uccidendo poco a poco. Dopo quella notte, non lo vidi più.

 

(L’immagine in alto è tratta dal film Locke del regista Steven Knight)

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