Racconto di Federica Maccioni

Racconto pubblicato la prima volta su isogninelcassetto.it il 21/10/2008

Quel lavoro gli piaceva. Era invecchiato sui racconti degli altri. I capelli castani si erano fatti grigi, poi bianchi, poi si erano diradati, ma lui era sempre là.
Quella era la sua scrivania da sempre. Forse, per molti sarebbe stato arido e frustrante, ma per Marcello era invece stata una fonte inesauribile di sorprese.
Fra pochi giorni sarebbe andato in pensione, e qualcuno dei giovani che lui stesso aveva contribuito a formare avrebbe preso il suo posto.

Quel lavoro gli piaceva. Era invecchiato sui racconti degli altri. I capelli castani si erano fatti grigi, poi bianchi, poi si erano diradati, ma lui era sempre là.
Quella era la sua scrivania da sempre. Forse, per molti sarebbe stato arido e frustrante, ma per Marcello era invece stata una fonte inesauribile di sorprese.
Fra pochi giorni sarebbe andato in pensione, e qualcuno dei giovani che lui stesso aveva contribuito a formare avrebbe preso il suo posto.
Marcello sorrise a Stefano, alzando gli occhi dallo schermo al di sopra delle mezze lenti, con quel fare tipico degli anziani che non vedono più bene da vicino. Lo aveva visto arrivare con la coda dell’occhio.
“Marcello, ti ho portato il caffè”.
“Grazie. Ci voleva proprio”.
Sorseggiò il liquido caldo e si tolse gli occhiali appannati per il vapore.
“Ecco, così non ci vedo più del tutto”, sorrise.
Stefano si rese conto, ora che lo vedeva senza le lenti, che i bordi delle palpebre erano arrossati e le ciglia erano cadute quasi del tutto.
Non se n’era mai accorto.
Ebbe pena per lui, gli parve che gli anni avessero infierito sul suo corpo più di quanto sarebbe stato necessario.
Ma il sorriso era quello di sempre: accendeva le rughe di una luce che metteva di buon umore.
Stefano lo guardava in silenzio.
“Cosa c’è?” chiese Marcello.
“Niente”.
Al vecchio parve molto giovane, quasi un ragazzo. Ma per Marcello, erano tutti “ragazzi”, quelli che lavoravano con lui.
“Stavo solo chiedendomi se non ti stacchi mai dallo schermo”. Sorrise. Come chiunque in quell’ufficio, sapeva già la risposta.
“Ah, ti ho beccato. Vuoi farmi parlare un po’, non è così?”
“Vedi tu”, rise il giovane.
Marcello guardò la scrivania con un volto triste che raramente mostrava.
“Questo lavoro mi mancherà”.
“Lo so”, disse Stefano, tornando serio.
“Sai, quando ho cominciato si usava la matita a due punte. Rossa da un lato, blu dall’altro. Correggere le bozze richiedeva giorni. Oggi con il computer bastano poche ore. Ma la magia è restata la stessa”.
Stefano lo guardava.
“Non è neanche la prima volta che me lo senti dire. Ti sembrano le cavolate nostalgiche di un vecchio, dì la verità”.
“No, per niente. È un po’ che ci penso. Ho cominciato anch’io a capire quello che vuoi dire”.
Marcello inforcò di nuovo gli occhiali e gli piantò gli occhi in viso.
“Spiegati meglio”. Si era fatto attento. Quell’argomento lo appassionava, era stato il pilastro portante dalla sua intera esistenza. Non solo quella lavorativa.
“Avevi ragione tu, sai. Ricordo quello che mi dicevi i primi tempi, quando ero appena arrivato. Allora sì, pensavo che fossi un vecchio pazzo”.
Marcello rise: “Non me lo avevi mai detto”.
“Te lo dico adesso”. Rise a sua volta.
“Continua”, disse poi il vecchio.
“Mi domandavo come potessi trovare affascinante un lavoro del genere”.
“Te l’ho detto da subito, il motivo”.
“Lo so, ma mi sembrava un tuo trucco per non impazzire”.
“Sul serio?”
“Bè, ammetterai che affermare di cercare l’uomo, nel nostro mestiere, può sembrare un po’ azzardato, sulle prime”.
“Perché? Non credi anche tu che chiunque scriva lo faccia per esprimere una parte di sé? La sua concezione del mondo, della vita? A volte basta una frase, un’immagine, per dischiudere un mondo”.
“Parli come il mio prof di filosofia al liceo”, sorrise Stefano.
“Ti spaventa che io abbia sempre cercato l’anima dello scrittore, dietro le sue parole? Se vuoi, puoi chiamarla filosofia. Per me è essenziale comprendere i miei simili. Se mi passi l’espressione, sentire il loro sangue scorrere. Un cuore che pulsa nelle parole. Ognuno ha un suo modo di esprimerlo, e questo lavoro è stato una miniera. C’è anche in quelli che scrivono i gialli, anche i più sanguinari. Il mio lavoro è sempre stato trovare i refusi per il nostro capo, là. Ma per me stesso è stato cercare l’essenza dell’uomo”.
“E ci sei riuscito?” Lo sguardo di Stefano era sornione.
“Diciamo che avrei bisogno di una vita in più, per farlo come si deve”, accondiscese Marcello.
“Ti accontenti di poco”. Il tono era leggero e un pochino ironico, ma entrambi sapevano che serviva per mascherare la profondità dell’argomento.
“Provochi?” sorrise il vecchio.
“Sì, certo”.
“Cosa vuoi sentirti dire? Che non sono bastati millenni di pensiero per rispondere? Vuoi intavolare una discussione filosofica?” ridacchiò.
“No, no”, si schermì Stefano. “Non a quest’ora, e non con te. Ne uscirei perdente e farei tardi a cena”.
Marcello era tornato serio, adesso. Non rideva più.
“Stefano, fammi un favore”.
“Dimmi”.
“Quando sarò andato in pensione, quasi di sicuro sarai tu a prendere il mio posto. Cerca di fare quello che puoi perché il tuo lavoro non diventi routine. Non farne una serie di azioni meccaniche. Soprattutto per te, ma anche per gli autori degli scritti che correggi. In ogni cosa che scrivono, le persone mettono un pezzetto di se stesse, credimi, anche quando non lo sanno. Certo che questa è solo l’opinione di un vecchio eccentrico, ma tu li conoscerai a volte in maniera molto più intima di quanto essi stessi non credano”.
“Lo farò. Sai, non ho mai conosciuto nessuno come te”.
“In che senso?”
“Di solito, la gente si accontenta di risposte facili. Tu sei riuscito a non fare addormentare quella parte di te che non è mai arrivata, che è sempre in cerca di qualcosa”.
“Adesso sei tu che vai sul filosofico”. Sorrise, canzonandolo un po’.
Stefano fece segno di sì con la testa.
“Non avrei potuto non farlo”, riprese Marcello.
“Perché?”
“Non lo sai?”
“Forse lo so, ma mi piace ascoltarti”.
Si guardarono un attimo; poi il vecchio, accettando quella specie di strana sfida, disse:
“C’è stato un tempo in cui credevo di essere arrivato, come dici tu. Avevo le mie risposte, tutto era incasellato, tutto era al suo posto. Tutto era tranquillo e senza scossoni, ma stavo morendo dentro. A un certo punto mi ribellai”.
“E…?”
“E ho capito che le domande contano più delle risposte. Anche se ci sono domande che non hanno risposta, ma io continuo a farmele”.
“Sei riuscito a fare questo qui dentro? In questo ufficio?” chiese Stefano, con gli occhi neri un po’ increduli. Si grattò la barba perplesso.
“In questo ufficio”, annuì Marcello. “Bè, non solo”, ammise poi. “Ho anche letto molto, i Grandi Autori, intendo. Ma certo, avere a che fare con tante diverse visioni del mondo, mi ha aiutato”.
“Mi piace questo tuo punto di vista”.
“Davvero?”
Stefano annuì. I capelli neri e ricci, che portava lunghi sul collo, ricaddero sul viso.
A Marcello ricordava una specie di cavaliere medievale, con quella sua barbetta nera e ben curata e quei capelli. Lo immaginò abbigliato con una cotta di maglia e un mantello rosso: aveva visto degli arazzi una volta, in un museo, che raffiguravano re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda. I colori vividi gli erano restati impressi.
Ecco, Stefano gli dava l’idea uno di quei cavalieri. Forse anche per il suo modo di fare, un po’ scanzonato ma sempre misurato.
“Mi pare che per te tutto questo non sia qualcosa di astratto, di fine a se stesso”. La voce del ragazzo lo riscosse.
“Infatti, non lo è”. Lo guardò. “Posso dirti una cosa diciamo così, seria?”
Stefano fece di sì con la testa.
“Non penserai che sono un vecchio pazzo?”, sorrise Marcello.
“Giuro che non lo penserò. E se lo penserò, non te lo dirò”. Il suo sorriso era incoraggiante.
“Ho sempre sentito la necessità di fare di tutto questo la mia vita, il mio respiro reale. Non posso fermarmi. Fermarmi equivale a morire, Stefano”. La sua voce adesso era più intensa. “Non fare questo sbaglio: non fermarti. Non lo dico per il lavoro. Lo dico per te. Io e te ci siamo sempre capiti al volo”, sorrise. “Ti sto parlando come un amico”.
“O come un padre”.
“Mettila come preferisci. Ma dovevo dirti le cose che ho detto”.
“Perché?”
“Prendile come il mio passaggio di testimone. Fra pochi giorni andrò in pensione, e non so se avremo altro tempo per parlare. Ci tenevo a dirti tutto questo”.
Stefano abbassò lo sguardo.
“Grazie, Marcello. Ti ringrazio per averlo fatto”.
Marcello restò in silenzio per un po’. Poi sorrise ancora una volta, di quel suo sorriso tanto particolare, che gli illuminava tutte le rughe.
“Non facevi tardi a cena?”
Stefano balzò in piedi: “Accidenti, è tardissimo! Marta mi ucciderà!”
Marcello rise, e abbassò lo sguardo sullo schermo.

Stefano aveva ereditato la scrivania di Marcello, come lui stesso aveva pronosticato.
Una mattina Giorgio gli si parò davanti. Aveva un giornale in mano, glielo tese senza parlare. Prima di guardarlo aveva già capito, chissà se era stato un presentimento.
Marcello De Rossi. La pagina dei necrologi era piena del suo nome.
Stefano sentì un nodo alla gola.
Chissà se aveva trovato qualche risposta.
Ma forse, a pensarci bene, Marcello non l’avrebbe ritenuto importante.

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