Racconto di Mariagrazia Tumbarello

Racconto pubblicato la prima volta su isogninelcassetto.it il 21/10/2008.

Quando, il giorno del mio trentesimo compleanno, mi giunse in dono un cagnolino senza razza dell’età di tre mesi, capii subito che la mia vita avrebbe subito un repentino mutamento: allora non potei intuire a quale cambiamento faccia oggi riferimento, ma il tempo che trascorse diede ragione a quell’immediata illuminazione.

Confesso che non fu amore a prima vista, come so che va di moda affermare a sottolineare una non sempre sincera sintonia tra uomini ed animali che non è detto scatti da subito o addirittura che scatti mai; nemmeno dire che desideravo da sempre un cagnolino risponde a verità, che altrimenti avrei potuto benissimo procurarmelo senza attendere per trent’anni un atto di generosità, per giunta inatteso, dei miei amici.
Quel giorno restai a casa dal lavoro concedendomi una giornata da celebrare al triste evento della fine del terzo decennio della mia vita. La mia occupazione di segretaria commerciale non era stata propriamente una scelta, ma un ripiego dopo anni di inutili tentativi di inserirmi nel mondo dell’editoria, sogno e speranza dei miei anni di giovinezza. La mia vera passione era ed è la scrittura, ma la fortuna non mi assistette mai nella frenetica e incompiuta ricerca di soddisfare le mie acerbe velleità di scrittrice.
Dopo la laurea in Letterature straniere, avvertii il bisogno di rendermi economicamente indipendente dalla mia famiglia e siccome i sogni servono più a gratificare lo spirito e l’anima di chi li coltiva ma non a soddisfarne bisogni pratici ed immediati, decisi di accantonare momentaneamente l’idea di dedicare sforzi e illusioni alla scrittura e mettermi alla ricerca di un posto di lavoro che mi permettesse di mantenermi.
In breve fui assunta presso una ditta come corrispondente commerciale con paesi esteri: dopotutto non avrei potuto desiderare di meglio o di diverso visto che gli studi delle lingue straniere da me intrapresi avevano trovato una applicazione concreta e immediata all’interno di quella ditta, per giunta non distante dalla mia abitazione. Non potevo dar torto a chi mi reputava fortunata e con la logica finii per cedere alla convinzione che sì, dopotutto, quel lavoro mi concedeva ciò per cui mi ero affannata nel tentativo di accaparramelo: uno stipendio adeguato e tempo sufficiente da dedicare alla mia passione di scrivere.
Il 5 giugno 2002, per ritornare a bomba, nel mezzo di un’ordinata e minuziosa pianificazione della giornata che si sarebbe svolta tra amici convenuti per i rituali auguri alla novella trentenne, la sorpresa: un pacco enorme semi aperto con un fiocco altrettanto gigante rosa e verde e un ciuffo che spuntava in fuori… -che pazzi- esclamai tra me e me alla vista di quel cucciolo tremante e con gli occhi impauriti, frutto probabilmente della sua giovane vita trascorsa in strada senza amore e calore.
Abitavo in casa da sola da ormai un pezzo e immaginavo le difficoltà che mi si sarebbero presentate a dover badare a quell’esserino, che si rivelò ben presto refrattario ad ogni regola che cercai di imporgli per garantirmi una vita il più simile a quella che trascorsi fino a quando Lui, questo il nome da me scelto al mio nuovo compagno, vi si insinuò. Nessuna regola imposta mi garantì il ritorno alla tranquilla apatia che avvolgeva le mie serate di fronte alla televisione, dopo ore ed ore al telefono in ditta a contattare e concludere contratti con clienti nevrotici e invadenti. Lui concentrava tutta la mia attenzione su di sè costringendomi a levatacce mattutine per il passeggio, obbligandomi a rivoluzionare il mio tempo e il mio spazio per fargli debitamente posto.
Figuratevi, al mio risveglio, lo stato in cui versavano gli indumenti che incautamente lasciavo incustoditi tra divano e letto, regolarmente presi di mira e minacciati dalla forza mascellare del mio nuovo compagno, per non dire della rivoluzione cui Lui si era da subito impegnato in casa, alla perenne ricerca di oggetti da frantumare e di mobili su cui posare le sue stanche membra. Goccia che fa traboccare il vaso: un mattino, vestita di tutto punto per l’atteso appuntamento annuale con i dirigenti della ditta principale nostra acquirente, sull’uscio del portone in uscita da casa, mi accorgo di uno strappo al centro del sontuoso abito pensato per l’occasione… immediata la contromisura di riparare al danno subito da Lui, con uno sguardo fisso all’orologio a voler accertare la possibilità del rimedio.
In un lampo mi rivesto e giù di nuovo per le scale dove Lui mi sta amorevolmente aspettando… la coda penzoloni sull’ultimo gradino mi regala l’atto di chiusura di quella giornata memorabile: vi inciampo con tutto il mio peso e in un istante sono bella e riversa sul pavimento… gli immediati soccorsi dei vicini non mi consentono di giungere all’appuntamento di lavoro in tempo debito ad affrontare i clienti attesi da un anno. I giorni seguenti, contrassegnati da negligenze di varia natura, accelerano il mio allontanamento dalla ditta, ufficialmente sancito poco prima dell’arrivo di Natale. Lui, ignaro di tutto, resiste fedelmente al mio fianco e io mi arrabatto alla disperata ricerca di un decente posto di lavoro con cui dignitosamente far fronte alle mie giornate. I preparativi, più mesti del solito, per il sopraggiungere delle feste, sono bruscamente interrotti dalla telefonata di una casa editrice milanese che mi annuncia il ricevimento di un mio manoscritto risultato gradito e prospettandomi la possibilità di pubblicazione. Non ricordo di aver ultimamente spedito alcunché, ma l’arcano è presto svelato: nella fretta di concludere la mia esperienza di lavoro nella ditta, dimenticai un CD con alcuni miei scritti; la dirigente che aveva provveduto al mio licenziamento, probabilmente per tacitare la coscienza che le rimordeva, aveva pensato di farlo pervenire ad alcune case editrici della zona… ora eccomi qui, con il contratto dell’agenzia in una mano e, adagiato sull’altra, Lui che scodinzola soddisfatto per l’inconsapevole impresa.

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