Racconto di Andrea Bertolaso

Racconto pubblicato la prima volta su isogninelcassetto.it il 12/01/2009

Il sole filtrò come sempre da molto tempo attraverso gli scuri semidistrutti della finestra al suo fianco. I raggi alternati dall’ombra delle imposte disegnarono arabeschi sulla polvere del pavimento sconnesso, risvegliando nella loro apparente complicazione, ricordi di giorni vivi andati.

In un attimo si fissò ciò che vedeva da molti anni, e che solo le stagioni e le ore del giorno erano in grado di diversificare, seppur solo nell’apparenza. La stanza spoglia, oramai in sfacelo, risvegliava in lui una malinconia struggente, perchè erano vividi nella sua memoria i giorni in cui quella stanza era luogo di transito di anime e di storie. Non potè evitare di rivedere tutti i volti che si erano succeduti in quella stanza. Tutti i corpi che singolarmente si erano a lui donati, e non poteva dimenticare neppure tutti quegli amplessi di cui era stato muto testimone. L’immagine si offuscò per il veloce transito di un piccolo topo di campagna, che aveva trovato rifugio sicuro dietro al battiscopa oramai logoro. Il tuffo di vita che provò era il medesimo che provava quando la vita umana abitava quella stanza. Ora lo emozionava anche il solo vedere qualche pigra mosca estiva, girare caparbia attorno al centro immaginario di quella stanza grigia e triste, e continuare per ore quel volo geometrico, forse ottagonale, ed incredibilmente misterioso. Ma il topolino era veramente l’immagine che lo riempiva ancora di speranza. Non capiva quale fosse il nesso tra il piccolo roditore, e la speranza, ma il solo scorgerlo nel suo campo visivo, lo riempiva nuovamente di movimento, ed in quella stanza in cui niente sembrava mai mutare, anche il rapido passaggio di un piccolo essere vivente rappresentava l’assoluta consapevolezza dello scorrere della vita.

L’arabesco sul pavimento era in lentissimo movimento, determinato dall’illusorio movimento dell’astro nel cielo. Anche quelle piccole variazioni rappresentavano un cibo goloso per il suo bisogno di movimento, di cambiamento. Malediceva le giornate di nuvolo, quando il sole si rifiutava di fargli visita, ed il grigiore della stanza precipitava nella tristezza dell’immobilità. Ed ancora di più disprezzava le notti senza luna, in cui niente esisteva più davanti al suo sguardo, e la notte assoluta sembrava allargarsi come una lenta marea silenziosa nel momento in cui il crepuscolo abbandonava il cielo, ed ingoiava ogni particolare della stanza rendendo ogni cosa uguale all’altra. Lui non poteva chiudere gli occhi neppure in quei momenti, e le sensazioni di guardare il nero più assoluto erano quasi dolore allo stato puro, una sorta di assoluta negazione della sua essenza.

C’erano state visite inaspettate, ed in quei momenti aveva sperato tanto che il passato per lui glorioso tornasse. Ma erano stati passaggi rapidi e senza futuro, che avevano semplicemente acceso un’illusione che si era consumata lentamente in delusione prima, e rassegnazione poi. Anche i suoi sogni oramai erano stati consumati dal tempo, perchè anche i sogni sottostanno all’ingiuria del tempo, che ha il potere di eroderli piano piano, e di renderli sempre meno vividi e sempre più frammentari. Oramai non sapeva più cosa aspettarsi, e forse avrebbe voluto tanto riposarsi.

Il rumore che sentì lo distolse dai suoi cupi pensieri, ed una nuova speranza, assolutamente inaspettata, sembrò sorgere dagli arabeschi di luce, e risplendere misteriosa davanti a lui. Vide luce sotto la porta, e poi la porta si spalancò di colpo, violentemente, e la stanza si vestì di nuova luminosità riproponendogli particolari che aveva scordato. Due persone entrarono cicalando allegramente, ed una transitò davanti a lui, riempiendolo di meraviglioso movimento. Quella persona spalancò la finestra, ed il sole esplose violentemente dentro la stanza. Ci mise un attimo a riprendersi, perchè aveva scordato la luce, completamente scordato di come la luce dipingesse i particolari. Rimase senza fiato davanti alla stanza ingiuriata da anni di abbandono, e rimase senza fiato davanti alla luminosa vivacità dell’aria dipinta dal sole. Entrò in uno stato d’attesa, come se fosse consapevole che in quei pochi istanti si sarebbe deciso il suo destino, e si rese conto che qualunque fosse stato, non gli sarebbe importato, perchè emozioni ne aveva assorbite per tanti anni, e negli ultimi anni era riuscito a vedere come straordinari anche i piccoli eventi insignificanti che accadevano davanti a lui. Aveva imparato che la straordinarietà è ciò che esce dall’ordinarietà, e che più straordinaria è una vita, e più difficile risulta che qualche cosa possa sorprendere. Più è ordinaria una vita, e qualunque piccola cosa esca dal solco del quotidiano, risulta straordinaria. E quell’attimo, dopo tanta monotonia, era la cosa più straordinaria e meravigliosa che gli fosse mai successa.

“Uhm… è un casino qui dentro… guardi… c’è uno specchio… lo vuole tenere ?”
“È conciato malissimo… no no… lo porti pure in discarica con il resto dei rottami”.

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