Racconto di Antonio Granci

Racconto inserito per la prima volta su isogninelcassetto.it il 08/01/2009

Negli attimi in cui l’aereo acquista velocità per realizzare il decollo, mi abbandono sul sedile ad occhi chiusi. Non ho mai sopportato il senso di vertigine che mi coglie quando si abbandona la terra per il cielo.

Non è paura né tanto meno emotività, è solo desuetudine alle altezze improvvise, una specie d’intolleranza al guardare rapidamente dall’alto in basso. Una volta poi raggiunta la quota di volo, quando le possenti ali dell’aereo arrivano a ferire l’alta atmosfera come un rasoio, tutto si aggiusta e io posso assaporare la bellezza del viaggio.

Ogni viaggio ha dentro di sé una storia.
Mio nonno affermava che i grandi viaggi della vita avvengono per due motivi essenziali: per soldi o per amore. Si era dimenticato, o forse desiderava farlo, che il destino gli aveva imposto un terzo, incomodo ordine di viaggio: la guerra. Era stata proprio quella che l’aveva portato dalla piccola verde Umbria e dai suoi campi da coltivare fino a Vittorio Veneto, dove aveva difeso la patria a rischio della stessa vita.
Mi guardo attorno. Una hostess magnificamente avvolta nella sua divisa azzurra più del cielo, sta percorrendo il corridoio centrale con movimenti sinuosi, regalando sorrisi e folate leggere di profumo muschiato. La sua bellezza è indiscutibilmente perfetta, forse un po’ troppo imprigionata nel gelido rigore del ruolo. Mi viene da pensare come vivono l’amore sulla terra queste donne che trascorrono gran parte della loro vita in cielo.
Già, l’amore… È proprio quello il motivo del mio viaggio oltre confine. Finora l’Europa che ho conosciuto è stata quella fino a Vienna, non sono mai andato oltre. Adesso invece mi sto spingendo ancora più ad Est perché…

“Sa dirmi dove siamo?”
Il suono di queste parole mi strappa dai pensieri, e mi fa prendere coscienza solo adesso del passeggero che occupa il posto al mio fianco.
“Prego?” gli rispondo di rimando, non avendo ancora focalizzato la natura della domanda che mi è stata rivolta.
“Volevo sapere se lei poteva indicarmi quale territorio stiamo sorvolando. Abbiamo già oltrepassato l’Italia?”
Guardo attraverso il vetro dell’oblò. Tutto quanto attorno a noi è solo cielo.
“Temo di non saperlo. Forse… forse siamo già in Austria…”
“Lo vede? È proprio questo il problema.”
“Quale problema?”
“Il cielo non ha confini, segnali, punti di riferimento. Non è dato sapere dove ci troviamo, quando siamo in volo.”
Sorrido.
“Forse è proprio questo il bello” gli rispondo con un misto di curiosità e divertimento.
Solo ora i miei occhi incrociano quelli dell’interlocutore che mi siede accanto, un uomo sulla sessantina con i capelli brizzolati pettinati all’indietro e un paio di baffi sottili troppo scuri per essere naturali.
“Personalmente” mi dice “io preferirei sapere quando passiamo da uno stato all’altro. Così come esistono le acque territoriali, così un confine dovrebbe esserci anche nel cielo.”
Mi viene ancora da sorridere, prima di rispondere.
“Infatti, esiste lo spazio aereo” aggiungo subito.
“Ma noi passeggeri non riusciamo ad individuarlo. Invece ci vorrebbe qualcosa che delimitasse visibilmente gli spazi del cielo anche per noi.”
“Mi sembra un’impresa impossibile.”
“Non credo. Potremmo scegliere una nuvola come quella laggiù, per esempio, quella a forma di colomba, vede?”
“Sì, certo la sto vedendo. Ma andrebbe bene anche l’altra là in fondo, a forma di cuore!”
“Lo vede che comincia a darmi ragione?”
Mi lascio trascinare da questa specie di gioco fanciullesco che serve almeno a far trascorrere il tempo.
“C’è però un problema” replico all’improvviso.
“Quale?”
“Il vento può cambiare la posizione delle nuvole e modificare i confini.”
“E non sarebbe ancora più interessante? In fin dei conti il mondo è di tutti, e ognuno di noi è cittadino dello stesso pianeta.”
Devo riconoscere che il mio vicino di poltrona è molto deciso nel sostenere le sue tesi.
“Adesso però, lei cade in contraddizione” gli dico. “Prima vuole vedere i confini del cielo e poi diventa sostenitore della fratellanza senza limiti!”
L’uomo diventa pensieroso e abbassa gli occhi.
“I veri confini, le reali contraddizioni, sono dentro di noi. Le nostre paure, l’egoismo, l’intolleranza, la mancanza di sogni, la disperazione. Fino a quando non ci renderemo conto che siamo tutti figli dello stesso Cielo, non supereremo mai i limiti delle nostre inquietudini.”
Guardo fuori mentre un profondo spessore di silenzio accompagna le ultime parole del mio vicino di posto.
“Spero solo che questo non sia un viaggio oltre i confini dei suoi desideri” aggiunge con un certo tono di gravità.
“No, anzi, quest’aereo mi sta portando proprio là dove voglio andare.”
“Allora sorrida alla vita e al pensiero che ogni confine ha la sua finalità di esistere proprio nel desiderio che noi abbiamo di superarlo.”
Annuisco in silenzio, mentre l’aereo comincia a compiere ripetute manovre d’inclinazione per ridurre la quota della rotta.
“Guardi!” esclamo. “Siamo arrivati in Ucraina. Quella nuvola laggiù che sembra un fiore aperto è il suo confine sul cielo.”

Sorride, il mio compagno di viaggio, mentre rapidamente la cortina delle nuvole si apre ai nostri occhi come un sipario e ci ridona la vista della terra. La ieratica maestosità dei Carpazi e l’inconfondibile profilo bizantino delle costruzioni, si mescolano all’umida ombrosità dei boschi e all’estensione infinita delle steppe. Poi compare l’aeroporto con le piste aperte e intersecate che accolgono il nostro atterraggio in un abbraccio brusco e scivolante. I motori si spengono e dopo attimi d’attesa che mi permettono di congedarmi dal mio estemporaneo compagno di viaggio, veniamo prelevati dal pullman che ci conduce alla zona dei controlli.
Nel breve percorso di questo spostamento, mi chiedo quanti confini abbiamo già superato nella traiettoria del volo.
Per ognuno di noi il cielo è uguale e senza limiti.
Intanto che mi ripeto questo, mi accorgo che siamo giunti a destinazione. Scendiamo.
Superare i controlli è meno difficile del previsto.
Oltre il confine, di là da una parte di mondo che ancora non conosco, tenero e irresistibile c’è ad attendermi un sorriso di donna.

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