Racconto di Federica Maccioni

Racconto inserito per la prima volta su isogninelcassetto.it il 06/02/2009

Non so il mio nome.
Nella foresta mi chiamavano Ghepardo, perché sapevo colpire e fuggire silenzioso come un ghepardo.
Mi ricordo poco della vita di prima.

Una notte sono arrivati dei soldati. Gridavano, minacciavano con i fucili. Il padre di un mio amico, era il capo villaggio; ha chiesto cosa volevano, non mi ricordo cosa hanno risposto. Poi lui ha ordinato di andarsene, e loro hanno sparato. La sua testa è esplosa. L’hanno lasciato per terra, mentre la moglie urlava e si graffiava la faccia. Allora hanno sparato di nuovo, e lei è caduta.
C’era sangue dappertutto e il mio amico aveva gli occhi spalancati, grandi, sembravano più grandi della testa.
Gli uomini hanno cominciato a far uscire i bambini dalle capanne, e sparavano a tutti quelli che chiedevano qualcosa. Hanno sparato anche a mio papà. Il mio papà è chiuso dentro di me, ora. Non lo faccio mai uscire perché non devo piangere. Io sono il Ghepardo, e i ghepardi non piangono.
Ci hanno presi, noi bambini. Anche mia sorella piccola e il mio amico, e ci hanno portati nella foresta.
Poi qualcuno ci ha dato del latte. Doveva esserci qualcosa dentro, aveva un sapore strano, ma dopo averlo bevuto ci siamo sentiti bene, più leggeri. Allora i soldati hanno detto: “Adesso vi insegniamo a sparare”.
Siamo andati in uno spiazzo dove c’erano delle assi piantate a terra, e dovevamo immaginare che quei pezzi di legno fossero gli uomini che avevano ucciso i nostri genitori; a noi sembrava quasi vero, quando ci pensavamo. “Ammazzateli”, ci hanno detto.
Il fucile pesava: la prima volta che ho sparato, mi ha spinto indietro. Io sono caduto, e tutti gli uomini hanno riso. Ma poi ho capito come si fa, e non sono più caduto.
Dovevamo centrare dei cerchietti disegnati sulle assi. Io li bucavo tutti, nessuno era più bravo di me. Ho imparato a usare anche il machete, il pugnale e tutte le altre armi.
Dopo un po’ di tempo hanno cominciato a portarci a combattere. Ci davano il latte prima, e dopo averlo bevuto noi ci sentivamo forti come elefanti e feroci come leoni, e andando in battaglia urlavamo e la gente aveva paura.
Quando ho ucciso il mio primo nemico non mi è piaciuto. Ho vomitato, e i soldati hanno riso di me. Da allora il mio latte aveva un gusto più forte. La nausea non mi è più venuta, e quando mi veniva non ci facevo caso. Però quando tornavo al campo dovevo lavarmi le mani tante volte, perché erano sporche di sangue e non si pulivano mai. Mi lavavo anche le orecchie perché non riuscivo a togliere le urla che ci restavano dentro.
Poi piano piano ho imparato a non far entrare le grida nella mia testa e a non sporcarmi le mani: non so come ho fatto, è successo da solo. Allora hanno cominciato a chiamarmi Ghepardo, e quando tornavamo al campo mi facevano festa, perché avevo ucciso tanta gente. Mi facevano bere la birra e una volta mi sono ubriacato e tutti mi davano pacche sulle spalle e ridevano, ma sono stato malissimo per due giorni, dopo.
Durante un’azione, il mio amico è morto. Io l’ho visto, era vicino a me. Era pieno di sangue e aveva gli occhi grandi come quando ci avevano portati via. Poi ha smesso di respirare.
Vedevo poco mia sorella, perché stava in una tenda con le altre ragazze e i soldati non volevano che maschi e femmine parlassero tra loro. Però una notte lei mi ha svegliato. Piangeva, piangeva. Non si fermava più. Mi sono alzato e ho visto tanto sangue che le colava giù per le gambe, ma non mi voluto spiegare il perché.
L’ho accompagnata al fiume e le ho detto di pulirsi bene per vedere dove era ferita e se era grave; allora lei ha smesso di piangere e mi ha detto che era stato il comandante del nostro gruppo. L’aveva svegliata, le aveva detto di seguirlo. Poi le aveva fatto male, tanto, e le aveva detto che da ora in avanti lei doveva dormire tutte le notti nella sua tenda. Ma quando lui si era addormentato era fuggita senza farsi sentire, ed era venuta da me. Aveva paura, non voleva che lui le facesse male ogni notte.
“Portami via”, mi ha detto. “Dormono tutti, andiamocene”.
Allora le ho preso la mano e siamo corsi via nella foresta. Le sentinelle non si sono accorte di niente, perché io sono il Ghepardo, e nessuno sa muoversi silenzioso come me.
Cercavamo un villaggio di cui i ragazzi più grandi del nostro battaglione parlavano sempre: dicevano che là c’erano degli uomini che aiutavano i bambini quando non volevano più fare la guerra. Io sapevo che un ragazzo che tutti chiamavano Cobra era scappato per andarci, e prima di fuggire mi aveva spiegato la strada. Non so come faceva a conoscerla, ma era grande, e i grandi sapevano sempre più cose di noi piccoli.
Dopo due giorni siamo arrivati. Cobra era là. Era più grasso, e ci ha abbracciati quando ci ha visti. C’erano tanti altri bambini, che ci hanno detto di essere stati soldati anche loro.
Gli adulti ci hanno dato da bere, da mangiare, da lavarci. Alcune donne hanno portato via mia sorella e quando è tornata era pulita e pettinata, non aveva più addosso la divisa mimetica, ma un vestito colorato come quelli che usava mia madre. Una delle donne la teneva per mano e le sorrideva.
C’erano anche alcuni uomini bianchi, e la nostra gente ha detto che erano dei guaritori. Mi hanno portato in una stanza tutta bianca, e un uomo con un vestito bianco mi ha fatto spogliare. Ha detto che doveva visitarmi, mi ha appoggiato un pezzetto di ferro freddo sul petto e io dovevo respirare con la bocca aperta. Poi mi ha dato una maglietta pulita e un paio di pantaloni.
I primi tempi mi veniva voglia di bere quel latte che ci davano nella foresta, ma qui non ce n’era. Una volta mi sono buttato per terra e mi strappavo i capelli e non riuscivo a smettere, perché volevo il latte. Allora mi hanno fatto una puntura, e dopo sono stato meglio. Poi è passato, e il latte non mi è venuto più in mente.
Stavo sempre con Cobra, mia sorella e gli altri ragazzi. Un bambino di nome Akin mi ha insegnato a giocare a pallone, e siamo diventati amici. Non avevo mai giocato a pallone.
Spesso però ci veniva voglia di vedere il sangue e di uccidere, allora ci picchiavamo forte fra noi, e una volta un ragazzino ha ferito una bambina. Gli adulti non si sono arrabbiati, ma sono diventati molto tristi e gli hanno spiegato che ora non era più nella foresta e che nessuno gli era nemico.
Poi quel ragazzo non ha più picchiato nessuno, e qualche volta l’ho visto piangere anche se è più grande di me. Io invece non piango mai, perché sono il Ghepardo.
Ma anche a me piano piano la voglia di uccidere è passata. Forse sarà stato perché ogni giorno ciascuno di noi parlava con quei guaritori; ci facevano raccontare tutto quello che ricordavamo, e dopo ci sentivamo meglio, dopo. Anche mia sorella stava meglio, e la notte non si svegliava più urlando per la paura del capitano che le aveva fatto male.
Qualcuno dei bambini che c’erano al villaggio era senza gambe, andava in giro su una sedia con delle ruote. Mi hanno spiegato che era per colpa delle mine, e io sono restato stupito, perché sapevo che cosa sono le mine e come sono fatte; una delle prime cose che ci hanno insegnato al campo è che vanno lasciate dove si trovano e non toccate per nessun motivo. Quei bambini non lo sapevano, le hanno viste belle e colorate e volevano giocarci, così sono saltati sulle mine.
Pochi giorni dopo che siamo arrivati, i bianchi hanno fatto una cosa stranissima.
Tutti li guardavamo a bocca aperta, perché hanno messo delle luci colorate su un albero finto. Non avevo mai visto alberi fatti così e con tutta quella roba brillante sopra. Gli adulti si divertivano, legavano ai rami palline colorate e nastri luccicanti. Akin mi ha spiegato che era per il Natale. Lui era qui da tanto tempo, e l’aveva già visto due volte. Il Natale è una festa che fanno i bianchi, ed è il compleanno di un bambino che è nato più di duemila anni fa, mi ha spiegato.
“Ma allora non è più un bambino, è un vecchio vecchissimo”, ho detto io.
Gli adulti hanno riso, ma non come ridevano i nostri comandanti al campo. Quelle erano risate che facevano male dentro. Adesso invece era venuto da ridere anche a me. Era bello vedere che la mia gente aiutava i bianchi a preparare l’albero: dicevano che a Natale avremmo fatto festa con loro.
Però quel bambino di duemila anni mi ha dato da pensare per molti giorni e molte notti. Poi ho chiesto spiegazioni. Akin non sapeva niente di lui, allora siamo andati da una ragazza con i capelli biondi e gli occhi del colore del cielo, che si chiama Marcella. Lei ha detto che no, non è più un bambino, è diventato grande ed è stato ucciso perché diceva che gli uomini sono tutti uguali, e che i ricchi devono dividere con i poveri quello che hanno, e che bisogna aiutarsi l’uno con l’altro come fratelli. Ha raccontato anche che lui voleva molto bene alle donne e ai bambini, e che diceva che esiste un posto bellissimo dove tutti gli uomini che restano bambini nel cuore andranno dopo morti. Marcella ha spiegato che dei soldati l’hanno ammazzato come a quel tempo si ammazzavano gli schiavi ribelli, appendendolo a un pezzo di legno con dei chiodi nelle mani e nei piedi e lasciandolo soffocare piano piano quando non è più riuscito a tenersi su con le gambe.
“I miei comandanti hanno mai pensato a far fuori la gente così”, ho detto io, “eppure di modi me ne hanno insegnati tanti”.
La ragazza mi ha abbracciato e non ha detto nulla.
Poi ne ho parlato con mia sorella, e lei è rimasta colpita dalla faccenda che tutti gli uomini sono fratelli: ha detto che il capitano che le ha fatto male quella notte non sarà mai suo fratello. Io ho pensato che neanche i nostri ufficiali potranno mai esserlo.
Una volta ho chiesto a Marcella che cosa c’entra un albero colorato con un uomo saggio ucciso in quel modo, ma lei ha detto solo che da loro usa così.
Poi una sera ci hanno spiegato che quella notte era Natale, e i bianchi hanno voluto fare davvero festa con tutti quanti noi, adulti e bambini. La roba da mangiare era più buona del solito, e c’era anche del vino che faceva le bolle, ma io non l’ho bevuto perché non volevo ubriacarmi di nuovo. Ci hanno dato dei pacchettini colorati, uno ciascuno, a noi ragazzi. Dentro c’erano dei quaderni e delle matite colorate.
Il giorno dopo ho cominciato a disegnare. Disegnavo tutto quello che mi ricordavo della mia vita nella foresta con i soldati. La matita rossa e quella nera si sono consumate in fretta. Marcella mi chiedeva spesso di farle vedere i miei disegni e spiegarglieli. Ogni volta vedevo che piangeva di nascosto.
Io, intanto, pensavo sempre a quello che aveva detto quell’uomo ammazzato sulla croce, così si chiama il legno dove l’hanno appeso: che gli uomini che restano bambini nel cuore vanno in quel luogo bellissimo dopo morti, e non capivo. Perché dopo morti? Perché non possono andarci da vivi? E poi, che vuol dire bambini nel cuore?
Ci ho pensato spesso, ed è passato del tempo.
I bianchi hanno tolto le luci dall’albero finto e sono andati a curare altra gente in altri villaggi, ma io e mia sorella siamo restati qui. Marcella mi ha regalato una delle palline colorate che erano attaccate all’albero strano, e quando la guardo penso a quell’uomo di duemila anni fa e a tutte le cose che ha detto.
Prima di andarsene, i guaritori bianchi hanno insegnato alla mia gente a curare le malattie con le loro medicine, che sono diverse da quelle degli stregoni. Gli sciamani le usano tutte e due, per essere più sicuri, però. Ogni tanto i bianchi tornano a trovarci, e io ho rivisto spesso Marcella. Qualche volta si sono fermati molto tempo con noi, e abbiamo parlato tanto; sono contento quando Marcella viene al villaggio.
C’è anche una donna che ci fa da mamma, e il suo nome è Hawa. Lei ci ha detto che il villaggio adesso si chiama centro di prima accoglienza. Non so cosa vuol dire, ma ogni giorno arrivano bambini, qui. Alcuni con le divise da soldato come me e mia sorella, alcuni sono feriti, senza gambe, senza occhi, senza braccia. Molti muoiono e io penso che loro ci vadano, in quel posto bellissimo. Loro ce l’hanno, il cuore da bambini. Anche il mio amico deve esserci andato, quello che è morto nella foresta, il figlio del capo villaggio.
Ma io voglio andarci da vivo. L’ho detto a Marcella, e un giorno le ho chiesto anche se non possiamo provare a costruirlo noi, per poi andarci tutti insieme. Quella volta, lei ha sorriso e ha detto che qualcuno ci ha provato. Mi ha fatto vedere delle foto di un uomo che aveva la pelle scura come me, che è stato ucciso anche lui, come Gesù, l’uomo della croce. Lui si chiamava Martin ma non l’hanno appeso alla croce: gli hanno sparato. Poi lei mi ha dato delle altre foto, un uomo avvolto in un vestito bianco, con piccoli occhiali rotondi. Si chiamava Gandhi. Anche lui ci ha provato, ma hanno sparato pure a lui.
Allora, anche se sono il Ghepardo, ho deciso che non sparerò mai più.
Mi sa che non serve, però, perché quando arriva qualche ragazzino nuovo, capisco che i bambini continuano a morire e saltare sulle mine. Capisco che gli adulti continuano a obbligarli a uccidere la gente, come hanno fatto con me e mia sorella. Capisco perché hanno sparato a Martin e a Gandhi, e messo Gesù sulla croce: perché nessuno lo vuole, quel posto bellissimo, qui, sulla terra.
Se no, lo avrebbero già costruito.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...