Racconto di Francesco Cocco

Racconto pubblicato la prima volta su isogninelcassetto.it il 08/01/2009

A Simone le costruzioni non piacevano un granché. Si annoiava facilmente e non gli veniva mai in mente qualcosa d’intelligente da costruire, ma, essendo il gioco preferito di Giorgio, non disse niente a riguardo. Giorgio era il suo migliore amico e insieme si divertivano come matti.

Ora stavano cercando di costruire un fortino. Simone non era sicuro di sapere cosa fosse ma non aveva detto niente a riguardo. Era sicuro che una volta iniziata la costruzione avrebbe capito a cosa si riferiva.
D’altronde non voleva deludere il suo amichetto. Altre volte era capitato che Giorgio se n’era andato via offeso e Simone si era ritrovato a giocare solo tutta la sera. Troppo rischioso. Molto meglio stare zitti e accontentare l’amico.
“Ma quanto deve essere grande questo fortino?” chiese Simone.
“Almeno quanto te” rispose Giorgio.
“Ma non abbiamo abbastanza pezzi!”
“Allora almeno quasi quanto te” disse Giorgio.
Simone decise di non dire altro. Continuava a cercare i pezzi giusti da attaccare alla base del fortino. Aspettava che Giorgio prendesse i pezzi prima di lui. In questo modo doveva semplicemente prendere quelli che avevano la stessa forma.
Giorgio andava a trovarlo quasi ogni giorno della settimana. Si erano conosciuti da poco e Simone non si ricordava neanche come. I due avevano la stessa età. Sette anni appena compiuti. Ma non frequentavano la stessa scuola. A dire la verità Simone non sapeva a quale scuola era iscritto l’amico. Non glielo aveva mai chiesto e in fondo non gli interessava. Quello che contava era che lui andasse a casa sua di pomeriggio anche se era solo per giocare con le costruzioni.
Diceva a tutti i suoi compagni di scuola che Giorgio era il suo migliore amico e che insieme si divertivano un mondo. E che sarebbero rimasti amici per sempre.
Di solito giocavano per un paio d’ore. Poi Giorgio doveva andare via. La mamma lo veniva a prendere, anche se Simone in realtà la madre dell’amico non l’aveva mai vista.
Giorgio semplicemente si alzava e diceva:
“Ora devo andare. Mia mamma è venuta a prendermi.”
Poi usciva dalla stanza.
Simone rimaneva a giocare ancora un pò da solo e poi raggiungeva la sua mamma in salotto. Anche quello era uno dei suoi momenti preferiti. Verso le sette di sera la mamma si sedeva nel divano e guardava la televisione.

Ogni volta che si sedeva accanto a lei la madre lo stringeva a se ed un sorriso si dipingeva sulla sua faccia. La madre era sempre triste da quando il marito era andato via. Forse sentiva la sua mancanza. Anche Simone ogni tanto pensava al padre, ma non più di tanto. Il suo sguardo severo e quel sorriso cattivo avevano un effetto intimidatorio su di lui. In fondo la sua uscita di scena lo aveva sollevato parecchio. Si chiedeva se mai sarebbe tornato. Sperava di no. Decise di non condividere quei pensieri con nessuno. Neppure con Giorgio. Non voleva che la gente pensasse fosse un bambino cattivo.

Maria pensava di aver toccato il fondo. Mai qualcosa che fosse andato nel verso giusto. Ora si trovava senza lavoro, quasi quarantenne e in procinto di divorziare da suo marito, colpevole di aver ceduto alla tentazione di carne più giovane e attraente. La storia più vecchia del mondo. Maria non era diventata altro che l’ennesima statistica di una piaga che continuava a colpire milioni di coppie nel mondo. La sua unica ragione di sopravvivenza era Simone. Avrebbe lottato per suo figlio, a costo di fare il lavoro più degradante sulla faccia della terra. Era orgogliosa di aver dato alla luce un bambino come Simone. Così diverso dai suoi coetanei e così speciale.
Senza di lui probabilmente avrebbe ceduto molti mesi prima. Sarebbe caduta in una profonda depressione che probabilmente avrebbe portato ad azioni smisurate e a conseguenze catastrofiche. Simone era la sua ancora ed era intenzionata a rimanerci aggrappata con tutte le sue forze.
Maria non aveva molte amiche. Purtroppo il suo carattere non l’aveva aiutata nel gestire relazioni con altre persone. Si considerava una di quelle donne che erano nate per stare con un uomo. Non le era mai importato avere tanti amici. La sua principale preoccupazione era quella di trovare un compagno. L’idea di invecchiare da sola la spaventava terribilmente. Piuttosto avrebbe sposato il primo sfigato che le fosse passato sotto il naso. Fortunatamente non andò così. Aveva conosciuto un uomo di cui si era perdutamente innamorata e con il quale era intenzionata a passare il resto della propria esistenza. I primi anni della loro relazione furono stupendi. Non una piega, non uno scricchiolio. Un rapporto solido e autentico culminato con la nascita di un figlio stupendo. Maria credeva d’essere speciale. Le era capitato tante volte di sentire le sfortunate storie delle amiche tradite, umiliate e maltrattate dai propri compagni. Maria le compativa. Era sicura di avere qualcosa in più di loro e cose come quelle non potevano entrare nella sua vita. Non lo avrebbe permesso. O almeno così pensava. Quando il marito decise di fare le valigie e abbandonare la sua cara famiglia, la povera Maria non aveva percepito il minimo segno di una crisi che aveva iniziato a prendere forma molto tempo prima.
Non portava rancore al marito. Inizialmente aveva provato un odio grandissimo per se stessa. Per non essersi accorta di niente. Per essere stata così presuntuosa. Per non essere stata in grado di soddisfare a pieno i bisogni del marito. Aveva commesso degli errori e non si era accorta di niente. Il marito l’aveva punita. E lei se lo meritava. Si meritava tutto. Si sa che le sfortune si accumulano. Maria aveva sempre lavorato con il marito e, subito dopo il fattaccio, fu costretta a lasciare il lavoro. Era grata che lui non avesse chiesto la custodia del figlio. Quello non l’avrebbe sopportato. In realtà lui non era particolarmente attaccato a Simone. Non era mai stato un padre presente né tanto meno interessato.

Così ora viveva nella sua vecchia casa con il bambino. Sapeva che non si sarebbe potuta permettere a lungo quell’appartamento. Cosi aveva iniziato a cercare un posto più piccolo e più economico. Da una parte era contenta. Almeno non avrebbe avuto a che fare con la sua vicina di casa. Da anni erano in guerra per la divisione del giardino in comune e ancora non erano riusciti a trovare un accordo. Almeno trasferendosi avrebbe messo fine a quella stupida e inutile lotta.

Simone adorava le domeniche. Era il suo giorno preferito perché Giorgio andava a casa sua per giocare dalla mattina. Rimanevano assieme tutta la giornata. Quella Domenica arrivò abbastanza presto. In realtà Simone non si accorse immediatamente della sua presenza. Lui era ancora a letto in dormiveglia quando improvvisamente sentì un rumore all’interno della stanza. Aprì gli occhi e vide l’amichetto che metteva in ordine le costruzioni.
“Quando sei entrato?” chiese Simone.
“Poco fa” rispose Giorgio.
“Non ti avevo mica sentito.”
Giorgio ignorò l’ultimo commento.

Le tende erano ancora chiuse. A Simone piaceva la luce filtrata che illuminava la stanza creando un’atmosfera quasi magica. Sua madre aveva cercato più volte di cambiarle, ma lui si era opposto. Simone scese dal letto e si avvicinò alla finestra per aprire le tende. Ora la luce avvolse completamente la piccola stanza. Il bambino stropicciò gli occhi e guardò fuori. Giorgio si mise accanto a lui. Entrambi osservarono il paesaggio senza dire una parola. Simone notò qualcosa che non aveva mai visto prima. Sapeva cos’era perché glielo avevano spiegato a scuola e l’aveva vista in tanti film in televisione. Non disse niente. Sapeva che Giorgio stava osservando la stessa cosa. Nessuno dei due spiccicò parola. Poi un pensiero folgorò il bambino. Giorgio non era al sicuro. Doveva fare qualcosa. E in fretta. Simone sperò solo che non fosse troppo tardi.

Maria odiava le domeniche. Era il giorno che destava maggiormente perché le ricordava che non c’era un lunedì, un martedì o un fine settimana. Quando non fai niente, tutte le giornate sono uguali. Non hai bisogno di riposare. O comunque non perché hai lavorato duramente durante la settimana. Così, come ogni mattina, si mise a preparare la colazione per Simone e fare i piatti lasciati dalla sera prima. Si affacciò alla finestra per scrutare il tempo. Sembrava abbastanza buono perché potesse stendere il bucato. Poi un particolare attirò la sua attenzione. Parte del suo giardino era stato recintato. Era una recinzione provvisoria, fatta con un filo spesso e dei bastoncini di legno. Questo era troppo. La vicina era passata all’attacco. E Mara non aveva intenzione di rimanere a guardare. S’infilo il giubbotto e uscì frettolosamente di casa. Arrivò davanti alla porta della vicina e iniziò a bussare con forza. Un rumore innaturale la fece sobbalzare.

Piero era già stanco della vita. Aveva sedici anni e pensava di aver già raggiunto il livello massimo di sopportazione. Il “ci ho provato” continuava a bombardare la sua mente. Nessun Rimorso. Nessun rimpianto. E il senso della vita che a volte arriva al capolinea prima del previsto. La sua motivazione era semplice. Non aveva motivazioni. Non aveva una sola, semplice ma indispensabile motivazione. Non aveva dei grandi problemi o comunque niente che altri suoi coetanei non avessero. Semplicemente mancava la motivazione. Perché continuare se non sai dove andare?
Ci stava pensando da tanto tempo. Inizialmente era solo uno stupido pensiero che ogni tanto si affacciava nella sua mente. Ma non gli aveva mai dato peso. Nel corso del tempo, però, a quel pensiero se n’aggiunsero tanti altri. Erano semplici giustificazioni che combaciavano tra loro come pezzi di un puzzle. Quella stupida idea era un puzzle. All’inizio non era intenzionato a completarlo, ma poi si accorse che finirlo sarebbe stato più semplice di quanto avrebbe creduto. Cosi, quasi per gioco, inizio a sviluppare delle ipotesi e a studiare alternative. Tutto era liscio come l’olio. Troppo facile. Non un ostacolo durante lo studio e la preparazione di quel progetto. Quando tutto fu pronto, per correttezza nei confronti degli altri, cercò una motivazione per non farlo. Semplicemente non riuscì a trovarla. Era questa semplicità che lo stupì. Nessun dramma o situazione tragica. Tutto era tremendamente semplice e naturale.

Mai quella stanza aveva rappresentato il suo mondo come in quel momento. Era perfetta. Tutti gli oggetti erano al posto giusto, i poster appesi al muro, la sveglia sul comodino, i quaderni sulla scrivania, i cd nello scaffale. Tutto era sistemato per un motivo. E per la prima volta capì il perché. Guardò la pistola che aveva in mano. Si chiese cosa avrebbe fatto se il padre non fosse stato il classico paranoico con la passione delle armi. Be’, probabilmente avrebbe trovato un’alternativa. Semplicità crea efficienza. Per circa venti minuti rimase seduto con la pistola in mano. Tutto doveva essere perfetto. Doveva solo trovare la posizione esatta. Si alzò dalla sedia che aveva piazzato al centro della stanza e si avvicinò alla finestra. Guardò fuori e ammirò il paesaggio. Non che ci fosse tanto da vedere. La casa dei vicini e un pezzo di giardino. Gli parve di vedere qualcuno nella finestra di fronte. Ma non gli prestò attenzione. Il silenzio era tutto intorno a lui. Non sentiva rumori, solo il silenzio nella sua forma più pura. Quasi assordante. Immaginò che fosse il silenzio che si sente normalmente durante la meditazione. Gli venne da sorridere. Non aveva mai raggiunto un livello cosìalto di concentrazione in vita sua. Tutto era perfetto. Fu invaso da un senso di calma quasi innaturale. Poi quel rumore improvviso. Come un battere sulla porta. Ebbe un sussulto. Poi un altro rumore sordo e improvviso e un sussulto ancora più forte.

Simone guardava Giorgio che sorrideva. Il suo migliore amico era accanto a lui e lo guardava con affetto. Simone ebbe une sensazione di sollievo. Era riuscito a spostare l’amico in tempo. E Giorgio ora lo guardava con un sorriso di gratitudine stampato sulla faccia. Sentiva caldo. Non in tutto il corpo. Solo nello stomaco. Non faceva tanto male. O almeno non ci pensava. Aveva visto la pistola in tanti film. Sapeva che era pericolosa e che si poteva morire. Aveva avuto paura per Giorgio. Non voleva morisse. Aveva bisogno del suo migliore amico per continuare a giocare. Le mani erano come addormentate. Non poteva muoversi, ma allo stesso tempo era come se fluttuasse. Non aveva mai provato una sensazione così strana. Anche quando i rumori si affievolirono e la faccia di Giorgio iniziò a dissolversi, continuò a pensare che decisamente una sensazione così non l’aveva mai provata.

Maria guardava Simone da ore. Faceva freddo, ma fortunatamente non pioveva. Ma questo a Maria non importava. Era come anestetizzata. Sarebbe potuto venire giù il mondo e non avrebbe cambiato niente. Quanto le piaceva quella foto. Quando la mise davanti alla tomba di Simone, ebbe quasi un mancamento. Quel piccolo gesto, la cornice che toccava il freddo marmo che racchiudeva il piccolo corpo esanime del figlio la face stare male come mai lo era stata nelle ore precedenti. Quel bambino era la sua ragione di vita. Avrebbe sacrificato la sua vita per lui. Tanti pensieri erano passati per la sua testa. Se non fosse andata dalla vicina, se non avesse bussato così forte da spaventare il figlio aspirante suicida rinchiuso nella stanza al piano superiore, se avesse convinto Simone a giocare di più all’aperto invece di stare sempre chiuso nella sua stanza. E poi c’era Giorgio. Il suo amico invisibile. Quante volte aveva visto Simone parlare da solo e nominare il suo amico immaginario. Avrebbe voluto portarlo da un dottore. Ma non poteva permetterselo. Era nella sua agenda però. Segnato come urgente. Troppo tardi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...