Racconto di Sabrina Calzia

Racconto pubblicato la prima volta su isogninelcassetto.it il 08/01/2009

L’alba svolse, con la solita tiepida calma, il suo mantello perlato; e lievemente lo stese su alberi, case, strade. Carezzò piano la ragazza che, seguendo orme invisibili, era giunta in stazione. Poi la salutò, sussurrando; mentre svaniva, in quel suo sospiro azzurro, e rotondo. Fluttuante, come un dubbio.

La ragazza lo udì, e sentì di dover partire.
A un signore annoiato, che inseguiva col dito le crepe sul muro lungo la banchina, lei chiese:
“Mi scusi… sa dirmi quando passa, il treno per DOVE ?”
“Non ha orario, signorina. Ma è sempre puntuale.”
E lei comprò un biglietto; poi salì sul treno, ultima carrozza. Fiduciosa.
Come se quel viaggio servisse, a trovare una risposta.
Come se quel treno potesse, finalmente, regalarle un po’ di pace.
Doveva trovarla, una risposta. Oppure inventarla.
La pace, forse sarebbe venuta da sé. Con la risposta.

La ragazza accolse con pazienza il rumore ritmico, e ripetitivo, che subito si insinuò nelle sue orecchie. Poi il faticoso sentore di sbuffi metallici, che presto iniziò a pungolarla da sotto il sedile scomodo. E infine l’implacabile inquietudine, che attanagliò come una morsa le sue gambe stanche.
Accettò tutto. Anche quando, dalle orecchie e dalle gambe, il rumore e l’inquietudine strariparono nel suo stomaco, e poi dallo stomaco si riversarono nel suo ventre.
Ci riuscì perché, dopo tutto, quei continui sobbalzi, quel fastidioso stridore di latta, quell’ostinato fracasso di ingranaggi… erano solo un solfeggio, nella sua mente assente. Un solfeggio in due tempi: pausa in battere, due semicrome in levare.
E mentre i suoi pensieri, lenti, continuavano a solfeggiare… oltre il finestrino, opaco di polvere e righe arrugginite, la pianura fuggiva desolata, tentando invano di specchiarsi nei suoi occhi.

Entrò una donna anziana, sedette accanto alla ragazza. Respirando piano. Muovendosi silenziosa. Gli occhi chiari persi, e malinconici.
Riflesse sul vetro torbido, le pieghe scolpite sul suo volto, magro e pallido, si mescolarono alle rughe di rugiada. Ma la ragazza non vide la vecchia, non avrebbe potuto.
Il suo sguardo continuava a inseguire impronte invisibili. I suoi occhi non riuscivano ad essere uno specchio, per la pianura che le correva accanto. E la sua mente, assente, era già al capolinea.
La vecchia non vide la ragazza, la percepì come un’ombra. Immobile nella poca, sbiadita luce tiepida che filtrava dal finestrino. Silenziosa, nella corsa rumorosa di quel fragile ammasso di ferraglie appeso ai binari.
Forse, in un altro posto, pur non vedendola avrebbe percepito il profumo, dolce e piacevole, della sua essenza provenzale. Ma non su quel treno, dove l’aria umida era impregnata di fumo, e stantìo. E le uniche folate percepibili dalle narici, le uniche che ancora potevano distinguersi nel fetore delle vecchie carrozze, puzzavano di piscio, e arrivavano dal bagno in fondo al corridoio. Ogni volta che la porta si apriva; e quindi, ad ogni curva.
Se si fossero accorte l’una dell’altra, le due donne avrebbero parlato. Le loro chiacchiere, magari, avrebbero reso piacevole quel viaggio. Invece no.
Rimasero così, entrambe sole.
Prigioniere involontarie, di un immutabile silenzio. Per l’una vuoto, per l’altra malinconico. Per entrambe, costantemente immobile. Nonostante la corsa, inarrestabile. Della valanga di tempo che le avvolgeva, tiranno. Del poco spazio che le separava, spietato.
Prigioniere involontarie, e inconsapevoli. Del Tempo. Dello Spazio. Gli unici, subdoli artefici di quello strano viaggio. Improvvisato. Interminabile.

Come per secoli, sempre e solo quel rumore. Quella stancante percezione di sbuffi metallici che continuava a pungolarle, da sotto il sedile scomodo. E un’ insostenibile inquietudine, nelle gambe stanche.
Oltre il finestrino la pianura, iridescente. Che ora correva incontro al treno, lasciando l’orizzonte a rosseggiare, timido; nella luce fioca dell’ultimo, esangue muro di cirri schierati a difendere il sole, ormai basso. Correva, e avanzava, la pianura. Sempre più veloce.
Così veloce da non potersi specchiare, negli occhi della ragazza. Così veloce da non poterli neppure sfiorare, due occhi spenti. Talmente veloce da infuriare, infine, in un turbine tagliente. Una tempesta, così repentina e inattesa da non poter essere udita. Scoppiata tuonando in un buio fulmineo, e accecante. Per poi lentamente scemare, spegnendosi in una luce lenta, e scura.
Si udì un tonfo sordo, straziante.
Un botto, un urlo, un pianto… qualcosa.
La pianura era esplosa, aggrappandosi al treno. Poi, risucchiata da un vortice prepotente, si era mescolata alle file di cipressi ormai in ombra; protesi a tracciare il profilo, spigoloso, di un’apparente catena alpina.
Sulle finte cime, di quegli inesistenti monti, qualche superstite ricciolo di nebbia prese ad affrescare false vette, immacolate di neve, o di ghiaccio. Porgendone l’illusione alla ragazza, e alla donna, dagli occhi ancora spenti. Regalando loro una visione: picchi innevati stagliati nel grigio, ora vermiglio, di un cielo di pianura.
Le due donne non lo percepirono, il miraggio; ma quello, prepotente, si impresse sulle loro retine. Indelebile. A forma di DOVE.
E l’una si scrollò di dosso il torpore, e l’altra riaccese lo sguardo.

Occhi negli occhi.

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