Racconto di Rurik Coboldi

[da: Geografie impossibili, silloge di racconti]
Racconto pubblicato la prima volta su isogninelcassetto il 26/02/2010

Raggiunsi Castelmalo in una stellata notte estiva, quella di San Lorenzo, piena di stelle cadenti.
La notizia della soppressione di monumenti e palazzi di indubbio valore storico – per sostituirli con altri di dubbio pregio ed ancor più dubbia funzionalità – mi sconvolse.

Ciò mi spinse a cercare di capire cosa avesse mai mosso questa gente a distruggere parte della propria cultura e della propria storia. Decisi perciò di trascorrervi una decina di giorni, dieci fatidiche notti, per farmene una ragione.

Rimediai un alloggio di fortuna presso un amico latino-americano e appropiatomi dell’esiguo spazio a mia disposizione mi distesi sul letto cercando di dormire.
Non vi riuscii, nonostante la stanchezza per il viaggio. La luna era già alta nel cielo ed uscii.

Fatti pochi passi raggiunsi la piazza. Uno spazio medievale molto ben tenuto si apriva davanti ai miei occhi, non faticai a scorgervi persone che conoscevo. Stavano sedute ai tavolini del Bar Modì. Mi sedetti anch’io e ordinai un caffè alla crema.
Iniziammo a chiacchierare del più e del meno e ci infognammo in discussioni in cui non avevo interesse alcuno. Dopo aver trascorso qualche ora a vedere chi si affacciasse sulla piazza, colto da soave grevezza, rincasai.

Entrai in punta di piedi e mi coricai prendendo lentamente sonno. Fu un sonno inquieto tormentato da cupi fantasmi. All’indomani trascorsi l’intera giornata al convento dei cappuccini. Consultai codici antichi e molte pubblicazioni locali fornite dalla ricca emeroteca. Molte notti erano trascorse dal mio arrivo ed avevo riempito due interi quaderni di densi appunti. Era pomeriggio inoltrato e non trovai niente di meglio da fare che rileggerli. Detto fatto cominciai.

«…Castelmalo, nella regione di Ipsygra [1] in provincia di Castelmontone, deve il suo nome al castello spelacchiato e cadente – vittima dell’incuria dei Castelmalesi [2] – arroccato nella parte più alta del paese. Apparteneva alla famiglia dei Quarantamila da più di sette secoli. Antica famiglia di origine normanna il cui capostipite aveva sconfitto, con pochi armati, ben quarantamila nemici in battaglia.

I Normanni eccellevano nell’arte di ubriacarsi e di contar frottole. Da un riscontro storico obiettivo risultò invece una cifra prossima alla quarantina – al massimo un’ottantina – di unità.

Quest’evento storico si rivelò basilare per la mentalità dei Malesi i quali, in sintonia con gli antichi fondatori, sono gran bevitori e rodomonti.

L’orgoglio dei Malesi è l’ignoranza. Il mondo inizia e finisce a Castelmalo e perfino il mare, distante pochi chilometri, è una meta irraggiungibile.

I Malesi preferiscono guardare verso i possenti monti che, coi loro picchi e la disposizione ad anello, rappresentano la chiusura delle loro menti. Ciò li salvò in passato perché gli scarsi varchi alla conca di Castelmalo spesso impedirono le scorrerie dei turchi.

Madre Natura aveva ancora una volta mostrato la sua saggezza impedendo ad una siffatta genìa di diffondersi ulteriormente e di contaminare perfino i poveri turchi.

I Malesi sono molto religiosi anche se sono abituati a considerare dio alla stregua di un garzone di bottega. Il santo patrono è San Crispaldo, protettore degli incapaci [3].   E’ molto venerato. Nel castello è conservata ancor oggi una reliquia. Si racconta che, otto secoli addietro, l’intera salma del santo fosse conservata a Castelmalo ma – inseguito ad un incendio – se ne salvarono [miracolosamente] soltanto le natiche. Quest’ultime costituiscono la reliquia insieme a pochi altri frammenti d’osso semicarbonizzati.

I Malesi si guardano bene dal rivelare a quale parte del corpo appartengano i sacri resti e si limitano laconicamente ad affermare: “le parti del corpo del Santo scampate all’incendio del 1130”.

Non è noto in base a quale fatto il santo sia diventato patrono della cittadina. San Crispaldo è universalmente noto come Santo protettore degli Infelici, forse ciò bastò a farne il patrono.

Al tempo della prima luna di agosto è celebrata ogni anno una maestosa festa. Processione dove sfilano tutte le confraternite di arti e mestieri sfoggiando gli antichi costumi medievali. La statua con la reliquia del santo è portata a spalla.

Quest’ultima è scolpita in un unico blocco di pietra d’Istria, guarda sonnacchiosa dal suo seggio. Benedice con una mano mentre con l’altra sembra fare uno scongiuro.
Ai piedi del seggio, o trono, sono scolpiti strani animali fantastici disposti in cerchio. Al centro del cerchio è raffigurato il castello con il paese ai suoi piedi.

Ciò ha una spiegazione storica. In tempi a noi lontani la zona di Castelmalo era sede di culti agresti, a sfondo truculento, di matrice stregonesco-istrionica. Detta matrice rivive al dì d’oggi mediata da inserzioni giornalistiche, volantini, pubblicità radiofoniche invitanti a servirsi della consulenza di maghi o maghetti di infima categoria che si spacciano per taumaturghi.

Il paese è costituito da diversi agglomerati di case tutti facenti capo al castello.
All’interno i singoli appartamenti assumono una struttura verticale, a torre, un po’ per l’influenza architettonica montana, un po’ perché la paura dei saraceni ha sempre larvatamente attanagliato i cuori dei Malesi. Questa particolare disposizione delle stanze dà loro una maggiore sicurezza.

Chi sono questi Saraceni, o Turchi, così temuti?
Non sono altro che i cattivi pensieri ed i desideri inespressi che, a notte fonda, alitano sottoforma di impalpabile aria leggera per le viuzze di Castelmalo spingendo alcune giovani Malesi – tutte casa-chiesa-bottega – a scendere verso il mare.  

Ciò avviene nelle notti agostane di luna piena. In sella [4] a moderni cavalli a vapore, per Malamente emulare e rinverdire il mito di Lady Godiva, là si calano. Sovente fermate dalle locali forze di polizia, le Malesi, alla richiesta -impossibile da soddisfare- di esibire i documenti, inscenano una pantomima tragicomica fondata sul “che dirà la gente?” o perbenismi consimili. L’agente di polizia, pago della visione della sedicente Lady Godiva, la congeda tra solenni promesse e giuramenti di non cedere mai più ai Turco-saraceni. Le Malesi, così pentite, festeggiano poi lo scampato pericolo celebrando un antico rito orgiastico, retaggio dei progenitori, frammisto a bacchiche istanze.

A Castelmalo si parla il Malese, una varietà di Italiano Zappugliato – o malzappato – che è l’unica lingua usata per comunicare. Il campanilismo assurge a livelli inusitati portando i Malesi a non degnare gli abitanti dei paesi circonvicini dell’appellativo di persone.

Lo sport in voga è il Baccarà, la variante d’oltralpe del comune settemmezzo, che appartiene alla grande famiglia del “gioco della carta più alta” – praticato in genere dai ragazzini di tutto il mondo per puro diletto -. A Castelmalo però assume aspetti deleteri fino al punto di giocarsi la propria moglie o indebitarsi fino al collo con lo strozzino di paese che sostiene di essere una rispettabile “Banca Privata”. La principale occupazione dei Malesi è il voyeurismo. Ciò spesso li porta dritti alla follia qualora sia combinato ad uno stato di invenzione onirica di fatti dati per veri. L’occupazione secondaria è data dall’esercizio delle professioni di bottegaio, ebanista, addetto al rimboschimento e consimili.

Castelmalo vanta il più alto tasso di laureati sia rispetto alle medie provinciali-regionali sia nazionali. Questa intellighenzia è fagocitata dal Partito della Croce [5], tenutario della Giunta Comunale, che la impiega come truppa mercenaria nelle faide insite alla gestione del potere locale.

Da ultimo i Malesi sono sudditi di un’oligarchia che trae la propria legittimità dal clientelismo. Ciò sfocia nella pubblica compravendita dei voti elettorali che sono quotati in un’apposita borsa valori gestita dalle parrocchie [6].

Il curato per antonomasia è don Elì. E’ il fiero portavoce di un populismo di bassa lega volto ad affittare, a caro prezzo, le proprietà parrocchiali – buone soltanto come fungaie o come siti di allevamento dei batraci -. Questa pia opera della casa è rivolta principalmente agli stranieri sia nazionali sia esteri . Monsieur le Curè è invischiato in tutte le faccende di palazzo nel vano tentativo di resuscitare il modello politico caro alle teocrazie orientali.
La gioventù Malese, cresciuta in questo clima di morbilità, è portata a riconoscere soltanto la legge del più forte e ad eccitare il proprio ego sopra ogni cosa.
A Castelmalo il futuro è il passato ed il passato è il futuro. Non vi è un eterno divenire ma un eterno ritorno. Ciò potrebbe anche rivestire valenze positive sennonché il passato cui si tende a tornare è rappresentato dalla brutalità e dalla sopraffazione…»

Qui terminavano i miei appunti: un memorandum per me stesso, un saggio sull’imbecillità umana… documentato per quanto possibile ma assolutamente inutile. L’uomo poco impara dalla propria storia.


Mi cadde addosso un’improvvisa tristezza al punto che ogni volta che pensavo a Castelmalo ne pensavo al passato come se non esistesse più, come se una minaccia oscura vi incombesse. Per distogliermi da quei pensieri decisi di uscire e di tuffarmi in una libreria. Cercai inutilmente la libreria.

L’ultima libreria di Castelmalo aveva da poco abdicato in favore di un negozio di giocattoli. Non ne restavano che miseri avanzi: qualche quotidiano e qualche fumetto. Mi incamminai per le stradine del centro storico dove, inaspettatamente, incontrai Jeff.

Era leggermente alterato e preso dai propri pensieri. Spaziava, in un pindarico soliloquio, tra gli argomenti, gli ambienti e le persone più disparate dando l’idea di parlare a vanvera. Io sapevo che non era così. Trovavo nei suoi discorsi un’antica saggezza. Jeff rappresentava un’eccezione a Castelmalo. Francamente non capii mai perché continuasse a rimanervi. Nonostante i viaggi che spesso faceva attraverso l’Europa inesplicabilmente vi ritornava.

“Tutte le strade portano a Castelmalo” commentava sconsolato e ripeteva la maledetta frase: “Castelmalo è un’amante gelosa: non ti permette mai di allontanarti più di tanto!”. Ciò mi faceva regolarmente andare in bestia e mi perdevo in una sequela di allocuzioni e fatti volti a dimostrargli il contrario.

Questo mio sforzo non riusciva a distogliere Jeff dalla sua conclusione. Come tutte le altre volte, dopo diverse bottiglie di vino accompagnato da pane e caciotta, ci ritrovammo davanti a casa sua.
Albeggiava. Non mi era rimasta che una notte.
Jeff si offerse di ospitarmi “Tanto per concludere il soggiorno con un vecchio amico”.

Abitava in un’antica palazzina liberty prossima al centro storico. Vi si accedeva da una discreta stradina a fianco della quale si apriva improvvisamente un sontuoso cancello in ferro battuto. Da un piccolo cortile, immerso in una folta vegetazione – da anni non conosceva giardiniere – si penetrava in un atrio spoglio.
Una scala a chiocciola conduceva ai piani superiori. Vi erano diverse stanze e saloni. Molte e molti erano lasciati in abbandono. Il più grande dei saloni era stato attrezzato da Jeff come “atelier avec boudoir”. Qui viveva.

Gli antichi intonaci erano da tempo caduti e Jeff lo aveva interamente affrescato con scene idilliache in stile preraffaellita. In un angolo di parete, lasciato inspiegabilmente vuoto, faceva bella mostra di sé un ritratto di Dante Gabriel Rossetti, il maestro preraffaellita preso a modello da Jeff.

Era stato dipinto da Jeff ed era molto somigliante. A guardarlo meglio vi erano alcune differenze rispetto all’originale conservato a Londra. A guardar bene si notava la stretta somiglianza con Jeff. Sulla strana somiglianza con Dante Gabriel, Jeff spesso scherzava. Alcune volte asseriva di esserne la reincarnazione.

Molta copia di sontuosi cuscini ricamati arredava la stanza. Giuggiolavano tra il folto tappeto ed i buffi divani somiglianti a triclini romani. Due bassi tavolini, ingombri un po’ di tutto, completavano l’eccentrico ambiente.

Dove Jeff si era procurato quel tipo di arredamento è sempre stato un mistero. Ogni volta che gli era chiesto, rispondeva beffardamente che se l’era costruito lui stesso con l’aiuto di un manuale di bricolage. Ciò era molto improbabile: Jeff, per natura, era negato per il bricolage. Stranezze a parte, Jeff era una persona squisita e molto ospitale anche se dispersiva.

Un motivo per cui mi aveva invitato era che avrei assistito a qualcosa di eccezionale. Sapevo che Jeff si interessava di occultismo. Non gli chiesi nulla. Cercai di immaginare attraverso gli spiragli che volutamente apriva. Iniziò con un lungo discorso che partendo dal concetto di arte nelle civiltà precolombiane – da lui dette precolombine   con malcelata assunzione dal latinamericano – arrivava al bluesrock come componente estemporanea nel free-jazz di Cheek Korea.

Bevemmo qualche tazza di caffè. Il caffè non mancava mai in casa sua. Ci divertimmo a guardare i riflessi di luce che il sole proiettava nella stanza attraverso il lucernario policromo che era stato incassato da poco nel soffitto. Jeff aveva svolto una ricerca in merito. Le antiche planimetrie avevano sempre mostrato un lucernario proprio lì, asseriva. Aveva anche trovato tracce di un pregresso occultamento murario.

Trascorremmo alcune ore inebriandoci con la soave atmosfera fatta di incanti di luce che riverberavano sugli affreschi preraffaelliti creando fantasmagorie a volte allucinanti. A mezzogiorno ci addormentammo vinti dalla stanchezza. Avevamo appena mangiato la zuppa di fagioli che Jeff aveva avuto cura di preparare. In questo stato di narcosi, più simile ad un assopimento che ad un vero e proprio sonno, mi misi a pensare sonnacchiosi pensieri fatti di stelle cadenti e di fulgori improvvisi. Quando mi svegliai vidi Jeff in tenuta da campagna che si apprestava ad uscire. Lo guardai interrogativamente mentre il sole accennava a scomparire. Ricambiò il mio sguardo col suo e disse “Ho avuto un presagio terribile. Vado alla cascina fuori paese. Vieni?” Avevo voglia di fare quattro passi ed acconsentii. Dopo un’ora arrivammo alla cascina nel bosco. Le lampade ad acetilene ci avevano rischiarato il cammino.

La cascina era composta da un’unica stanza. Non vi mancavano la legna per il camino né sedie per potersi accomodare. Un tavolo e un vecchio mobile tarlato completavano l’arredamento. Accendemmo il fuoco e ci sedemmo di fianco al camino. Un finestrone ci stava dirimpetto. Vi si vedeva quasi tutto il paese. Dopo aver guardato un po’ il gioco delle fiamme Jeff mi confidò il suo incubo pomeridiano. Un fulgore tremendo aveva avvolto il paese lasciando al suo posto un’orbita vuota: il nulla.

La paura del nulla attanagliava spesso Jeff. Il suo modo di dipingere rifletteva l’orror vacui. Riempiva ogni centimetro quadrato disponibile con una congerie di figurazioni minuscole che, a distanza, davano l’impressione di ghirigori ma, da vicino, si rivelavano miniature degne di Bosch.

Cercai di convincerlo che l’incubo era soltanto frutto delle sue fantasie e che il seme di quella mala pianta era la cattiva digestione. Non riuscii nel mio intento. Jeff si era calato in un parossismo tale che il suo corpo era percorso da tremori ed il suo viso era solcato da rivoli di sudore mentre non so quali immagini suggerite dal fuoco nel camino gli sconvolgevano la mente. Guardai nell’armadio se vi fosse per caso del cordiale. In un cantuccio rinvenni una mezza bottiglia di cognac. Cercai di inumidirne le labbra di Jeff. L’effetto fu buono. Jeff prese la bottiglia per sé e ne bevve un ampio sorso. Lentamente si riprese anche se di tanto in tanto mormorava frasi sconnesse come: “La loro stupidità non li ha potuti salvare…” e simili.

Volli saperne di più. Jeff si rinchiudeva in un cupo silenzio. Fissava un punto inesistente fuori dalla finestra. Era luna nuova. C’era molto buio e le stelle splendevano in un cielo stranamente nero. Qualche stella cadente faceva ognitanto capolino colorando brevi tratti di cielo a tinte rossastre. “Brutto segno” sentenziò. “Non sono altro che piccoli meteoriti” replicai. “Guarda a ponente” aggiunse puntando l’indice sinistro. Guardai. Mi parve di vedere un puntino luminoso seguito da tanti altri. Assomigliavano alle luci notturne di un grosso aereo lontano. L’intensità aumentò e vidi luci globulari sempre più definite e vicine. “Lampi di calore o… gli ufo…” sentenziai. “Ma che ufo e lampi…” mormorò Jeff alquanto seccato, “quello è il Giudizio di Dio.” La sua voce era completamente calma adesso. Il viso disteso e tranquillo. “Guarda!” esclamò indicando la finestra.

I globi, che ormai erano chiaramente di fuoco, illuminavano la notte. Velocemente si disposero su Castelmalo formando una singolare corona sul paese addormentato. Si fermarono, quasi guidati da un’invisibile volontà. Dopo pochi istanti, che a me parvero eterni, si riunirono in un’unica sfera fiammeggiante che lentamente si calò sul paese. Si sfaldò poi in un’accecante nube e lo consumò interamente.

Jeff e io eravamo attoniti. Le nostre membra erano paralizzate. Le menti, annichilite, corrusche di lampi d’impotenza. In breve tutto finì. La nebula scomparve tornando da dove era venuta. Jeff guardò d’abbasso e sussurrò “La stupidità è premio a se stessa.”


[1] altura fresca – secondo l’etimo greco ricavato da una crasi di epoca bizantina.
[2] detti anche Malesi.
[3] i villani dei paesi limitrofi così interpretano: “protettore degli sciocchi”.
[4] ignude.
[5] ora denominato Croce del Partito.
[6] dove preti cattolico-romani recitano l’eterna commedia dell’autocrazia.

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