Racconto di Federica Maccioni

Racconto vincitore della edizione VIII di USAM – Una Storia Al Mese
Racconto pubblicato la prima volta su isogninelcassetto.it il 01/03/2009

Atene. Mese di Gamelione dell’anno 399 a.C.

Un uomo avvolto in un ampio mantello si guardava attorno impaziente.
Sembrava attendere qualcuno. I colori scuri degli abiti si confondevano con le ombre del precoce crepuscolo invernale e quasi nessuno, fra i rari passanti, si era accorto di lui.

Il vento gelido aveva dissuaso molti dall’avventurarsi in strada. Quell’uomo, invece, era fermo all’angolo della via da tempo. Il crepuscolo era ormai scivolato nella notte, quando avvertì un passo affrettato.
Avrebbe riconosciuto quel passo fra mille.
«Diomedes! Finalmente!» esclamò l’uomo, quando fu in grado di distinguere, nel buio, i lineamenti del giovane che si avvicinava. «Perché ci hai messo tanto?»
«Ho avuto delle difficoltà. Il vento di ieri notte ha abbattuto un pioppo accanto a casa mia. Mio padre mi ha incaricato di occuparmene, e ho dovuto finire di dirigere le operazioni dei taglialegna. Vuole che cominci a prendermi qualche responsabilità, lo sai.»
La voce era quella di un ragazzo appena uscito dall’adolescenza. Gli occhi neri ebbero un guizzo. «Zeus solo sa se non avrei voluto essere altrove, Tarasios.» Tarasios annuì, come archiviando l’argomento del ritardo.
«Hai portato i soldi?»
«Certo.» Diomedes si strinse nelle spalle. «È poco, però. Non dispongo di molto denaro mio, questo è tutto quello che ho.»
«Non importa.» L’uomo sorrise con tenerezza. «Siamo in tanti. Basterà.»
«Lo spero.» Diomedes afferrò Tarasios per un braccio, trattenendolo. Lo guardò negli occhi. «Tarasios… credi che accetterà?» La sua voce tremava.
«Non lo so. Ne dubito; avrebbe accettato l’esilio, allora. Ma dobbiamo tentare lo stesso.
Euclide ha già fatto preparare una nave. È una nave mercantile, anonima. Ma deve imbarcarsi subito, o potrebbe diventare troppo tardi.»
Il ragazzo annuì. «Speriamo che accetti.» Restò pensieroso per un po’, poi aggiunse: «Euclide si è dato da fare in fretta. Questo significa che gli proporrà di rifugiarsi a Megara, presso di lui, è così?»
«Se accetterà di fuggire, sì.» Tarasios scosse il capo, riprendendo a camminare. «Temo che anche molti di noi, comunque finisca questa storia, si ritroveranno là.»
«A casa di Euclide, intendi?»
«Sì. Non c’è ancora una vera persecuzione nei nostri confronti, ma l’ostilità è palpabile, ormai. Per ora non ci impediscono di recarci a trovarlo in carcere quando vogliamo, ma non so quanto durerà. Potrebbe diventare necessario lasciare Atene per un po’, finché le acque non si saranno calmate. Tanto più se accettasse la fuga.»
«Noi non siamo molto in vista. Io e te, intendo.»
«Noi no. Tu meno degli altri.» L’uomo, guardandolo, sorrise con dolcezza. «La tua età ti protegge. Ma molti altri credo proprio che dovranno allontanarsi.» Si fermò. «Diomedes, ti dico una cosa: andrò con loro. Ho deciso.»
«A Megara?» Il ragazzo cercò gli occhi di Tarasios, smarrito.
L’uomo gli prese la mano sotto il mantello e la strinse.
«Diomedes…» La mano risalì lungo il braccio in una carezza. «Non potrei restare» mormorò.
«Nemmeno per me?» La sua voce era un debole sussurro.
«Per te resterei.» La carezza era dolce e forte allo stesso tempo, sulla spalla del ragazzo.
Indugiava con delicatezza. Tarasios lo guardava in volto, e sulla sua fronte vi era una ruga dolorosa. «Non mi sarà facile lasciarti, ma il processo mi ha disgustato.»
La mano scese, lasciò il tepore del corpo del giovane e si soffermò un attimo tra le sue dita, stringendole.
«Nessuno dei presenti ha detto una sola parola in sua difesa. In quell’aula era solo, anche se mezza Atene era là. Mi sono parsi un branco di ignoranti che vanno dove gira il vento.» Tarasios parlava a scatti, con rabbia, anche se a bassa voce per non dare nell’occhio.
«Eppure lo ha detto chiaro, tutti quanti sapevano la verità. A più di settant’anni, un uomo simile, essere costretto a tollerare un abuso del genere! Sono tutte falsità comprate con il denaro di quel politicante da strapazzo, quell’Anito. Passerebbe sul cadavere di suo figlio! Lo sa chiunque. Eppure non uno ha levato la voce. Questa città non mi appartiene più, Diomedes. E io non appartengo a lei» concluse in tono di profonda delusione.
Ripresero a camminare. Non potevano tardare.
La mente di Diomedes era un turbine di emozioni. Sperava che Tarasios avesse parlato così a causa dell’amarezza, che si sarebbe ricreduto, che non sarebbe partito. Faceva voti a Eros dentro di sé, per questo, ma sapeva che quanto diceva era sempre ponderato a lungo. Non era tipo da parlare spinto da impulsi momentanei.
Si udivano solo i loro passi rapidi, nel silenzio delle strade vuote di Atene. Stava facendosi tardi. La casa di Panaretos, dove erano attesi tutti coloro che si erano resi disponibili alla colletta, era ancora distante.
Diomedes non riusciva ad ancorare i pensieri a un punto fermo.
Non ci voleva, si ripeteva. La condanna a morte di Socrate non ci voleva proprio.
La loro piccola comunità di discepoli era stata gettata nello sconcerto, anche perché tutti sapevano che quel verdetto era basato su calunnie montate ad arte.
Non era la prima volta che Socrate rischiava la vita per la sua coerenza, ma questa volta i suoi denigratori sarebbero riusciti nell’intento. Lo avrebbero messo a tacere per sempre: con il denaro si poteva comprare qualunque cosa.
Diomedes sapeva tutto ciò, ne parlavano da giorni; eppure adesso si sentiva assai più sconvolto per il proposito di Tarasios che non per l’esito del processo.
Voleva bene a Socrate, certo. Tutti loro gliene volevano. Riconosceva che era stato vittima di un sopruso. Come non riconoscerlo?
Ma Tarasios era la sua vita. Tutto il resto era svanito. Solo Tarasios era rimasto, e la consapevolezza che presto lo avrebbe perduto.
Il vento freddo lo fece rabbrividire, insinuandosi come una mano gelida tra le vesti. La lana del chitone e del mantello non era sufficiente a proteggerlo.
Di tanto in tanto Tarasios volgeva il capo verso il ragazzo, e lo sguardo che posava su di lui pareva avvolgerlo. Fra loro c’era, come sempre, un continuo dialogo inespresso a parole. Tarasios intuiva cosa stava pensando; era la stessa sofferenza che lo aveva morso quando aveva capito di non poter restare.
Non era il momento per parlarne. Più tardi sì, lo avrebbe preso sul suo cuore, e tenendolo stretto gli avrebbe detto tutto. Allora sarebbe stato diverso.
Diomedes si sentiva riscaldare da quegli occhi verdi, li sentiva su di sé come un tocco lieve, e per molto tempo non osò rompere l’incanto.
Erano giunti così, in silenzio, a casa di Panaretos.
Tarasios bussò. Tre colpi brevi e ravvicinati, due distanziati, due ravvicinati.
Panaretos aprì la porta. «Tarasios! Diomedes!» li accolse. «Ce ne avete messo di tempo! I ragazzi stavano per andarsene.»
Entrarono, scambiando saluti e cenni del capo con coloro che affollavano la stanza della modesta casa.
«Avete il denaro?»
L’uomo e il ragazzo annuirono frugando fra le pieghe del mantello, da cui trassero un involto ciascuno.
Panaretos prese i sacchetti, li aprì e contò le monete.
«Quindici mine in tutto.» Le passò a un uomo alla sua destra. «Ertemios, di quanto disponiamo in totale?»
Ertemios fece alcuni calcoli su una tavoletta che aveva davanti a sé.
«Sessantasette mine.»
Panaretos annuì. «Le guardie sanno essere molto avide, amici. Speriamo bene.» Girò lo sguardo sui presenti. Il silenzio era greve. «Anatolios! Gourias!» chiamò. «Sapete quello che dovete fare.»
Due giovani si avvicinarono e presero senza parlare il sacchetto con il denaro.
Tutti i presenti li fissarono, mentre uscivano.
Panaretos chiuse la porta dietro di loro senza fare rumore, poi si volse verso l’assemblea.
«E adesso, affidiamoci all’intercessione di Atena.»

L’alba era ancora lontana, ma Tarasios e Diomedes vegliavano.
Si erano detti molte cose.
Diomedes avrebbe voluto dirgliene molte di più, mentre l’uomo gli accarezzava i capelli, ma le aveva dimenticate tutte. Gli pareva solo di non poter vivere senza Tarasios, tanto più ora, che respirava ancora una volta il profumo della sua pelle e il suo calore.
Infine, pose la domanda che gli urlava dentro da quando aveva saputo che sarebbe partito.
«Cosa farò senza di te?» Fu un sussurro, un singhiozzo nascosto nella peluria del petto ampio.
Tarasios non rispose subito, e gli passò ancora a lungo le dita fra i riccioli neri.
«Non sarà facile neppure per me, lo sai.»
«Tarasios, è vero che ci sono uomini che stanno insieme tutta la vita?»
L’uomo sorrise, di quel sorriso che Diomedes amava tanto.
«Sì.»
«Perché non possiamo farlo anche noi?»
Il volto di Tarasios era triste, ma soffuso di tenerezza.
«Non posso restare ad Atene, e tu non puoi seguirmi.»
«Sì invece! Ti seguirò a Megara, se vorrai, fra qualche anno, quando potrò decidere della mia vita.» Diomedes sentì il cuore di Tarasios accelerare i battiti.
«Tra qualche anno potrebbero essere cambiate tante cose.» La voce dell’uomo tremava.
«Non questa.» Il tono di Diomedes era deciso.
Tarasios lo tenne tra le braccia respirando il profumo dei suoi capelli in silenzio, e lo accarezzò finché il sonno non gli scese leggero sugli occhi. Poi si alzò, facendo attenzione a non svegliarlo, e uscì.

Diomedes sedeva su uno scoglio, da solo.
Era disceso al mare costeggiando i ruderi delle antiche mura che dopo la guerra erano state abbattute per ordine dei vincitori: una degna cornice per i suoi pensieri cupi.
Rigirava tra le mani un pezzetto di pergamena; di tanto in tanto lo svolgeva e leggeva.
Ripensava agli eventi di quei giorni e non sapeva districarvisi.
Le onde si abbattevano sugli scogli ingoiando furiose la terra. Risucchiate e rigettate senza fine dall’abisso ai piedi del ragazzo.
Ogni volta che il vento sollevava il mare, scatenandone l’immane potenza, veniva là e pensava a Scilla e Cariddi, ai versi del Poeta.
…e i larghi sprazzi, che andavan fino al cielo, in vetta d’ambo gli scogli ricadevano. Ma quando tutta i salsi flutti ringhiottiva, tutta commovevasi di dentro, ed alla rupe terribilmente rimbombava intorno…
Molte volte aveva udito cantare quei versi, e fremeva, da bambino, per le vicende di Odisseo. Sapeva che sarebbe infine tornato alla sua Itaca rocciosa, ma era sempre come udirne cantare per la prima volta. Conosceva molti passi a memoria, come tutti; eppure, adesso, quel canto antico e bello era solo un sottofondo nella sua mente. Il presente si era fatto pressante e ingarbugliato. La condanna a morte di Socrate aveva sconvolto il suo piccolo mondo tranquillo.
Era il pomeriggio successivo al tentativo di Critone.
Critone era il migliore amico del maestro; Anatolios e Gourias gli avevano portato il denaro con cui tentare di corrompere le guardie.
Non sapeva ancora se il tentativo fosse andato a buon fine, ma anche se le guardie avessero accettato, Diomedes dubitava molto che Socrate avrebbe acconsentito a fuggire.
Giorni prima, Tarasios gli aveva raccontato lo svolgimento del processo. Gli aveva detto di aver trattenuto il fiato, quando era venuto per Socrate il momento di proporre la pena che riteneva equa per sé.

«Perché non ha proposto l’esilio, Tarasios? Lo avrebbero votato!» Lo sguardo del ragazzo era perplesso. «Se lo aspettavano tutti, no?»
«Ha detto che non saprebbe tacere, se vedesse uomini iniqui al potere, ovunque andasse.»
«Sì, è una risposta tipica di lui.»
«A più di settant’anni sarebbe costretto a fuggire di terra in terra, consumando gli ultimi anni nell’onta e nel disonore.» Tarasios lo guardò: «Ha detto proprio così. Sa di non essere disposto a fingere di non vedere quelli che accecano gli altri con le menzogne e le belle parole.»
«Ma avrebbe salva la vita!»
«Dovresti conoscerlo, ormai» sorrise l’uomo.
«Sì, che cosa stupida ho detto, Tarasios.» Il ragazzo scosse il capo.
«Il potere non ama le persone come lui, Diomedes: non può sottometterle o controllarle, e in più si adoperano perché non venga manipolato nessuno. Il vero motivo della sua condanna è questo, ricordalo.»
Socrate era un uomo limpido, il cui unico scopo nella vita era stato trarre la consapevolezza dalle menti altrui, con lo sforzo incessante di indurre al ragionamento e alla ricerca onesta della verità. Come fa una levatrice con il bambino, diceva sempre. Diomedes sorrise fra sé al pensiero di quella frase che Socrate sembrava apprezzare molto.
Egli aveva perseguito quello scopo trascurando tutto il resto. La famiglia, il lavoro, tutto. Alla fine era restato in miseria. Diomedes lo aveva visto spesso vestito solo di un chitone leggero, senza calzature anche in pieno inverno; ma Socrate non sembrava darsene pensiero.
«Cosa ha proposto invece dell’esilio?»
«Una multa di trenta mine.» Tarasios sorrise e si drizzò sulle spalle, orgoglioso per il coraggio del maestro. «Platone e altri si sono fatti garanti.»
«Trenta mine! Ma sarà tutto quello che ha!»
«No, è molto di più. Ma in realtà, come alternativa alla pena di morte, è una cifra irrisoria.»
Diomedes lo guardò, sconcertato, cominciando a realizzare le implicazioni.
«E come credi sia stato interpretato?» continuò Tarasios.
«Un affronto!»
«Appunto. E ne era consapevole. Ha scelto di morire, Diomedes.»


Ripensando a quella discussione, concluse che Tarasios aveva ragione. Nessun potere ama uomini così.
Persone libere anche di fronte alla morte.
Tanto meno li ama un potere come quello di Anito, basato sulla corruzione e sulla forza di persuasione del denaro. Molto denaro, moltissimo.
La voce di Socrate era la coscienza di Atene, in un certo senso. Anito aveva disposto tutto per comprarsi il suo silenzio definitivo.

«Anito ha avuto buon gioco, Diomedes, con questa storia della corruzione dei giovani.»
«Sì, l’accusa la conoscevo, me l’avevi già detta.»
«Sai chi sono questi giovani?»
Lo guardò incerto. «Si riferiva a qualcuno? Pensavo fosse generica.»
«No, no, tutt’altro. Si riferiva ad Alcibiade e Crizia.»
«Ma è assurdo!»
«Lo so, ma non importa. Tutti quanti sapevano che era un pretesto, ma hanno finto di crederci.»
Si trattava di due antichi discepoli di Socrate.
Il primo, Alcibiade, era stato un generale opportunista, un uomo torbido e ambizioso, passato al nemico durante la guerra contro Sparta e poi tornato all’ovile, assurto alle più alte cariche militari e poi decaduto, un intrigante di cui nessuno si fidava più. Infatti, quando era diventato una presenza troppo ingombrante per tutti, era stato assassinato.
L’altro, Crizia, era stato il capo dei Trenta Tiranni, il sanguinario regime imposto dai vincitori. Una banda di criminali privi di scrupoli che aveva approfittato del proprio potere per mandare a morte senza processo, esiliare e depredare migliaia di persone.


Diomedes non si ricordava di Alcibiade, era troppo piccolo allora; gliene aveva parlato Tarasios. Ma i Trenta li ricordava bene! Il clima di terrore e insicurezza aveva segnato la sua fanciullezza, anche se il regime era caduto dopo solo un anno.
«Quei due hanno deciso da soli la loro strada!»
«Diomedes, erano un pretesto!» ripeté Tarasios. «Anito ha tirato le fila per tutti gli altri che lo hanno preceduto. Socrate sa che le vere radici della sua condanna sono molto antiche, lo ha detto in faccia a tutta Atene.»
Diomedes provava ora un senso di impotenza rabbiosa, ripensando a quel sopruso. E come se tutto questo non bastasse, Tarasios si proponeva di lasciare Atene. Era ovvio: tutti si aspettavano una qualche forma di persecuzione, o almeno di forte ostilità, dopo la morte di Socrate.
Quella tragedia si era abbattuta su di loro, frantumando la sua vita.
La sera prima ne avevano parlato a lungo, lui e Tarasios. Più a lungo di quanto non avessero parlato di Socrate, in realtà.
Di fronte al mare impazzito, Diomedes sfiorò con le dita del ricordo tutta la loro vicenda, fin da quando l’uomo lo aveva avvicinato in palestra, rivolgendogli accenti appassionati.
Diomedes era bello davvero. I lunghi capelli scuri ricadevano in delicate onde sul collo, il corpo era quello di un giovane dio. Gli occhi neri e vellutati, ombreggiati dalle lunghe ciglia folte, sembravano guardare ogni cosa dal profondo di un abisso di dolcezza.
Molti uomini lo avevano avvicinato, allora; ma Tarasios era diverso da tutti gli altri.
Tarasios, con la sua forza tenace e tranquilla.
Tarasios, con il suo sorriso sereno.
Gli aveva offerto molti doni. Certo, il rituale del corteggiamento li prevedeva, Diomedes lo sapeva, ma i regali di Tarasios avevano sempre qualcosa di personale, intimo.
Il ragazzo sapeva che le parole che gli aveva detto venivano dal cuore. Lo sentiva.
Succedeva di continuo, è vero; quasi tutti i giovani avevano simili rapporti.
Ma Tarasios era suo. Era solo suo.
Aveva bevuto alle sue labbra una sapienza profonda della vita e le sue parole lo avevano guidato nella conoscenza del mondo variegato che lo circondava. Lo aveva accompagnato a teatro, lo aveva portato con sé ad ascoltare Socrate quando ancora non ne sapeva nulla, avevano discusso insieme, approfondendo le parole del maestro, lo aveva iniziato alla vita sociale. Era per questo che i ragazzi si affidavano agli uomini adulti; ma non era tutto qui. Tarasios lo amava.
Vedeva l’espressione che aveva quando lo guardava, anche quando non erano soli.
Quando gli affondava le mani fra i capelli, Diomedes fremeva.
Fremette anche adesso al pensiero delle sue mani, delle sue labbra, dei suoi occhi verdi, del suo modo di sorridere e scuotere i capelli dal collo.
Un pungolo nel cuore. Ogni respiro ripeteva quel nome.
Tarasios.
I ricordi si affacciavano già con la struggente insistenza della nostalgia, come ami che uno dopo l’altro laceravano la carne.
Momenti che non sarebbero più tornati.
Tarasios sdraiato sul triclinio a casa di Panaretos, al suo fianco, con la coppa del vino levata alta, che ogni tanto lo guardava e gli accarezzava i capelli, giocando con i riccioli neri. Allora tutto intorno sembrava svanire; restava solo il verde intenso di quello sguardo, ed egli vi si perdeva.
Era il primo banchetto, per Diomedes.
La timidezza era presto passata. Avevano riso, scherzato, mangiato e bevuto.
Il sorriso aperto dell’uomo lo aveva incatenato al suo volto, tanto che infine gli altri avevano preso a canzonarli con affetto un po’ rude.
«Diomedes» aveva esordito Gourias, ridendo. «Mi congratulo per la scelta. Non potevi scegliere un amante più saggio e degno della tua bellezza.»
Era tanto evidente, dunque?
Diomedes si era sentito preso in giro, si era vergognato. Aveva chinato il capo ed era arrossito.
«Infine hai avuto la meglio su tutti!» si congratulava intanto Ertemios, levando la coppa verso Tarasios. «Alla vostra.»
Socrate lo aveva preso da parte, e gli aveva spiegato che tutti erano contenti per loro, che non doveva sentirsi imbarazzato.
«Diomedes, cerca di imparare da quest’uomo tutto quello che puoi. Per te sarà un’ottima guida.»
Sorrise tra sé al ricordo.
E poi il primo bacio.
Un tremito gli era corso dal ventre alle gambe, mentre Tarasios lo stringeva a sé, e si era lasciato guidare abbandonandosi alle sue mani sicure e alle sue labbra, con il cuore impazzito in lampi di ignoto desiderio.
Tarasios.
Non poteva perderlo.
Sapeva che appena gli fosse spuntata la prima barba sarebbe finito tutto; usava così da sempre. Ma c’era ancora tempo per questo, e dopo sarebbero comunque restati amici. La piena comunione delle anime che li legava non sarebbe svanita certo per un poco di peli sul viso.
Svolse la pergamena: erano versi che Tarasios gli aveva dedicato nei primi tempi del corteggiamento. Versi pieni di desiderio e passione.
Li rilesse, e provò una scossa nel petto come aveva provato allora.
Cosa ne sarebbe stato di lui, quando Tarasios fosse andato a Megara con gli altri?
Poteva davvero seguirlo, non glielo aveva detto così, tanto per dire qualcosa. Ma non subito. Non aveva ancora raggiunto la maggiore età, sarebbe stata una fuga, ecco cosa.
Scosse il capo.
Suo padre lo avrebbe trovato, non ci sarebbe voluto molto, e avrebbe accusato Tarasios di averlo corrotto. Gli avrebbe creato dei guai. Non ne aveva certo bisogno, anche senza essere noto come discepolo di un uomo che era stato condannato a morte come corruttore di giovani.
Non poteva fargli una cosa del genere. Sarebbe restato a casa.
Si sarebbero scritti, questo sì, anche se non sarebbe stata la stessa cosa.
No, non sarebbe stato come in quel giorno di pieno luglio scolpito nella sua memoria.
Guardava Tarasios stagliato nell’accecante biancore dell’Acropoli contro l’azzurro intenso e quasi doloroso del cielo e del mare, il chitone incollato ai fianchi e al petto dalla mano calda dello scirocco.
Bello della bellezza salda e matura di Ares.
Il vento giocava con i suoi capelli, e Diomedes lo ascoltava a mala pena, mentre gli parlava della guerra contro Sparta.
Tarasios non poteva ricordare tutto di quel tempo: era un bambino, allora. Ma aveva sentito narrare molto dai vecchi, e faceva ora rivivere alla sua immaginazione quei giorni lontani. Nelle sue parole erano pestilenze e congiure, scontri navali e naufraghi abbandonati, battaglie, eroismi e abnegazione, opliti spartani sull’Acropoli, e le Lunghe Mura che un tempo avevano portato al Pireo, abbattute da operai in lacrime.
Quasi trent’anni di guerra, seguiti dalla tirannide sanguinaria sfociata poi in una guerra civile, prendevano vita in quel racconto.
Ma lui guardava Tarasios, si riempiva gli occhi della sua bellezza, respirava a pieni polmoni la sua presenza.
«Diomedes! Mi stai ascoltando?»
Il ragazzo era arrossito e aveva guardato a terra confuso.
L’uomo aveva riso, e lo aveva preso tra le braccia, perché aveva capito.
«Ti insegno io, discolo!»
Diomedes si era divincolato, ridendo di quel riso argentino che non aveva ancora preso la tonalità da adulto.
«Vieni qui!»
Le risate salivano nell’aria chiara, disperse dal vento.
Aveva finito per abbandonarsi all’abbraccio e ai baci. Si sentivano felici.
Nessuna lettera avrebbe potuto sostituire momenti così.
Si sarebbero scritti lo stesso, però; fino a quando sarebbe stato più adulto. Allora sì, sarebbe partito per Megara, lo avrebbe raggiunto laggiù.
Ma avrebbe avuto la barba ormai, e un’età in cui i rapporti del genere non sarebbero più stati ammessi. Forse sarebbe stato sposato, avrebbe avuto dei figli.
Le cose sarebbero cambiate, come aveva detto lui. Non avrebbero avuto altro che i ricordi…
Gli salirono le lacrime agli occhi. Le ricacciò indietro. Non era più un bambino!
Sentiva che no, non sarebbe andata così. Lo avrebbe seguito per stare insieme per sempre.
Guardava la distesa sconvolta delle acque, tendeva il volto agli spruzzi salmastri, si riempiva l’anima del profumo selvaggio del mare in tempesta, lottando contro la voglia di piangere.

«Diomedes.»
La voce alle sue spalle lo fece sobbalzare. «Tarasios» mormorò.
«Sapevo che ti avrei trovato qui.» L’uomo gli sedette accanto. «Questo scoglio è il tuo posto preferito per pensare, vero?» Sorrise di quel sorriso che era solo per Diomedes.
Il ragazzo lo guardò smarrito e non rispose. Il nodo alla gola era sempre là.
«A cosa pensavi?» La sua voce era una carezza.
Diomedes scosse il capo.
Il vento li sferzava rabbioso.
«Perché stanotte te ne sei andato?»
«Perdonami; non ti avevo avvisato. Dovevo trovarmi da Panaretos prima dell’alba.»
«Ho pensato che dipendesse da me.»
Gli prese la mano, giocando con le sue dita.
«No» mormorò. «Da te no. Anzi.»
Diomedes lo guardò. Avrebbe desiderato che lo abbracciasse.
Tarasios trasse un profondo respiro.
«Non ha accettato.»
Il giovane tacque a lungo.
«Me lo aspettavo» disse poi, cercando di dominare le emozioni. «Non avrebbe potuto farlo. Non lui.» Poi trovò il coraggio per fare una domanda. «Come sarà?»
L’uomo chinò il capo. «Con la cicuta, come al solito. Sarà una cosa lunga.»
Diomedes si sentì stringere il cuore da una mano di ghiaccio.
Il pensiero dalla lunga agonia a cui Socrate sarebbe andato incontro lo sconvolse.
Tarasios gli affondò la mano fra i capelli, sulla nuca, in quel gesto che era loro tanto intimo, e gli attirò la testa sul petto.
Allora, nel calore del suo corpo, nascondendo il volto tra le pieghe del mantello, il ragazzo lasciò scorrere le lacrime.
Tarasios non disse nulla, ma lo tenne stretto a lungo.
«Penserai di me che sono un bambino, vero?» singhiozzò Diomedes.
«No» sussurrò l’uomo. «Anche Achille ha pianto.»
Diomedes restò così ancora per molto tempo, respirando il profumo della sua pelle, e pian piano si calmò.
«Tarasios.» Alzò gli occhi. «Cosa sarà di te?»
«Non lo so, Diomedes. Non so più nulla.» Il ragazzo avvertì, accanto all’orecchio, la sua voce tremare.
Allora levò il volto e l’uomo lo baciò a lungo, con dolcezza.
L’immensità sconfinata del mare urlava sotto di loro, e Diomedes seppe che avrebbe ricordato per sempre quel momento.
Si strinse a lui.
Restarono così, in silenzio, finché la rapida notte invernale non avvolse il mondo squassato dal vento senza fine.

Tutto era finito, ormai.
Socrate aveva bevuto la cicuta.
Se ne era andato sereno, come serena era stata tutta la sua vita. Non aveva avuto paura della morte: aveva detto che nessun uomo di senno può temerla, visto che non la conosce.
Una frase degna di lui.
I suoi discepoli gli erano restati accanto fino all’ultimo respiro. Li aveva persino consolati, mentre si disperavano, piangendo e singhiozzando, poi aveva discusso con loro fino a che aveva potuto parlare.
Apollodoro si era preso amorevole cura del corpo del maestro per rendergli gli onori funebri.
Critone aveva compiuto l’offerta di un gallo al dio Asclepio.
Era stata l’ultima volontà di Socrate. Quel sacrificio di solito era offerto per una guarigione ottenuta, ma erano state le sue ultime parole, e l’amico di sempre vi aveva adempiuto.
Tutti loro avrebbero riflettuto ancora molto a lungo sul significato di quella richiesta.
E ora, sul molo, i discepoli si imbarcavano uno dopo l’altro.
La giornata era gelida: un cristallo azzurro sospeso.
Il vento era caduto da giorni, ne era restato solo un alito di ghiaccio.
Il cielo e il mare si fondevano in un bagliore argenteo freddo e abbacinante, e i gabbiani volteggiavano con le ampie ali immobili. Di tanto in tanto si gettavano in picchiata verso la distesa plumbea, le ali raccolte attorno al corpo affusolato, e le loro strida riempivano l’aria.
Infine sulla banchina restarono solo loro due.
Tarasios indugiava ancora accanto a Diomedes, rubando gli ultimi istanti sfilacciati della sua presenza, guardandolo negli occhi per imprimere nel cuore i suoi lineamenti.
La notte precedente, la loro ultima notte, era stata solo per loro.
Tutto era stato detto, ormai.
«Tarasios!» chiamò Euclide dalla nave. «Forza! Dobbiamo salpare. Manchi solo tu.» La sua voce non era impaziente. Era triste, questo sì, ma non impaziente.
La vela schioccava nella brezza leggera.
Tarasios non rispose.
Fece scivolare il dorso di due dita sulla guancia del ragazzo, con dolcezza struggente.
Diomedes tratteneva a stento le lacrime. Gli prese la mano, premendola contro il volto, e chiuse gli occhi.
Dopo un tempo che parve eterno, Tarasios mormorò: «Devo andare. Hai sentito Euclide» sorrise a mezza bocca. «Mi odierà se gli farò perdere altro tempo.»
«Addio, Tarasios.»
L’uomo lo accarezzò di nuovo sul viso, sulle palpebre, sulle labbra; non sapeva risolversi ad andare. Gli prese il capo fra le mani, lo baciò. Un bacio lieve, posato sulle labbra come una farfalla.
«Addio, Diomedes, anima mia.» La sua voce era appena un leggero sussurro.
Allora il ragazzo non seppe più trattenersi, e le lacrime scesero sulle sue guance.
Le dita di Tarasios le asciugarono con dolcezza.
«Diomedes» mormorò. Gli occhi ebbero un lampo di tenerezza, mentre i polpastrelli dei pollici giocavano con la sottile peluria scura sul labbro superiore. Sorrise lievemente.
«Ti sta spuntando la barba.»

Ora io me ne vado a pagare la pena di morte di cui son debitore per opera vostra,
a costoro resta invece da pagare un debito d’infamia e di ingiustizia per opera della verità.
[Platone, Apologia di Socrate]

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