Racconto di Guido Siragusa

Racconto pubblicato la prima volta su isogninelcassetto.it nella collana di narrativa apologos n.1 – anno 2006

Quel giorno per una forma di trasgressione inconsapevole, egli sceglie come luogo per una passeggiata quel posto lontano. Il cimitero. Lo sceglie come voluttuosa attrazione tra amore e morte. L’intima unione tra Eros e Thanatos si compie nella morte -egli ha scritto in uno dei suoi racconti- paradiso degli amori terreni impossibili, cui gli amanti confidano il loro destino.

Passeggia lentamente, trascinando il proprio corpo, come se indugiando in quel modo nel concedersi alla strada lo facesse stare meglio nei suoi pensieri. Passo dopo l’altro. In fondo, si dirà quel ragazzo poco più che ventenne, c’è nessuno che lo aspetta là dove sta andando, nessuno che possa offendersi del suo ritardo né se strada facendo cambiasse idea o destinazione e riprendesse la via del ritorno.

Egli a tratti si ferma, a volte sorride. Un intreccio di attimi e di pause interminabili, nei quali il mondo ruota intorno. Ed egli galleggia sospeso, dimenticando in quegli attimi rubati al tempo ciò che si nasconde nel suo animo di giovane solitario. In fondo, si dirà per la seconda volta in pochissimo tempo, c’è nessuno che lo aspetta, né là dove sta andando ma neppure a casa dove non vuole tornare.

Del resto egli sa che la cosa più importante per andare avanti è ritrovare fiducia nell’oblio, ritrovare quella sottile linea immaginaria che sembra proteggerlo da ogni possibile forma di male terreno.

Tutt’a un tratto, egli si rende conto come per incanto che è una fresca giornata primaverile; si rende conto alzando per un attimo la testa che tiene china sulla strada, camminando schivando i sassi del viottolo. Ci sono tante cose che si potrebbero raccontare su questo ragazzo poco più che ventenne, troppo bello per non insinuare un minimo senso di desiderio: invidia per il maschio, voglia di possederlo per la femmina. In questo strano pomeriggio ormai giunto alla fine, in questo cimitero in cui sta entrando ora, nella città che un tempo era anche sua.

Questo ragazzo così fragile, mezzo curvo per i suoi pensieri, che vagano raminghi nella sua mente com’egli adesso vaga ramingo per questi luoghi che si fanno man mano più estranei ai suoi occhi.

Il cimitero ha le sembianze di un cimitero di paese. I confini sono demarcati, alla destra per chi entra ma alla sinistra da dove lo sto osservando, dal filare di cipressi che si stagliano in fila indiana verso il cielo al crepuscolo. Lungo questa linea, orizzontalmente estesa dal cancello in ferro battuto dell’ingresso fino in fondo alla chiesetta in mattoni rossi, da dove mi metto a spiarlo, lungo questa linea egli procede lento e assorto tra l’ingarbugliamento dei suoi pensieri, densi di nebbia, di alcune birre e di molta solitudine.

Adesso allungo il collo per spiarlo meglio. Ed egli si accende una sigaretta. Istintivamente è attratto dalla mano, la sua. Poi sospira. Dopo si guarda attorno come se vedesse niente, nessuno.

Ci sono tante cose che si potrebbero dire su questo ragazzo, continuo a ripetermi mentalmente nella mia assoluta immobilità di osservatore distaccato. Tante cose. Però adesso preferisco spiarlo in silenzio, laggiù vicino alla tomba senza lapide, dove egli si è accovacciato a terra, mentre fuma. Fuma e si guarda attorno, facendo attenzione a non respirare troppo forte per non rompere il silenzio che lo avvolge. Un silenzio sufficiente e assoluto per risparmiare a chiunque ogni parola, ogni pensiero. Persino a lui. Bello e poco più che ventenne, avulso da confronti.

Esiste -questo ragazzo- o lo sto inventando? Conscio del presentimento che sono prigioniero della mia assurda invenzione, e stupidamente reale al tempo stesso, che ora sto vivendo sulla mia pelle mentre invento, non lasciando spazio alcuno per altre fughe; come andare incontro a questo ragazzo, sedermi di fronte a lui e parlargli guardandolo ben dentro agli occhi. O forse solo fissarlo senza pudori, oppure offrirgli un frenetico joint e fumarcelo insieme, laggiù nel fango del cimitero, seduti sulla lastra di quella tomba consunta dal tempo.

Amare il proprio io nell’altro a volte ci condanna, mi dico. Ma quando questo ragazzo arma parole che giungono fino a me in frammenti scagliati attraverso lo spazio che ci separa, in forma così luminosa che rischia di accecare anche me… Quando tutto questo avviene come sta avvenendo, a volte i corpi desiderano toccarsi perché le menti volino insieme al di là della linea dell’orizzonte, anche se non si percepisce, anche se non è chiaramente visibile. Guardarsi allora è come accettare di riconoscersi, o forse è riconoscersi.

È come farlo allo specchio – forse infranto, scomposto in tanti piccoli frammenti deformanti che possono ferire – e contemplarci disarmati, complici,abbandonati, pungenti, severi… come compagni. Forse per questo esito e indugio a lungo, per il timore compassionevole di essere in grado di comprendere il verbo di tali abissi colonizzati, la voce roca di questo ragazzo più grande contro il rumore assordante del mondo…

Ma adesso, mentre lo sto guardando così con insistenza, sento nella mia fragilità di sedicenne quello che lui stesso sente e nel medesimo istante, per un attimo, vedo ciò che a malapena sta per disegnarsi. E ho paura.

Proprietà letteraria riservata © 2006 [isnc]edizioni

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