Racconto di Guido Siragusa

Racconto contenuto nell’ebook [isnc]edizioni L’amore sbagliato – Racconti tra sedici anni e dintorni, Colas e Guido Siragusa, settembre 2014

A Pietro capita spesso di pensare a quella cosa. Ci pensa anche nei momenti più strani. Come adesso in scooter, gli auricolari del walkman pressati nelle orecchie, mentre scorazza senza meta nella notte. Un’altra notte in questo schifo di posto, afosa e priva di significato.

L’idea di credere di poter porre fine alla propria esistenza, in qualsiasi momento e condizione, lo fa comunque stare meglio. Lo fa sentire padrone del proprio malessere, di quello stato adolescenziale di abbandono che spesso lo investe all’improvviso e, altrettanto all’improvviso, scompare. Ed è questa certezza, di poter disporre della propria vita, anche se non assoluta, a ricaricarlo dell’energia necessaria per andare avanti.

Pietro ha compiuto quattordici anni da qualche mese. Lo definiscono strano, gli amici, fuori degli schemi. Soprattutto perché non capiscono questi suoi momenti di distacco, sospeso tra finzione e realtà, in una sublimazione di sé che va oltre l’indifferenza di chi non crede in niente, e niente vuole che gli condizioni l’esistenza.

Lo scooter sbuca dal fondo del viale, in volata.
All’improvviso Pietro frena, sbanda. Poco, ma quel poco basta a farlo cadere dallo scooter.
Pietro rotola a terra per una decina di metri, e finisce al limite del marciapiede.
Il casco rimbalza sull’asfalto come una palla, non l’aveva agganciato.

Quando apre gli occhi, Pietro vede sfocato. L’impressione è quella di non realizzare l’accaduto e nemmeno di riconoscere il luogo. Prova ad alzarsi, non riesce a muoversi. La testa gli gira, i contorni risultano sempre più confusi. Intorno a lui non c’è uno straccio di persona, né il faro di una automobile e neppure la luce di un lampione.

Si volta a fatica verso lo scooter, riversato di traverso sulla strada poco più in là. All’improvviso un lampo di luce gli rimbomba nel cervello.

Adesso ricorda: il gatto che gli attraversa la strada, ce l’ha quasi fatta a schivarlo!… Ma c’è qualcosa di oleoso per terra, le ruote dello scooter che slittano dentro quella cosa sdrucciolevole…

Forse è un sogno, pensa all’improvviso. È solo un fottutissimo sogno come tanti… Non può che essere così!

Poi ricorda stranamente di aver letto qualcosa sulla mente che allora gli sembrò impossibile, che essa è in grado di trascendere il tempo, cioè di uscire dalla visione ordinaria delle cose. Qualcosa collegato all’emisfero destro del cervello, quello che come lui se ne frega delle regole di spazio e tempo, che si comporta in modo insolito, che ci apre a esperienze straordinarie…

Che sia morto?, si domanda lì per lì.
Prova di nuovo ad alzarsi in piedi senza riuscirci. Sono morto davvero!
In quel momento, però, rifiuta questa visione diretta. Preferisce pensare che quello che gli sta accadendo fa parte di un sogno.

Lui sogna spesso, e anche situazioni più terribili di questa. Fra un attimo si sveglierà, sudato nel suo letto, e tutto sarà come sempre. Niente di più, niente di meno!, si dirà.

Di nuovo Pietro avverte quel rumore amplificato nella testa, come uno spostamento d’aria improvviso. Tutt’intorno ricomincia a ruotare, in modo vorticoso. E, come attraverso l’angusto oblò di una lavatrice intanto che centrifuga, osserva la sua breve vita tutta spezzettata, una sequenza velocissima di eventi uno dopo l’altro, sconnessi, un caos, un non senso. Sul fondo, spazzato da leggere folate di vento, gli sembra di scorgere a tratti il mare. E avverte uno strano bisogno di calma.

All’improvviso il vortice lo trascina via con sé. A Pietro sembra di attraversare un paesaggio metafisico, qualcosa che gli ricorda il dipinto surreale appeso alla parete dello studio del padre, e viene spinto sulla sua spiaggia.

Là, lo attende un cielo azzurro. E il mare, solleticato dal sole e dal movimento delle onde, produce effetti cromatici di una bellezza straordinaria, unica.
Si scopre nudo nel raggiungere di corsa la torre saracena, sbarrata e fatiscente.
La sensazione è d’un insieme essenziale, oltre il quale è difficile penetrare anche con il pensiero.

Tutt’a un tratto Pietro avverte stanchezza.
Si sdraia sulla spiaggia.
Senza capire perché, si sente parte di qualcosa. Si sente parte del paesaggio: luce, sole, anch’egli.

Allora si rotola nella sabbia, e poi nel mare, e sprazzi di luce lo raggiungono, svaniscono, si uniscono a lui con affetto cosmico. Intanto qualcosa di evanescente invade il cielo, una specie di aurora boreale. Pietro sente d’essere diverso, pronto a rinascere, a entrare finalmente nel paesaggio di una nuova vita.

È quello il cielo della morte?, si domanderà.
E respirerà profondamente, un attimo prima di scomparire amalgamandosi all’orizzonte.

Proprietà letteraria riservata © 2014 [isnc]edizioni

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