Racconto di Colas

Racconto contenuto nell’ebook [isnc]edizioni L’amore sbagliato – Racconti tra sedici anni e dintorni, Colas e Guido Siragusa, settembre 2014

Fa molto caldo e l’afa rende tutto insopportabile. E’ venerdì sera, ore 24:45. Sono sull’ultimo metrò della notte che mi sta portando dalle parti dell’ostello. Non c’è molta gente, anzi è insolitamente vuoto. A un paio di posti da me c’è un ragazzo più o meno della mia età. Lo osservo.

Ha i capelli rasati, indossa uno smanicato Nike nero e un paio di jeans sgualciti rivoltati fin su ai polpacci. Mi accorgo che ha uno zaino simile al mio accanto a lui. All’improvviso si alza in piedi. Ha un fisico da peso piuma. Lo sguardo penetrante è mitigato un po’ dalla montatura trasparente degli occhiali. Inizia a camminare avanti e indietro lungo il corridoio, nella mano destra ha un cellulare di cui pigia i tasti con il pollice. Dai suoi movimenti, da come sposta il peso del corpo da una gamba all’altra e agita la testa, mi ricorda un corvo. Mastica nervosamente una chewing gum.

Dopo un po’ smetto di osservarlo. Mi dico che cosa ci fa un tipo come lui -come me- in questa città dove tutto brilla. Così almeno mi sono sentito dire da tutte le parti. Da tutti quelli che raccontavano meraviglie di Parigi… Devi assolutamente andarci! È la città dove non si respira aria. Si respira polvere d’oro. E le ragazze sono incredibili. Quelle che vivono lì e quelle che sono lì perché arrivate solo per respirare l’aria di Parigi. Lo vedi subito che hanno già respirato un sacco di polvere d’oro.
In realtà non è proprio così, invece. Voglio dire, insomma te ne rendi conto dopo un po’ che ci sei, che non è così almeno per tutti. Almeno non lo è per me. E non solo per le ragazze…

Di colpo il “corvo” smette di svolazzare da un capo all’altro del vagone. E viene a sedersi vicino a me.
«Salut» dice lui.
«Salut» rispondo. E gli scaglio un’occhiata di quelle dell’ultima ora.
Lui tira su le gambe e appoggia i piedi sul sedile. La testa abbandonata contro il finestrino. Gli osservo le caviglie e i piedi scalzi infilati nelle infradito. Mi piacciono i suoi piedi. E mentre lo vedo sorridere, a me da fastidio che lui se ne sia accorto.

«Italiano?» chiede poco dopo – il lasso di tempo mi sembra breve – con un leggero accento francese.
Non rispondo. Mi giro verso di lui giusto l’attimo necessario a fargli capire, con un lampo di sfida negli occhi, che non ho nessuna voglia di parlare. Lui mi indica con la testa la copertina del libro che ho in mano. Cesare Pavese, La luna e i falò.

«Sai,» ricomincia lui in un buon italiano, «una volta mia madre mi ha detto che leggere in lingua originale i libri di cui conosci le traduzioni già a memoria è un ottimo metodo per imparare una lingua… A proposito, io sono Alain.»
Gli rispondo con un laconico: «Nel tuo caso ha funzionato.»
Poi aggiungo con voce bassa: «Io mi chiamo Gabriele.»

Il treno entra in curva e, come per una strana coincidenza, lui perde l’equilibrio e si schiaccia contro di me. Sento il suo respiro sul collo. Per un momento regna il silenzio. E mi rendo conto di quanto può risultare silenzioso l’ultimo metrò mentre attraversa le viscere di Parigi a quest’ora della notte.
«Ti dà fastidio se fumo?» chiede lui, ancora appoggiato alla mia spalla.
Non aspetta la mia risposta. Tira fuori dal pacchetto una Marlboro e ne offre una anche a me. Le accende tutte e due. Fuori è tutto scuro. Le nostre facce si riflettono nei finestrini. Per un paio di battiti dei nostri cuori. Giusto quelli.

«La mia ragazza,» continua Alain dopo aver tirato dalla sigaretta, «dice che nulla è per sempre, che tutto passa e svanisce. Che nulla ti accompagna sulla tua strada per un tempo infinito. Lo pensi anche tu?»
Alain si gira verso di me, mi guarda negli occhi e sembra accennare a un sorriso. Poi fa tre tiri dalla Marlboro e mi si stringe più vicino. Mi piace il suo odore di strada. Lo ammetto. Per un attimo tiro su con il naso, un respiro profondo, e mi dico che è questo il profumo dell’aria di Parigi che voglio tenermi dentro. E intanto mi stringo nelle spalle.
«Il ritorno alle origini,» continua lui quasi subito, «la memoria dell’infanzia, la verifica del presente, il dissolversi inesorabile della vita… È tutto un po’ come nella Luna e i falò, non credi?»

Adesso sono io che aspiro una boccata di fumo. Lo guardo. Mi dà l’impressione di voler dire qualcos’altro, ma semplicemente si morde di nascosto il labbro inferiore. E allora deglutisco, mi dico che forse si aspetta una risposta da me, che non posso continuare a fare lo stronzo. Cazzo!, non se lo merita. Ma rimango in silenzio, invece. A lungo, ad ascoltare il rumore ritmato delle ruote del treno. E mi dico che forse è solo per questo rullio che si crea questa strana intimità. Siamo due ragazzi che non si conoscono, seduti uno accanto all’altro come amici di vecchia data. Ma noi non ci conosciamo, non siamo amici. L’unica cosa che ci unisce è l’aria irrespirabile su questo ultimo metrò della notte. A Parigi, in luglio inoltrato.

Alain si schiarisce la voce, e intanto lancia lontano da sé la cicca di Marlboro lungo il corridoio.
All’improvviso porta il discorso in un’altra direzione:
«E quindi sei italiano. Forte. Raccontami della tua città. Cos’ha di speciale… Dove hai detto che stai?»
«Non l’ho detto!” faccio io, con quello sguardo in cui semplicemente non c’è posto per gli altri.
Poi guardo fuori dal finestrino. Non si distingue ancora niente. Si vede solo se stessi.
«Dài…» insiste lui quasi sdolcinato, «mi piacerebbe sapere qualcosa della tua città…»
«Ma perché cazzo lo vuoi sapere a quest’ora?» rispondo tagliente.
«Perché è una cosa diversa…» continua lui, guardandomi. «Dimmi di te, per favore!»

Poi Alain rimane a lungo in silenzio. Io ci penso su.
Non mi aspettavo che a un certo punto avrei potuto sentirmi in colpa perché non ho voglia di parlare. Non ho nessuna voglia di dire qualcosa. Ma anche se per una incomprensibile ragione inaspettatamente decidessi di farlo, mi accorgo che le parole non ne vogliono sapere di uscire. A fatica riesco a mugugnare un fottutissimo “Non mi va, tutto qui”. E infilo Pavese nello zaino. Come si fa con un gesto risolutore.
Dopo un po’ vorrei mordermi la lingua per averlo detto, lì sull’istante. E mostrargli il sangue che gronda sul pavimento come quando mi esce dal naso, per fargli capire quanto mi dispiace, che a volte si fanno e si dicono cose assolutamente idiote… Ma è ancora lui a rilanciare. Lui, un ragazzo a me così somigliante.

All’improvviso si alza in piedi di scatto e riprende di nuovo a svolazzare come un corvo lungo il corridoio e a digitare sul cellulare.
Adesso il treno dovrebbe essere quasi vicino alla fermata dell’ostello. Lo desidero. E intanto penso alla mia camera in Italia, al mio letto, ai miei cd. Penso alla mia vita, al mio maledetto futuro. E mi dico che il primo vero trasloco della vita bisogna viverlo fino in fondo. A Barcellona come a Berlino, a Londra come a Parigi. Sempre, ovunque.

Alain dice, rimettendosi a sedere accanto a me:
«Sai, quand’ero piccolo tutte le volte che mi sentivo solo mi dicevo che in realtà non lo ero affatto. E sai perché?»
«No» gli rispondo. «Dimmelo tu!»
A un tratto è come se non mi importa niente di saperlo. Non mi importa neppure che lui è lì. Se è reale o un’allucinazione. L’unica cosa che voglio davvero è andare a dormire. La notte può andare a fare in culo.
«Immaginavo che loro mi amassero,» riprende lui, «i protagonisti dei libri che leggevo. Che fossero entusiasti di me, come se fossi il loro eroe, e provassero quello che provavo io. Non so bene come potessi pensarlo, però sapevo che doveva essere così, non poteva essere altrimenti. Ne ero sicuro, e in qualche modo il crederlo mi rincuorava.»

Poi Alain smette di colpo di parlare. Mi guarda.
Io lo guardo. Per un attimo è come se i suoi occhi si riempissero della mia stessa tristezza. E allora, diversamente da prima, adesso vorrei che lui continuasse.
Intanto il treno è di nuovo fermo in una stazione. Salgono due ragazze sottobraccio a un ragazzo. Ridono forte. E barcollando percorrono il corridoio fino in fondo per poi sparire nell’altro vagone.

Alain si stringe nelle spalle. Tace. Finché il treno riparte. Siamo di nuovo nelle viscere di Parigi.
Lui scivola un po’ verso di me. Poi dice a bassa voce: «Fammi venire con te.»
«Negativo!» mi esce fuori d’un fiato. Però mentre lo dico mi giro dall’altra parte. Si crea un silenzio sgradevole. Solo il rumore del treno.
Per fortuna la prossima fermata è la mia. Ne sono certo.

Passa qualche secondo, poi lui fa un’altra mossa a sorpresa:
«È perché non mi sopporti?»
«Alain tu non c’entri niente, cazzo!» rispondo.
Afferro il mio zaino e mi alzo di scatto. Vedo che mi guarda. Prendo tempo. Poi proseguo con voce bassa: «Vorrei proprio, ma non è possibile. Sono scappato da qualcosa. Ma adesso è ora che faccia ritorno…» E tronco la frase.

Le ruote slittano sulle rotaie. Il treno si ferma alla stazione dell’ostello. Sento un nodo premermi in gola. Alain mi si getta al collo e mi bacia sulle labbra. Poi si stacca da me. Schizzo fuori dal treno.
Tiro su con il naso mentre mi allontano sul lato meno illuminato verso l’inizio della banchina. Mi passo l’indice della mano destra sulla bocca. E intanto penso al frontespizio strappato dal libro di Pavese e infilato di nascosto nello zaino di Alain. Penso al numero che ho annotato sopra. Penso ad Alain…

Quando il mio cellulare inizia a squillare aumentando di volume, sbuco dalle scale della metropolitana. All’aperto l’aria è così tiepida, adesso. Odora di strada. È proprio l’aria di Parigi che preferisco.
Rispondo: «Sì. Domani alle tre. Al metrò di Saint-Germain. Salut

Proprietà letteraria riservata © 2014 [isnc]edizioni

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