Racconto di Colas

Racconto contenuto nell’ebook [isnc]edizioni L’amore sbagliato – Racconti tra sedici anni e dintorni, Colas e Guido Siragusa, settembre 2014

Conosco Lele per caso. Lo incontro verso sera proprio il giorno del mio arrivo, in un pub dalle parti di Kennington Park Road. Nel pub ci entro per mettere finalmente sotto i denti un po’ di cibo commestibile dopo giorni di schifezze.

Mi è subito simpatico. Dice che è di Brindisi. Ci mettiamo a parlare e vengo a sapere che è a Londra per una borsa di studio. Alla London Art School. Mi mostra la cartella che ha con sé – di quelle grandi che usano gli illustratori. Estrae alcuni fogli da disegno. Sono dei layout di fumetti.
«Forte!» gli dico. «Davvero belli!»

Vengo anche a sapere che lui vive in un youth hostels a pochi minuti di strada a piedi. Mi dice che la stanza è pulita. Se sto cercando un posto dove stare che costi poco, lì si è liberato un letto. Lui è in confidenza con la proprietaria e può metterci una buona parola… Insomma mi invita ad andarci. Vuole mostrarmi altri schizzi. Accetto. Non ho niente da perdere.

Mezz’ora più tardi smettiamo di camminare di fronte a una palazzina in stile inglese, come se ne vedono tante a Londra, in Earls Court nella zona intorno alla Compton Street.

Lo seguo dentro. Lele si mette a parlare in disparte con la proprietaria. È una donna sulla quarantina curata nell’aspetto e abbondante, con una nuvola di capelli cotonati tinti di biondo e sul volto -sensuale nonostante tutto- i segni della durezza anglosassone. Mentre Lele le parla, lei mi osserva fermo sull’ingresso senza rispondere. E sembra che ogni tanto faccia schioccare la lingua. Dopo un po’ mi sorride e con un gesto più passionale che amichevole avvicina a sé Lele, abbracciandolo. In quel momento Lele si
girà verso di me e credo di vedere che mi fa l’occhietto.

Un ragazzo occhialuto con i capelli ricci e rossi e la pelle bianca, pressappoco della mia età, da dietro al banco mi fa segno di accostarmi alla reception. Intanto che registra i miei dati, con lo sguardo sempre fisso al monitor del computer, in un inglese stretto che capisco a fatica mi domanda se sono mai stato a Londra prima e quanto penso di fermarmi, se anch’io faccio parte del gruppo di stagisti italiani venuti alla London Art School e altre cose che non afferro ma che immagino siano stronzate del genere…

«No!» rispondo laconico. Vorrei dirgli ammasso di brufoli, dacci un taglio! Sono qui solo per vedere i fumetti di quel paraculo che si sbatte tua madre. Invece ci sorridiamo, e aggiungo a bassa voce:
«Probabilmente, non capisci un cazzo.»

«Sei scemo!» fa Lele, arrivandomi alle spalle all’improvviso. Poi tranquillizza il tipo al di là del bancone:
«It’s all right, Paul. He has done nothing but joke all the afternoon.»

«Ho appena finito di convincere madam…» continua Lele, sorridendo alla tardona che continua a tenerci d’occhio dall’altra parte del corridoio, «che sei anche tu dei nostri e sei arrivato solo oggi perché hai avuto problemi a casa… Sennò col cazzo ti dava la stanza! Dài andiamo, e sorridi a madam, su…» aggiunge tra i denti, tirandomi per un braccio e incamminandosi verso la scala.

«Fiuh, che culo…» fiato sul collo a Lele, dopo essermi girato per un attimo a sorridere a madam. Le faccio ciao con la mano.

Una rampa di scale dopo, Lele fa girare la chiave nella serratura della stanza 106. Sei più uno fa sette, penso. Il mio numero fortunato. Lele spinge la porta. Entriamo.

Davanti a me nella penombra, c’è la solita camera di un ostello un po’ spartana. Due letti a castello, una panca, lo specchio e il lavabo nell’angolo vicino alla finestra. La coperta di uno dei due letti a castello, quello sotto, è stropicciata e i cuscini sono due, uno sopra l’altro. Mi siedo sul letto. Sulla coperta si intuisce vagamente il profilo di due corpi. Senza farmi accorgere la palpo con le dita…

«Devi avere una vita tutta sesso, droga e rock’n’roll, eh Lele?» chiedo con quel mio sorrisetto del cazzo sul viso.

Ecco, la cazzata mi è scappata. Ma ormai l’ho detta. Vorrei sprofondare. Lele tace. Rimane immobile. Per un momento che mi sembra senza fine. Poi lui accende la luce. Mi guardo attorno. Alle pareti sono appesi caoticamente disegni, pensieri, vignette, story board. Per un attimo ho uno dei miei soliti flash. E mi rivedo davanti agli occhi la scena di Paz, il film tratto dai fumetti di Andrea Pazienza, quella in cui Pentothal si sveglia e dal buio della stanza appaiono due folletti, come facce luminose fluttuanti nel vuoto che si avvicinano al letto e cominciano a sussurrargli all’orecchio di svegliarsi, mentre a terra è il caos: fogli da disegno sparsi ovunque, tavole di fumetti lasciate a metà e calpestate, pennarelli senza tappo dimenticati nella polvere, bicchieri di carta mezzi pieni di cicche strategicamente posizionati per essere calpestati al
primo passo…

«Tu ti sistemi di sopra» dice sicuro Lele, facendomi sobbalzare.
«Odio il buio…» aggiunge dopo con voce bassa. «Sembrerà strano. Ma il buio illumina sempre le cose più orribili.»

Quella frase, che devo aver letto da qualche parte ma che lì in quel momento non ricordo dove, sentirla pronunciare da lui con un tono di voce così basso mi fa esitare un istante. Ci scambiamo una specie di sorriso. Poi Lele si schiarisce la voce.

«Sai» dice, «a volte facciamo cose assolutamente idiote…»
Lo guardo e annuisco.
«Come scoparti madam?» chiedo.
«In generale, dico…» precisa. «E in qualche modo ci commuovono, anche se sono cose orrende e tutto il resto. In qualche modo ci fanno star meglio, dopo. Non sappiamo nemmeno se la nostra esistenza ha uno scopo oppure è soltanto un caso, uno stupito incidente o roba del genere… Che prima o poi ci copre completamente di merda.»

Per un paio di minuti c’è di nuovo silenzio, nella stanza.
Lui inizia a spogliarsi. Rimane in mutande. Gli osservo il pacco. Ha un bel corpo e un piccolo tatuaggio tribal sul bicipite destro. Si sdraia sul letto. Io salgo sul mio per la scala a pioli. Sono ancora con tutti i vestiti indosso. Infradito comprese. Me ne libero lanciandole nel vuoto. La stanza è invasa da una luce giallastra. Sarebbe quasi piacevole. Potrei sentirmi quasi al sicuro. Se nella mia vita esistesse qualcosa di piacevole, o di sicuro. Poi Lele ricomincia a parlare e non smette più.

«Mio padre è morto di cancro tre mesi fa. Fottutamente, un giorno. Non so quanti minuti sono rimasto a fissare il suo corpo, da morto, nella saletta numero sette dell’obitorio. E c’erano tutti, che piangevano, e un puzzo di fiori e di morto che mi entrava dentro, su per il naso, fin giù in gola e poi in fondo all’anima…
Ma non una lacrima. Una schifosissima lacrima, capisci? Non mi riusciva di piangere. E mi sforzavo. Mi sfregavo gli occhi fino a farmi male. Non scendeva una goccia. Niente! Tutt’a un tratto mi sono ricordato di una scritta che avevo letto su un edifico venendo lì poche ore prima, Aiuto sto scomparendo! Spray rosso su intonaco di cemento invece che pennarello rosso su carta ruvida Fabriano come nei miei fumetti. Poi sono arrivati gli alunni di mio padre. In silenzio, composti, lavati e stirati come bravi scolaretti… E lei, la direttrice in prima fila. Lei che si avvicina a mia madre. L’abbraccia, la troia! Mia madre che fa finta di niente. Che non le sbatte in faccia gli ultimi mesi di sesso con mio padre rubati al loro matrimonio. Quando quella fa solo per muoversi verso di me, le lancio un’occhiata da far paura. Soltanto allora, durante una tregua del mio mal d’esistere, capisco lì con quella troia a pochi metri che a logorarmi dentro non erano i tradimenti di mio padre, le sofferenze di mia madre, la storia d’amore finita dei miei vecchi, quanto la consapevolezza che tra me e loro c’erano ormai troppi anni. Troppi anni!»

Per qualche istante rimane in silenzio. La sua coperta fruscia.
Prendo dallo zaino il pacchetto di Camel stropicciato.
«Ti dà fastidio se me ne fumo una qui dentro?»
«No» risponde.
Sento il letto cigolare sotto di me. E poi di nuovo la sua voce.

«Sai, mia madre lo amava mio padre, cazzo! Credo che prima non avesse mai amato nessuno in quel modo…»
Mi accendo con un fiammifero la Camel. Faccio un tiro profondo. Poi resto a fissare il puntino rosso della sigaretta.

«Faceva tutto per lui, capisci?»
Si schiarisce la gola.
«Ho il sospetto che la troia venisse persino a scopare a casa nostra. Certo, quando mia madre non c’era. Io me la spiego solo così: aveva un bisogno pazzesco di mio padre che mia madre non faceva che mentirsi in continuazione…»

Lele rimane di nuovo in silenzio. Sento che sfrega i piedi nudi l’uno contro l’altro.
Mi giro in pancia e lo guardo dall’alto. Ha gli occhi chiusi, il braccio destro penzoloni giù dal letto. Ho un piccolo turbamento nel vederlo così. Avverto una impercettibile sensazione di malessere. Qualcosa che ha forse a che fare con quello che sta raccontando, con i miei pensieri, la mia vita, il mio stato d’animo di calma apparente… D’altronde che ci sono venuto a fare in questa piccola stanza, con la finestra alta e la luce della strada di questa tiepida serata estiva londinese che si posa sulle lunghe tende gialle?
Mi rimetto di schiena. Faccio tre tiri dalla sigaretta, morir di cancro anch’io, penso. Guardo il soffitto. Non mi dice niente, ma mantengo lo sguardo fisso lì. Se tutto avesse un senso, mi dico, sarebbe più facile non guardarlo. Né pensare a chi sta sdraiato di sotto, a ciò che mi sta dicendo, a ciò che farà – faremo – più tardi. In fondo voglio solo rimanere per sempre vago e spaesato, appropriarmi dei miei rituali di passaggio. Voglio conservare lo stupore dell’energia che si prova nel ritrovarsi ogni giorno, decisi alle prove e spaventati insieme. Voglio rimanere per sempre intimorito di ciò che non so, delle ombre, dei dubbi e poi invece, all’improvviso, anche bisognoso dell’autonomia di provare, misurarsi con tutto e con tutti… Fino a voler rischiare. Ma non voglio essere il portatore del testimone per nessuno. Essere offerto in
pasto alla mente di nessuno.

Poi Lele continua, a voce bassa.
«Sai, mio padre le ha reso la vita un autentico inferno. Lei, mia madre, di quell’inferno, era però l’angelo; nel senso che sembrava essersi perfettamente adattata al ruolo di moglie tradita. Nonostante le lagne, le brutalità, i soprusi dell’altro. Era diventata proprio come mio padre la voleva. Silenziosa. Accomodante. Quando glielo urlai in faccia per la rabbia, lei mi rifilò un ceffone. E mi guardò con un distacco tale che rese impossibile ogni altro chiarimento. E allora capii che forse dovevo starne fuori, che mio padre era molto più importante per mia madre. Ch’era forse giunto il momento di portar via il culo da lì…»

Cala il silenzio.
Mi giro di nuovo ad affacciarmi di sotto, con la testa inclinata. E vedo un’immagine di Lele sfuocata. Poi
mi guardo intorno in cerca di qualcosa che neppure io so. Poi ritorno a fissarlo. Come per riuscire a distinguerlo bene. All’improvviso vorrei sdraiarmi di fianco a lui, spingermi contro di lui con tutta la
forza che ho. Vorrei poterlo toccare. Fargli sentire il mio respiro. Misurare il suo. A un certo punto sento il corpo così pesante che la testa mi si alza e abbassa a malapena. Ma il cuore batte. Allora do un tiro alla Camel, chiudo gli occhi per un momento e alla fine aspiro un’altra volta. Poi la spengo schiacciandola contro il muro.

Di colpo balzo giù da letto scendendo per la scala a pioli. Per un attimo è come se gli occhi di Lele si riempissero del mio sguardo. Ci scambiamo un sorriso. Poi faccio un passo verso la finestra e la apro. Entra una leggera brezza. La aspiro profondamente. Adesso Lele mi è alle spalle. Per alcuni istanti conto i suoi respiri. Mi si mette più vicino. Facciamo sporgere fuori le teste. Non ci interessa guardare quello che c’è di sotto. Siamo troppo presi ad osservare dentro di noi, persi nel vuoto…

«Dài usciamo» dice, dopo un bel pezzo, schiacciandosi contro di me.
«Si sta troppo stretti qui dentro.»

Sorrido.
«Perché non mi presenti a madam?» E mentre lo dico gli tocco il culo.

«Prima, però, andiamo a farci una doccia…» risponde ridacchiando.
«Eh sì, stronzetto. Puzzi, e parecchio.»

Proprietà letteraria riservata © 2014 [isnc]edizioni

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