Racconto di Marniko

Pubblicato la prima volta su isogninelcassetto.it il 14/12/2010

Franco taceva. Guardava in silenzio e sembrava neppure ascoltare. Guardava fuori dalla finestra, lontano verso il bosco che gli appariva ancora una volta uguale a sempre. Uguale a quando lui era bambino e lì, con la madre, veniva a passarci le vacanze estive.
« Non è vero, Luca, sembra tutto così uguale?»

A Luca la cosa sembrava non importare più di tanto. Almeno dava questa impressione, a vederlo in faccia. Del resto lui era un tipo sbrigativo. Più concreto dell’amico. Lo si intuiva già dalla prima volta, qualche mese prima, da quando si erano trovati in treno e subito piaciuti proprio per questa loro diversità nel disporsi nei confronti della vita. O meglio, nei confronti della consuetudine.
«Non saprei,» gli rispondeva in fretta Luca, guardandolo dall’altra parte della stanza. Frattanto iniziava a spogliarsi e un fresco profumo di campagna si diffondeva in tutta la casa.

«Lo sai cosa significhi per me» continuava Franco dopo un po’. «Sei il mio migliore amico. È più che essere il migliore degli amanti…»
«Spogliati e vieni qui» gli finiva per dire affettuoso Luca, sdraiandosi nel letto.

Fuori albeggiava quando, il mattino dopo, Franco si svegliava nello stesso letto. La stanza iniziava a splendere di luce riflessa. E lui si scopriva muto a fissare l’amico. Aveva anche la netta sensazione che il suo corpo si fosse staccato dalla testa e svolgesse il suo compito comandato da un pilota automatico fuori di lui. Dio come gli piaceva, però, il corpo nudo dell’amico. Non si stancava mai di accarezzarlo. Spesso lo annusava come un cane in calore farebbe con un altro cane. E più lo annusava, più l’odore dell’amico gli entrava dentro. Fin su nel cervello. Era qualcosa di irrinunciabile. Straordinario. Speciale.

Proprio così, Luca era speciale. E Franco se n’era innamorato con la violenza che avrebbe spaventato chiunque. Ma lui no. Lui invece sapeva di aver trovato nell’amico il corpo e l’anima che lo ricompensavano di tanta attesa. Di lunghi anni passati nella sofferenza a cercarli, quel corpo e quell’anima. E quella mattina lì, a letto con l’amico, per la prima volta nella sua giovane vita, si sentiva finalmente appagato di essere gay.

Allora perché, mentre osservava l’amico dormirgli accanto, Franco si sforzava di ricacciare in gola quella sensazione di ingombro? Aveva portato più di una volta la mano alla bocca. Prima di rimanere a lungo così. A osservare la sagoma del corpo di Luca rannicchiato da un lato, con la faccia verso di lui. Dopo un po’ allungava con cautela l’altra mano per accarezzargli la fronte bianca. Arrivava a sfiorarla con l’indice. Piano piano e poi ancora più piano. Poi ancora di nuovo.

All’improvviso Franco si piegava in avanti verso l’amico a respirarne l’alito proprio sopra la sua pelle. E mentre l’altro nel dormiveglia lo accoglieva abbracciandolo dolcemente, lui pensava che niente e nessuno gli avrebbe impedito in futuro di respirare solo lì, ripiegato su quel corpo. Perché l’amico era semplicemente lì, ed era meraviglioso. E di lui gliene importava proprio. Lo amava. Si amavano. Di tutto il resto, invece, non gliene fregava un cazzo. Anche se si erano detti che sono troppo giovani, pensava. Troppo giovani per cosa? Per innamorarsi?

A un certo punto Luca gli si faceva ancora più vicino. Gli prendeva la mano e se la portava lentamente sul naso e poi sulla bocca.
«Ti amo Luca», gli diceva allora Franco a bassa voce. E intanto gli passava il dito sopra le labbra. «Sarà una cazzata forse», continuava quasi subito, «ma credo che solo per la sensazione che provo in questo istante valga già la pena di vivere».

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