Racconto di Pino Conte

Racconto pubblicato la prima volta su isogninelcassetto.it il 21/03/2009, successivamente contenuto nell’omonimo ebook Bianco o Nero, AA.VV., raccolta di racconti, isnc]edizioni, novembre 2013

Bianco o nero. Bene o male. Giusto o sbagliato. Erano le categorie mentali di Giuseppe Conti; categorie mentali da adolescente, anche adesso che l’età degli sconvolgimenti amorosi il Conti l’aveva passata da un pezzo.

Da un bel pezzo. Malgrado l’implacabile avanzata degli anni, Conti ancora non riusciva a disfarsi dell’ingombrante scaffalatura che, più di ordinargli la mente, gli aveva complicato la vita. A non finire. Bianco o nero, bene o male, giusto o sbagliato: dove scovarli, estremi di tale nettezza, modelli di tale precisione, al di fuori della sua testa? Nella realtà, nella realtà quotidiana spicciola, sotto gli occhi, le orecchie, ed il naso di ciascuno, i vizi e le virtù si tengono per mano, i pregi ed i difetti vanno a braccetto, ed i buoni prendono il caffè e l’aperitivo al bar con i cattivi. Tutti i giorni, una mattina via la sera; mica per errore, in fondo ad un pomeriggio qualsiasi tramortito dalla noia. Con un’aggravante letale, per il Conti: la circostanza specifica del suo lavoro, un elemento decisivo che lo inchiodava alle proprie responsabilità, e non gli lasciava scampo.

Il nostro era Avvocato. Ci campava. Male, a direla verità. Dal punto di vista professionale, umano, sociale. Per tacere di quello economico. L’unica carta che si accumulava sul tavolo del suo studio era quella stampigliata delle bollette, sempre in attesa di pagamento. Di fascicoli, con inomi dei clienti scritti a pennarello sulla copertina, qualcuno; di anticipi, da parte di costoro, pochini. Non perché non volesse pagare, la clientela dell’avvocato Conti. Perché non ce la facevano, i suoi clienti, a reggere il costo di una causa, se non altro per via della biblica lunghezza dei processi. I suoi assistiti lo stimavano, l’avvocato Conti; parecchi lo ammiravano, alcuni gli si affezionavano, perfino. Gli si affezionavano sinceramente, nel profondo, senza secondi fini. Ma tutti i suoi clienti, nessuno escluso, chi più chi meno, lo ritenevano un illuso, un ingenuo, un sognatore che non s’era mai svegliato; uno con la testa perduta, da giovane, nella purezza astratta degli ideali. E mai più ritrovata, anche ora che gli anni verdi erano volati via, lontano. Un avvocato sognatore è una contraddizione intermini; ed è un soggetto pericoloso, per sé e per il prossimo. Rappresenta il professionista da cui ogni individuo, a parole, giura di volere essere difeso, salvo poi a dimenticarsi del giuramento, quando dalle parole si passa ai fatti. Quando gli spietati ingranaggi del Tribunale si mettono in moto, ed iniziano a stritolare, incuranti di urla e pianti, il malcapitato di turno, già fanfarone di giusto e di bene; ma quand’era al sicuro, lontano dall’aula giudiziaria. All’epoca, con quei paroloni si riempiva la bocca.

Ma adesso, che l’aula giudiziaria prende alla gola? Adesso l’assistito, il più tosto, il più coriaceo, il più granitico fra essi, ha una sola idea, un’unica convinzione, un chiodo fisso: chiudere al più presto il processo, e scappare a gambe levate, ed il più lontano possibile. Lontano anni luce da avvocati, giudici, toghe, leggi, cavilli. Per far ritorno, magari, nella Terra di Nessuno degli Assoluti Contrapposti, un mondo parallelo che sfoggiava il volto sporco della città, e che si allargava a dismisura nelle sue strade umide e scivolose di nebbia notturna. Ci si perdeva facile, nel mondo parallelo, come nel fondo dei bic-chieri, una volta scolati cocktail a gradazione alcolica da febbrone di cavallo. Il bianco ed il nero, rigida-mente ordinati sui ripiani mentali del Conti, si risolvevano, nella notte, in una striscia sconfinata e gri-giastra; si mescolavano in un impasto di polvere e tedio, che il vento sollevava, e sbatteva in faccia all’Avvocato.

Era un affezionato abitante del deserto dei sentimenti, il Conti, vi si aggirava a proprio agio, come il beduino solo in apparenza perso tra le dune di sabbia; capitava, lungo il cammino, di incrociare un’oasi, con le palme ed il pozzo di acqua fresca. Capitava di incontrare una donna, sempre quella sbagliata. Che scompariva rapidamente, come rapidamente era apparsa. Tanto da suscitare il dubbio: ma era esistita davvero?, o era stata solo un miraggio? E nel dubbio, il solito tarlo che rodeva, il solito picchio, a martoriare la corteccia degli affetti con il suo becco robusto ed appuntito: bianco o nero, bene o male, giusto o sbagliato, senza compromessi, anche nei fatti – e soprattutto misfatti – di cuore. Altro che tarlo, altro che picchio; sotto le spoglie di un docile animaletto, si nascondeva una bestia feroce che, del cuore, faceva brandelli, e li sparpagliava tutt’intorno, nell’aria umida e grigiastra della mezzanotte.

Se si sta insieme è perché ci si ama: altra categoria, ferma nella mentalità del Conti, avvolta con cura nei suoi sentimenti. E lì sotto destinata a restare. Nei fatti, nei fatti reali, si sta assieme per tamponare alla meno peggio la solitudine, al ritorno a casa, dopo la giornata di lavoro; sempre meglio la falsa simpatia dell’ultima arrivata, che accendere il televisore, sì che l’avvocato Conti si ritrovò a vagare per la città, nella ricerca di quella Giustizia di cui tanto aveva letto sui libri di diritto, senza mai trovarla, però, laddove conta davvero, ossia nelle aule dei Tribunali.

Il suo era un vagabondaggio senza meta, il peregrinare inesausto di uno sciocco, ma resistente alla fatica, avviato – forse inesorabilmente – sulla via dello squilibrio. Quella via dall’incerto e pericoloso destino, con decisione imboccata dal nostro, si dipanava per le strade del centro, della periferia, dei sobborghi, e nei dedali di tali luoghi si perdeva, in un labirinto senza capo né coda. Più il Conti ci perdeva le sue giornate, ad aggirarsi in questo suo labirinto mentale prima che fisico, più ci spendeva le nottate, a calcare le strade, i quartieri, i rioni, che in quel labirinto si dipanavano, più andava smarrendo il suo, già precario, senso della misura. S’insinuava in lui, infida, la persuasione di non essere più in grado di ritrovare la perduta stabilità. Convinzione che montava, piano piano ma inesorabilmente, parallelamente alla fatica, prodotto della marcia senza meta e senza pause che Conti s’era imposto.

L’avvocato era, probabilmente, un caso irrecuperabile. Erano settimane di clima polare, una rarità, per la cittadina affacciata sul mare che aveva dato i natali al nostro, cittadina solitamente tiepida, anche nel bel mezzo dell’inverno. Per il gelo, i denti dei rari passanti battevano con colpi vigorosi, da far invidia al batterista che pesta i tamburi, durante il concerto live. A tali anatomiche percussioni non si sottraeva il nostro instancabile girovago del nulla, la cui dentatura batteva anch’essa senza remore; quella cadenza era avvertita ad orecchio nudo, e confusa con il ticchettio di una bomba ad orologeria. Una bomba umana, con il conto alla rovescia, già innescato, irreversibile, per trovare compagnia solo nei giochi a premio.

L’evento che aveva innescato il conto alla rovescia? C’è bisogno di dirlo? Mica solamente la Giustizia Ingiusta amministrata nei Tribunali. Alla professione al servizio della Giustizia Ingiusta ci si poteva sottrarre cambiando lavoro, idea che il Conti non disprezzava affatto. Il tarlo in questione non si limitava a rodere i banchi delle Aule di Giustizia, o meglio di Ingiustizia, ma s’espandeva, e scavava dentro l’anima, ed in fondo agli affetti, del Conti; ne minava la capacità di sopportare tormenti ed afflizioni, capacità che si andava riducendo, notte dopo notte, con progressione da velocista puro. L’avvocato non poteva resistere a lungo, appoggiato al palo della luce, sotto quella finestra; era impossibile anche per lui, che dell’incontro ravvicinato con l’assurdo aveva fatto la sua personale cifra. Aspettare che le notti trascorressero mentre sostava appoggiato al lampione, con il termometro che oscillava intorno allo zero – e specialmente al di sotto di esso -, assicurava un solo risultato: che una mattina o l’altra, il posto del Conti in carne ed ossa fosse preso da un altro Conti; sempre lui, ma trasformato, dall’ultima notte e per sempre, in una statua di pietra. Cui non battevano più i denti, tra essi saldati per l’eternità, al contrario del nostro, i cui incisivi, canini, molari, si agitavano a ritmo di ballo del qua qua, per la temperatura glaciale di quei giorni popolati di fantasmi. Era durissima, e non per la perfidia del clima, attendere che le lancette dell’orologio girassero, nell’attesa che si perdeva sotto le stelle, la luna, e la dannata finestra. Erano mesi popolati di spettri; lei, però, non era uno spettro. Dormiva lì. Lì sopra, dietro la serranda abbassata. Non era un caso la scelta giusto di quel palo della luce, invece che di un altro.

L’avvocato Conti stava alla notte come la benzina ai motori; era individuo mantenuto in vita dalle tenebre, che, come i vampiri, regalava l’anima al cielo nel preciso attimo in cui il primo raggio di luce illuminava il nuovo giorno. Riprendeva poi a respirare, quell’oscuro avvocato, appena l’ultimo spicchio di sole scendeva dietro il mare; era un esploratore instancabile del crepuscolo, e del mondo sconfinato che, ad esso, ruotava attorno. Conti conosceva come le sue tasche flora e fauna antelucane, la vegetazione fitta di locali e le specie di tira tardi ricche di solitudini, per lui, non avevano segreti; con costoro, viaggiava sulla stessa rotta. Erano guidati dagli stessi segnali, e quando anche il faro era spento, nel mare in tempesta dell’umana esistenza, al pari dei perdi notte con cui spesso incrociava i bicchieri, anche l’avvocato s’affidava, per non smarrire la rotta, alle stelle alte nel cielo ed alle insegne scintillanti, fuori dei locali. Il tempo che scorreva dalle ventuno della sera alle sei della mattina catturava il Conti, e non c’era verso che riuscisse a liberarsene; quella fascia di ore gli spalancava sotto gli occhi l’universo dei misteri che abitano l’anima degli uomini – ed in particolare delle donne -, una dimensione che durante il giorno si mimetizza dietro la facciata ufficiale del lavoro, degli impegni, degli obblighi, dei doveri. Ma di notte, il magma fina llora compresso iniziava a defluire da ogni taglio; e sì che di tagli e di cicatrici, sulla pelle, ne abbiamo tutti in carico una quantità, uguale alla quantità di ferite riportate. Il più delle volte inferte da chi prometteva amori eterni e fedeltà infinite. Il magma delle amarezze zittite, delle delusioni tacitate, delle sofferenze inconfessabili – sia proprie che altrui -, una fanghiglia soffocante mai inghiottita, era la sfera nella quale Conti si muoveva come in casa propria, ma in cui sempre qualche angolo, qualche lato, qualche faccia, gli sfuggiva.

E più gli sfuggivano, queste facce nascoste, più lui insisteva a cercarle, incaponendosi nell’indagine, anche a costo di rimetterci la salute, quando giungeva ad un passo dall’afferrare la soluzione. Senza riuscirci. Ad aggirarsi nel buio, dentro il freddo, tra gli interrogativi, il buio, il freddo, gli interrogativi era-no scesi nel suo animo; a rovistare nel buio si finisce che è lui a rovistare in te, a scavarti nel profondo, a rivoltarti come un calzino bucato. E la sensazione di essere un calzino bucato l’avvocato Conti la provava netta, sulla propria pelle, quando, alle luci sottili dell’aurora, s’infilava sotto le coperte, per poche ore di riposo. Di riposo, non di sonno; Conti non riusciva a dormire, ormai, da mesi. Da quando la tipa della finestra sopra il palo della luce se n’era andata. In ascolto di Isa Bella, la cantante del Jazz Club, all’anima nera più spietata bastava socchiudere gli occhi e spalancare le orecchie, per ritrovarsi a belare come un agnellino appena nato.

Conti stava come stava; ossia, sbattuto come un uovo. Mogio come un coniglio bagnato. A terra, come una foglia staccatasi dall’albero, in autunno. Ma non era autunno, tempo di foglie morte e di castagne al fuoco; era inverno, tra i più piovosi, lunghi, e rigidi, di cui ci si ricordasse. E non bastavano Isa Bella ed il Jazz Club a risollevargli il morale. L’avvocato non l’ammetteva, ma si calpestava il morale sotto i tacchi; non lo dava a vedere, quand’era incompagnia. Ma, dentro, era spento, una lampada cui avevano staccato la spina. E che stesse come una lanterna senza olio, rimasta completamente a secco, senza una punta di fiammella a bruciare sotto i vetri ruvidi, quand’era solo, quando non c’erano gli amici cui dare conto, lo vedeva anche un cieco. La bella del Jazz Club era sì in grado di scuoterlo, ma solo per pochi attimi, quelli richiesti dall’esecuzione del brano di turno.

Perché era ridotto così, l’avvocato?, a cosa, a chi, era dovuto quello sconforto tanto pesante? Forse, la causa del malessere risaliva alla tipa che l’aveva piantato; forse, risaliva alla Giustizia Ingiusta. L’abbiamo già detto. Forse, ancora, era da ricondurre a qualche altra causa -ma questo non l’abbiamo detto-, benché, levate la tipa che se l’era filata e la Giustizia Ingiusta, della vita del Conti non restavano che dettagli. Ma dettagli decisivi. Era un confronto tra titani a chi l’aveva deluso di più, quello tra fidanzata e Tribunale, sia l’una che l’altro in fuga da sé stessi, che correvano a perdi fiato, Dio solo sapeva dove. Di botte in testa il Conti ne aveva prese troppe, sia dall’Amore che dalla Professione. E non era finita. Eppure a momenti, sempre all’improvviso, il carattere vibrava, ed un filo di volontà sgusciava di sotto i tacchi, e faceva riassumere all’indole dell’avvocato la posizione eretta; l’istinto di sopravvivenza sussultava, e riportava Conti incontro alla vita, al domani, alla fiducia. Chissà, chi poteva affermarlo?, o negarlo?, che non tutto era perduto. I camerieri erano intenti a portare la spazzatura nei cassonetti, e a lavare il pavimento; la musica taceva, rimaneva solo il ronzio degli amplificatori ancora accesi, pur con i cd già riposti, dal disc jokey, nelle foderine. Gli amici di Conti chiacchieravano con la cassiera, sui concerti da andare a vedere, e di quali artisti, su al Nord; nell’altra Italia, sul versante opposto a quello della cittadina adagiata sul mare, ma nient’affatto tiepida, dell’avvocato.

Correva la Notte di San Valentino, 14 febbraio 2009, più gelida che il Conti annoverasse nei ricordi. La temperatura polare non era solo un fattore climatico, la colonnina di mercurio crollava anche lontano dai muri degli stabili, dov’è posta in bella evidenza: precipitava a picco pure nei ricordi dell’avvocato. Che, messi tutti insieme, formavano un’antologia ben fornita di momenti del genere, nottate senza pietà, brutte e cattive, anche se di data anonima, e non altisonante come la Festa degli Innamorati; dall’antologia, era possibile trarre scene degne di rappresentazione teatrale, televisiva, perfino cinematografica. Prima sequenza, l’amorevole ex fidanzata che, al calore del suo piumone, sognava per l’indomani mattina di restarsene a fare il pupazzo di neve nel giardino davanti a casa, con la carota per naso e le olive come occhi; gelo e ghiaccio spadroneggiavano, e la notte il termometro insisteva a scendere, e a restare, sotto lo zero di parecchi gradi. La neve cadeva abbondante sulle colline circostanti, donando loro un romantico candore. Immagini da cartolina a parte, l’ondata di tempaccio non accennava a desistere. Le strade, con il fondo ghiacciato,non erano sicure; alla sua dolcissima ex, l’avvocato Conti era disposto a fare da autista, per il periodo, pur di riavvicinarla. Ottima scusa, per fare sfoggio della propria abilità, come pilota da condizioni estreme.

Era disposto a fare da bersaglio, al posto del pupazzo di neve, ed a prendersi le palle di neve, altrimenti destinate a lui. Per tagliare la testa al toro: era disposto a gettarsi ai piedi, ed in pubblico, di quella donna che era stata sua, per riconquistarla. E l’orgoglio?, al diavolo, ha fatto più guai l’orgoglio del petrolio, parafrasando Vasco Rossi. Di tanto, Conti era profondamente convinto. La dolce fanciulla ne conosceva le abilità, al volante il suo spasimante era un asso, lo maneggiava ancora meglio di quanto maneggiasse il Codice: record affatto semplice da battere. L’avvocato scivolava sopra il ghiaccio induritosi sul fondo stradale, a bordo del suo macinino, con leggerezza da far invidia al surfer in equilibrio sulla tavola, in cima alla cresta dell’onda. Il ghiaccio, per l’avvocato, era velluto; era panno soffice ed amico, un panno trasparente che non nascondeva insidie, trappole, inganni. Fosse stata tutta fondo stradale ghiacciato, l’esistenza dell’avvocato Conti! Nasceva anche dal suo cuore, il vento al sapore di ghiacciaia che stava percuotendo, da giorni, l’intero Mezzogiorno. Era un vento cattivo, che i sentimenti congelati, induriti, insensibili dell’avvocato, contribuivano ad alimentare; una corrente continua, senza pause, che scaturiva dall’anima del Conti, e che soffiava staffilate dai cui assalti non c’era difesa. Esagerazioni? Niente affatto. La tremarella per il gelo polare seguiva il ritmo serrato della jungle music, malgrado il clima non fosse affatto da giungla equatoriale, piuttosto da entrambi i poli, Nord e Sud, per l’occasione datisi appuntamento. Per un incontro riuscito alla grande. Anche l’avvocato tremava, e più tremava per il freddo, più i suoi sentimenti si frantumavano in mille pezzi, sempre più minuti. Conti tremava talmente forte, appoggiato per ore al palo sotto la finestra della dolcissima ex, da farla rotolare giù da lsuo letto caldo, per le vibrazioni provocate; vibrazioni da scossa sismica, che salivano, rapide, fino al piano di quella donna tanto bella quanto a lui indiff-rente. Tanto che l’aveva piantato, dettaglio tutt’altro che trascurabile. L’avvocato era pronto a scommettere un sonante gruzzolo che la fanciulla, svegliatasi di soprassalto, s’accorgeva della sua presenza, appoggiato al lampione, giù in strada. Senza, malgrado ciò, mostrare una goccia di interesse per il suo irriducibile corteggiatore.

Il vapore usciva dalla bocca dell’avvocato direttamente nella forma solida di cristalli di ghiaccio, pietruzze taglienti che si scontravano le une sulle altre, dando vita, così, ad un ritmo stridente, senza fine; il quale, sovrapponendosi al battito del cuore, e a quello dei denti del Conti in via di surgelamento, faceva da colona sonora alle sue nottate perse malamente, una dopo l’altra, a spasimare. Con la speranza di essere corrisposto che si andava spegnendo, in una discesa agli inferi che sembrava non avere freni. La via rischiarata dal lampione era popolata di ombre sfuggenti, la colonna sonora, sintesi di tremori, battiti, malesseri dell’avvocato Conti, non cessava di accompagnarlo; era una melodia desolata ed amara, ma con una punta acuminata di dolcezza, in fondo. La musica saliva di ritmo, e si faceva tosta, energica, trascinante. Una scarica di vigore. Una botta di vita. A suonare erano le note di Dancing in thedark, pezzo del Boss, al secolo Bruce Springsteen. Un pezzo che aveva fatto la storia della musica. E che rischiava di salvare la storia, nel suo piccolo, di un avvocato Conti decisamente sulla via del surgelamento, in procinto di finire sui banchi frigo del mercato, settore stoccafissi e baccalà.
Il buon Dio della Notte decise che anche da quell’ultima notte infame l’avvocato Conti tornasse a galleggiare nel mondo emerso, di ritorno dal sottosuolo delle passioni affogate nei bicchieri di whisky, e delle pene che non vanno a fondo, neanche a metterle a testa sotto in un barile di rum, ed a tenercele. Così fu. Conti riemerse. Per un nuovo tentativo, per la sua propria natura destinato a fallire: cercare il futuro nel passato. Di provare, si poteva, non costava nulla. A parte la solita botta in testa finale, esito delle sue condotte cui Conti era, giustamente, abbonato.

Era organizzato un convegno nell’Aula Magna del Liceo; poiché all’aula del Tribunale l’avvocato era sempre più allergico, l’invito a partecipare come relatore al convegno su Diritto e Giustizia, inoltratogli dal Liceo, giunse puntuale come il suono del cucù di un orologio a pendolo svizzero. Dal mondo delle perdizioni notturne alla sfera delle professioni, presenti e future; la maggioranza degli studenti che si maturavano in quel Liceo s’iscrivevano poi a Giurisprudenza, la Scuola era una fucina di futuri giudici ed avvocati. Come tali, gli alunni prendevano a declamare di diritto, ed a pretendere moltitudini di diritti, sin da subito, ancora prima di avere imparato a radersi. Ciò per i maschietti; le ragazze, già da quell’età, erano più avanti, e saggiamente evitavano di esporsi, di fronte a Preside e Professori, e preferivano, all’oratoria, il trucco, che curavano meticolosamente, scrutandosi a lungo negli specchietti tascabili. L’Aula Magna era gremita; il convegno dava agli studenti l’opportunità di saltare le lezioni. Bigiare poteva avere un senso quando al Liceo si studiava; ma oggi? L’assemblea s’infuocava come un pagliaio ad agosto, con gli alunni che s’infervoravano, all’arrembaggio di un istituzione, la Scuola, che non esi-ste più, ridotta com’è ad azienda che teme di perdere i propri clienti, cioè gli studenti che lì, in quell’Isti-tuto piuttosto che in quell’altro, vanno ad iscriversi. Di tale loro assalto all’ultimo sangue all’istituzione scolastica, e di conseguenza al loro futuro, gli alunni erano consapevoli? Si accendevano come fiammiferi, a riempirsi la bocca di tanti diritti; di qualche obbligo, di qualche dovere, nessuna traccia, in punta delle loro labbra, sotto cui scintillavano apparecchi per i denti freschi di regolazione, e robuste dosi di furbizia. Nell’Aula Magna esplodevano boati da stadio, a sottolineare le denunce degli studenti iscritti a parlare, relative all’edilizia scolastica, ai programmi di studio, alla colazione che arrivava in ritardo, la mattina, con le pizzelle al pomodoro che s’erano freddate.

Anche la ciambella di salvataggio gettata nel passato era un tentativo destinato a fallire, maturò Conti. Non ci volle molto. L’avvocato iniziò a rassegnarsi, sarebbe morto naufrago, alla ricerca perenne, mai coronata da successo, del filo che poteva tenere uniti i pezzi della sua vita in disarmo, destinati com’erano, in mancanza di tale filo, a scapparsene ciascuno per proprio conto. La vita di Conti era un oceano in tempesta, più lui cercava un minimo di stabilità più le onde del mare immenso, alte come grattacieli, lo scagliavano lontano, dopo averlo sballottato di qua e di là. Salvo a ritrovarsi, l’avvocato, intontito e inzuppato, per pochi minuti: il tempo di consumarlo, sospeso su una superficie finalmente calma, la superficie colorata del cocktail rafforzato a gin. Non era necessario attendere il sabato notte, per consumare simile pozione magica, Conti girava ogni notte, tutte le notti. Sua nonna, indomabile vecchietta, non si rassegnava, e insisteva affinché il suo scapestrato erede cambiasse abitudini; secondo il parere della nonnina, per calmare le acque turbolente in cui si dibatteva, il nipote doveva trattarsi a tazze di latte caldo e miele. Il miele caccia il fiele, gli ripeteva sempre la ferrea vecchietta. Ma non c’era verso che quel testone del nipote la stesse a sentire, e si decidesse a provare quel dolce rimedio, amorevolmente suggeritogli. Conti preferiva il Martini bianco sopra i cubetti di ghiaccio: una pozione magica che, assicurava, faceva miracoli. Come sollecitargli morbide immagini, di fondo schiena femminili, da abbracciare come fossero cuscini, per farcisi sopra dormite celestiali. All’avvocato l’alcool faceva un baffo, ma l’insonnia rischiava, e seriamente, di stenderlo. E di farlo restare lungo disteso, sì, ma per sempre. Incontrare la donna capace di regalare all’avvocato i sonni perduti era questione di vita o di morte.

La notte passata la luna a metà, messa in cielo di traverso, ricordava all’avvocato Conti la fetta di melone, dopo che ne hai mangiato la polpa, e ne è restata solo la buccia, a dondolare sulla tavola senza sapere dove andare. La notte scorsa la luna era una barca senza approdo; Conti desiderò con tutte le sue forze che quella barca, alla deriva, finisse con l’incagliarsi sul tombino, accesso al sottosuolo, e ci si arenasse sopra, con tutto il suo peso astrale, così da impedirne l’apertura. L’avvocato desiderava solo restarsene confinato nei sotterranei, il suo ambiente naturale, sotterranei ai quali l’invito del Liceo, però, lo strappava. Quello di Conti era un desiderio destinato a restare tale; al Liceo l’avvocato già c’era. Era giunto il suo turno; doveva alzarsi, raggiungere il palco, prendere il microfono, e procedere con il proprio intervento. Con un inconveniente, rispetto agli imberbi oratori che l’avevano preceduto: l’assoluto digiuno di programmi televisivi in cui l’uso, e soprattutto l’abuso, del microfono, costituiscono l’unica capacità richiesta. Programmi di cui gli studenti, al contrario dell’avvocato, facevano il pieno a ripetizione, ogni pomeriggio; invece di dedicare il dovuto tempo ai libri, i ragazzi -è noto- stazionano per ore davanti a programmi del genere, con l’esito di non apprendere nulla (di buono) dai testi e tutto (il peggio) dalla televisione. Il confronto tra Conti e la platea annunciava una battaglia persa in partenza. Era il tipo di scontro che galvanizzava l’avvocato, combattere la battaglia persa; meglio la sconfitta dai liceali, ma dopo un combattimento vero, che mediare all’infinito con gli adulti, dietro la facciata di una falsa ostilità: un’ostilità di carta, tipico evento da Tribunale. Nell’Aula Magna del Liceo passeggiavano ragazze alte e sottili, flessibili come giunchi, ed altre pienamente mature: donne già sedute, benché intente a sfilare sotto il palco degli interventi, avendo il futuro assicurato, in tasca.

Salvarsi, tante volte, è puntare dritto al cuore delle tenebre, senza temere i fantasmi del passato che ci si nascondono dietro. Alla guida del macinino vestito con l’abito delle grandi occasioni, l’abito da bolide, l’avvocato ci dava dentro con decisione; premeva l’acceleratore a tavoletta, la sua guida era prestazione da controllo antidoping. Conti non aveva toccato, quella notte, un solo goccio di alcool, l’antidoping era destinato a risultati negativi; l’alba era lontana, anche dal solo rivolgerci il pensiero. L’avvocato si destreggiava tra volante, cambio, ed acceleratore, con leggerezza da indossatrice; scivolava soffice sull’asfalto, tagliente per lo strato ghiacciato da cui era ricoperto. La strada era una fascia bianca, gelida, senza fine, illuminata dai fari fin dove essi arrivavano, prima di arrendersi e di perdersi nel buio, inseguendo l’ultima curva. Il tracciato, carico di insidie ad ogni tornante, e di trappole ad ogni dosso, era a completa disposizione dell’anima racer dell’avvocato, che non si lasciava scappare l’occasione di far girare a mille i copertoni del macinino vestito da bolide; e di farli girare a mille in condizioni estreme: alle tre di notte, col termometro sotto lo zero, sopra il ghiaccio che ricopriva la strada. Di autovetture, in giro, non ce n’era una che fosse una. Quella guida regalava al Conti la sensazione dell’illimitato, dell’assoluto, dell’universale, e lo liberava, sia pure per un attimo, dalle catene del passato. Che, però, non passava. Mai.

Se tu hai le gomme a terra, non altrettanto la tua auto, non devi far altro che saltarci sopra, accendere il motore, e partire. Per premere a fondo l’acceleratore, lungo la rotta indicata dalla stella polare; detto fatto, l’avvocato aveva preso alla lettera, ed applicato alla perfezione, tale sacrosanto principio. Ed il lavoro?, limitandosi agli ultimi tre giorni, Conti era andato a nanna il lunedì alle quattro, il martedì alle cinque, ed il mercoledì alle tre, ovviamente sempre della notte. O meglio, del mattino. Ci si chiede: e che avrà mai fatto di bello? Risposta: boh! L’avesse saputo, Conti, se aveva combinato un minimo, purché fosse, per giustificare le ore piccole fatte a ripetizione, poteva significare già qualcosa; invece, l’avvocato trascurava del tutto l’esito delle proprie avventure notturne. Per cui, facile deduzione era che non aveva concluso un emerito tubo, alla faccia dell’apparenza da viveur; se di notte rimorchi, il giorno dopo te ne ricordi, eccome. Anche se ti porti appresso un gran mal di testa, in aggiunta alla conquista: il mal di testa più devastante non è in grado di cancellare dalle labbra il dolce sapore sfiorato, appena qualche ora addietro. Sempre che sia stato accarezzato, il dolce sapore. Seconda ipotesi, che l’avvocato aveva concluso, eccome, e ben più dell’emerito tubo. Ma se sei innamorato, e lei non ti corrisponde, te ne freghi anche se hai sedotto Miss Universo. Era il caso dell’avvocato Conti. Il nostro aveva fatto centro con Miss Universo? Non esageriamo, ma neppure minimizziamo. L’avvocato non era tipo da tipe qualsiasi. In quest’imbroglio, il lavoro non era di nessun aiuto. Semplicemente: Conti non esercitava. Formalmente sì, svolgeva la professione, ma nei fatti no. I processi vivono di udienze di rinvio, ed in Tribunale non si fa attività; tutto qua. Le cause languono nell’immobilismo, circostanza che non preoccupa affatto né giudici né avvocati. I primi percepiscono un cospicuo stipendio fisso, i secondi praticano il più pende più rende, sottinteso la causa; tanto, alla fine, a pagare sono sempre i clienti. Perché ammazzarsi di fatica, per sollecitare il passo da tartaruga del procedimento? Un passo che conviene a tutti gli operatori della Giustizia, ma non agli uomini ed alle donne che, di essa Giustizia, hanno bisogno.

In particolare, l’avvocato tipico, il legale modello, il legale medio, dalla fine dei giochi se ne esce presentando il conto al proprio assistito. E non si tratta di bruscolini. Così, lo sprovveduto che si era rivolto al difensore per esserne tutelato, si ritrova, al dunque, ad essere, dal proprio difensore, messo a terra. Non era il caso dell’avvocato Conti; che, infatti, preferiva tirar tardi la notte, invece di alzarsi di buon mattino ma solo per fingere di lavorare: l’avvocatura non era più tale, essendosi tramutata nell’arte di spennare i polli ed ingannare gli illusi. Conti tirava l’alba, e faceva visita al proprio letto all’ora in cui i bar sollevavano le serrande, per servire il caffè bollente agli operai del primo turno; erano visite fugaci, l’avvocato non dormiva da un secolo, non c’era verso che riuscisse più a chiudere occhio. Qualche individuo che poteva salvarlo, dal suo stato di veglia forzata, c’era; ma non muoveva la falange di un anulare: in tal senso, il movimento era impedito da anelli pesanti più di catene, quali sono le fedi nuziali. Le donne che da esse sono legate, erano, sono, saranno irraggiungibili. Meglio ridiscendersene nel tombino, declino cui Conti si andava rassegnando, sempre più. Chiamali sotterranei, poi, il mondo di sotto, con quale coraggio? Ce ne voleva ben altro ad imbarcarsi in avventure senza futuro con una qualsiasi, scelta a caso dal mazzo, delle mogli appena evocate. Arrischiarsi per arrischiarsi: trovare il panificio aperto, nel cuore della notte, ed entrarci dal retro, quello restava da fare. Conti non si fece pregare, per procedere. Scoccava l’ora di accostarsi ai cornetti caldi in fila sulle teglie bollenti, appena sfornati, con il panettiere che li spolverava con lo zucchero a velo. Dipendeva dal panificio, in alcuni di essi si preferiva lo zucchero a velo, in altri il caramellato, da spargere sui cornetti con generose pennellate; il fornaio immergeva il pennello nel barattolo di caramello, lo estraeva tutto colante, e lo passava e ripassava sui cornetti, uno alla volta. Lo zucchero a velo veniva sparso sui cornetti, invece, grazie ad una retina metallica, da cui filtrava, pioggerellina dolce e bianca.

C’era rete e rete; quella che intrappolava Conti aveva dimensioni gigantesche. E, come ogni colosso, era insuperabile; tranne nel caso in cui si fosse trovato lo spiraglio giusto,solo quello e nessun altro, attraverso cui mettere il gigante col sedere a terra. Il varco per fuggire dalla trappola, per l’avvocato, aveva un volto, ed un nome. Ma non un numero di cellulare. Per chiamarla, e dirle “ho solamente voglia di vederti… di metterci a parlare sulla panchina, con la primavera si può fare… nelle sere di maggio… c’è pure la canzone di Fiorella Mannoia… ma senza attendere maggio, per incontrarti…”.

L’inverno si dimenava immerso fino al collo in giornate di pioggia senza tempo, l’avvocato sentiva di avere, al posto del cervello, un pallone che rimbalzava a caso: di spazio a disposizione ne aveva, nella scatola cranica di Conti. Che diveniva vacante come lo stadio dopo la partita di pallone, la domenica pomeriggio. Azzardare, con il raziocinio che rimbalzava, cominciava ad essere difficoltoso; l’avvocato, con i ricordi, ci giocava a dadi. E ci perdeva. Molto spesso, poiché i ricordi stravincevano, stracciando l’avversario, senza remore. Conti rifuggiva dal sole, dalle mattine, dai giorni, dal lavoro, dalle sacre dimensioni formali imposte dal vivere civile, per rifuggire, in verità, dai momenti amari. Per lasciarseli dietro. Ma non ci riusciva. Voleva scappare, il più lontano possibile, dai momenti tristi, saltando sulle ali della notte più veloci della luce. Ma le ali della notte più veloci della luce, non lo erano abbastanza per i brutti ricordi. Che, all’avvocato, restavano attaccati sulla spalla, a ventosa, dovunque egli andasse, e con qualsiasi mezzo lo facesse.

Conti scese anche quella notte, a combattere la sua battaglia contro il passato; i fantasmi delle altre epoche si agitavano nascosti dalle tenebre, svolazzavano loro, beffardi, i lembi del lenzuolo, sollevati dal vento gelido di tramontana. Anche quella era una battaglia dalla sorte segnata, la storia ne aveva già decretato il vincitore, prima ancora di mettere mano alle armi. Ed il vincitore non era Conti. La notte si profilava più dura del solito, e non per il freddo polare, divenuto da eccezione regola; dal freddo ci si difende, basta coprirsi. Ma se la tipa t’incrocia, per caso, e non ti saluta, e se non ti saluta neanche dopo che tu sei rimasto lì ad aspettarla, una notte, o anche una vita intera, che differenza vuoi che faccia? Questo, esattamente questo, era accaduto all’avvocato. Per un caso tanto puro quanto infame aveva incrociato la ex fidanzata, quella che dormiva mentre lui se ne stava fermo come un salame appoggiato al lampione, sotto la finestra di lei, della ex. Che, con la sua sagoma alta e bionda, usciva dal negozio, mentre Conti ci passava davanti, a testa bassa, lo sguardo perso; ma non al punto di non accorgersi di quella presenza sagomata, morbida fuori e granitica dentro, a dispetto dell’apparenza. Anche lei l’aveva visto. E s’era girata dall’altra parte. Forse non avrebbe dovuto, ma Conti l’aveva chiamata; la sagoma alta e bionda s’era voltata, “non posso neanche salutarti?”, aveva trovato la forza di espirare l’avvocato. Quella donna fatale, che era stata sua fino a poche settimane prima anche se sembravano cent’anni, passati invano, gli stava attaccata, davanti al muso. “Ciao”, aveva risposto lei: un sasso di quattro lettere scagliato contro il suo ex amore senza fine, salendo in auto, parcheggiata lì di fianco. Il sasso aveva centrato Conti, colpendolo in pieno, sul naso; l’avvocato era rimasto impietrito, a bocca aperta, gli occhi sbarrati. Gocce di sangue colavano sul marciapiede, dal naso di Conti. Non era l’unico organo dell’avvocato, a sanguinare. Attimi affilati come la lama del coltello, e laceranti, quando la lama scende nella carne viva; la tipa gli aveva già chiuso lo sportello dell’auto in faccia, sbattendolo con stizza. Anche se era già buio, la notte calò all’improvviso. E in cielo non brillava neanche una stella…

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