Racconto di Angela Aniello

Racconto pubblicato in apologos, collana di narrativa, n.16, [isnc]edizioni, 2006

Il mercante di sogni – si legge nella introduzione di allora al testo – è un racconto davvero da leggere. «Scrivere per lei,» afferma l’autrice, «è addentrarsi fino in fondo nella meravigliosa avventura della quotidianità e mettere fuori le emozioni più forti, (…) certa che la speranza non muore mai ma si inerpica a fatica sull’arduo sentiero dei sogni».

Uffa! Perché mi volete convincere che le dita troppo rozze del mondo stanno portando via tutti i nostri sogni e mi ripetete ossessivamente che chi è felice troppo a lungo, come me, deve necessariamente preoccuparsi, perché sta viaggiando su binari pericolosi?

Ora io mi domando:
“Questi sogni che non riuscite più a catturare, sono solo sogni da decifrare? Sono solo sogni che non riuscite a ricordare? Sono solo sogni o qualcosa di più?”

Se, per caso, sognate la vostra vita da svegli, senza accorgervene, e poi pretendete che tutto debba andare esattamente come avete sognato, allora le cose cambiano!
Mi oppongo a tutte le vostre accuse, mi tengo stretti stretti i sogni e vi consiglio di non trasformare subito in fantasmi ballerini tutti i vostri desideri, perché per me l’mportante è sognare.
Se poi, stanchi dei vostri bruschi risvegli, non riuscite proprio a regolare il meccanismo dei sogni, comprendete che vano, allora, è l’affannarsi nei confronti di voi stessi e del mondo, perché la felicità è da tutt’altra parte. Non dico che dobbiate vivere passivamente la vostra vita, ma che, di tanto in tanto, potete fermarvi e guardare all’essenziale.
Comunque sia, i nostri sogni vogliono vivere, vagiscono, strepitano, serpeggiano come lucciole fra le foglie secche dei nostri pensieri e sfuggono i roghi delle nostre paure.
Se volete capire, sapere da me in che modo ho cominciato a credere nei sogni, cercherò di raccontarlo. Potete anche chiamarmi idiota o illuso, sì illuso, non mi offendo, anzi me ne vanto… Come tutti gli altri incoscienti che si lasciano andare alla vita senza troppi pregiudizi!
Ascoltate attentamente quanto mi accadde una sera come tante, e poi, se necessario, tirate le vostre conclusioni.

«Me ne stavo al buio, in una fredda stanza da letto di un banale appartamentino da single in una di quelle uggiose serate autunnali, che ti annebbiano pure l’anima. Assalito e quasi mietuto dalla falce solitaria dei miei pensieri. Sfibrato dalla velocità del tempo. E, come all’origine di un sogno, guardavo la luna.

Banale gesto di un uomo banale, potreste dirmi, e all’inizio ci credevo anch’io, lo confesso. Invece no, era davvero l’inizio del mio sogno, di quello che attendevo da tempo.
Veniva giù dalla luna, la mia luna, una scala di luce infinita che mi parve di salire con tacchi invisibili – in realtà ero a piedi nudi -, eppure udivo il rumore del mio silenzio come un impercettibile respiro.
Era l’essere a tu per tu col niente o col tutto della notte che dilatava i miei spazi e con denti aguzzi mordeva, tutte in un attimo, le mie emozioni.
Volevo fuggire, ma quella scala era infinita come la sua luce. Invano!
Attaccato al filo dell’ultimo sos dell’anima in subbuglio, lanciavo inconsciamente un telegrafico adieu al me stesso di prima. Tutt’intorno il vuoto. Barcollavo nel lento germinare del mio io prostrato, con l’orecchio immobile, quasi fuori da un tempo che sembrava non appartenermi più.
Suggestionato dall’eco di una musica lontana, per la prima volta dopo tanto tempo mi fermai ad ascoltarmi. In una mano, come sulla roccia scavata e impietosa della mia anima, scorreva tutta la mia storia sino a quel momento e, da pertugi a me poco noti, forati dalle emozioni, sulla lastra d’acciaio di una egoistica indifferenza, si inalberava, alto, fin troppo alto, il vessillo di una nuova speranza.

A tratti, volteggiava come un’ombra, quel sogno e io apparivo diverso, isolato da tutto, tranne che da me stesso. E ancora non capivo se fosse proprio un sogno o piuttosto il peggiore dei mie incubi ammantato di dolcezza.
Un odore di chiuso saliva dalle carni avariate intorno al cuore e, allontanato il mio occhio dal baratro sfuggente del silenzio, si apriva dinanzi a me un nuovo scenario: le lune stizzose, ribelli e a volte assai taglienti del passato, si allontanavano roteando, mentre quella che sovrastava il mio capo di qualche spanna scendeva verso il suo giaciglio e mi invitava con un bellissimo sorriso a salire senza
esitare sull’altalena dell’alba»

Mi risvegliai intontito e non mi rendevo conto che stesse accadendo proprio a me. A me che non volevo credere più a niente. A me disilluso esenza un senso. A me, sì a me! Ognuno di noi è depositario di tanti misteri, sussurrai a me stesso incredulo di ritrovarmi ancora lì davanti a quella finestra.
Albeggiava davvero, come nel sogno. Ero stanco e molto turbato. Svuotato di tutto e riempito di vita. Come se mi fossi specchiato d’un sol colpo nell’anima di una notte millenaria prodiga di promesse.
Feci per andare verso il letto, nel tentativo di dormire davvero, quando una Voce…

«No! Aspetta… Aspetta… Spiegami prima che volevi dire».

Mi stropicciai gli occhi, una, due volte, non vidi nessuno, ma sentivo, sentivo chiara e distinta una voce che mi spingeva a indugiare… Sono pure diventato folle, pensai. Ignorai quella voce, ma ancora qualcuno mi diceva:

«Se le risposte nascono prima delle domande, e il dopo viene prima del prima… allora anche la memoria viene prima del vissuto, la memoria primigenia, dico. E, poi, c’è la memoria di questa vita. Se proviamo a cancellarla, scompaiono i confini e si apre la memoria del nulla e del tutto eterno…»

Non capivo nulla, blaterava parole difficili per uno come me che si atteneva alla superficie delle cose. Per la terza volta, voltai le spalle a quel qualcuno invisibile, dando per scontato che si fosse posizionato fuori di me. Invece non avevo capito proprio niente. Un flash nel cuore mi suggerì che forse la Voce si riferiva ai sogni e all’impronta che talora lasciano in noi. Forse… Dico… Forse… Ero sulla strada giusta.

Ma che fatica salire quella scala di luce non solo con i piedi ma anche con la mente, se pur limitata! Forse non ero ancora pronto a varcare quella soglia. Non riuscivo a staccarmi dai panni dell’uomo banale. Poteva essere una trappola, un inganno, una fantasia, un incantesimo… Ma tutto coincideva… La luna… La scala… Il buio… La fretta di salire verso la luna… E d’improvviso l’alba… L’alba nel sogno e nella realtà… Mi sfuggiva qualcosa…

Colpa di quel dubbio, del mio e di tutti gli uomini dall’inizio dei tempi? Paura di osare?
Quella Voce che udivo, mi circondava di rumori acuti, disperati pianti, ossessive invocazioni, quella voce che mi perseguitava… non veniva da fuori… No! Scalciava in me procurandomi dolore. I miei lamenti, uniti a quelli di tutto il mondo, si erano concentrati nel Tempo dei Silenzi Eterni , dove tutti i suoni ricomponevano la loro Armonia… In bilico tra la vita e la morte dei sensi… In bilico tra l’essere e il non essere… Come avventurarmi fra i fossili delle mie reticenze, fra pensieri stilizzati e rarefatti, senza inciampare nella mia noncuranza?

Devo imparare a conoscere i miei limiti.
Ecco un’altra di quelle frasi profetiche che si divertiva a propinarmi la voce malefica della mia coscienza, o incoscienza – dipende dai punti di vista. Sapevo in fondo che quella Voce mi avrebbe, comunque, guidato ad imboccare la via che conduceva fuori dal Tempo dei Silenzi Eterni verso il Mondo dei Sogni senza confini. La porticina misteriosa si stava lentamente aprendo. Ero solo a un passo da quella soglia, devo trovare la chiave di quel Mondo. E nel frattempo contaminavo qualsiasi cosa toccassi col mio nervosismo o pre-ansia da panico. Pazienza! Ogni cosa a suo tempo. Un tempo per ogni cosa. Mi sentivo contaminato dalla mania di chiarire a me stesso che cosa stesse accadendo. Non potevo fuggire. Non so quanto tempo trascorsi esattamente senza mangiare, senza bere, concentrato su me stesso. L’altra metà di me che ancora non conoscevo e che avevo incontrato quella notte, ghermiva le mie ore degradandole. Ma io non volevo mollare la presa. Mi ero afferrato con le unghie al filo invisibile di quella speranza. Gli occhi sbarrati scorrevano immagini già viste.
Nessuno ha più voglia di riconoscersi. Eppure l’identità fa di noi un sogno incopiabile.

Un improvviso sussulto… Ancora la luce della Luna… Era di nuovo buio. Sollevai il capo lentamente, come a un richiamo lontano. La Luna addomesticava i pensieri perversi. Il silenzio nel cuore. Il cervello gelido. Un ricordo. Tutta la notte. Quanto tempo? Quale tempo? Tessevo tele che non potevo più disfare. Davo corpo alle poche certezze che avevo e al desiderio di salvarmi dall’orrore di sentirmi diviso. Perché è tutto così complicato? Non capisco! Non voglio capire… Devo capire! Perché io… io… voglio sognare… Adesso ho bisogno disognare… E che il sogno sia fuori o dentro di me, o che io stesso sia il sogno, l’importante è che io senta di appartenere, anche solo a me stesso, ma a me stesso per intero, senza più finzioni, senza più dilemmi. Diamine! Voglio vivere la mia vita tutta quanta, sì… E non solo la realtà… Né solo i sogni… Né mezze verità… Né mezze bugie…
Vo-glio es-se-re dan-na-ta-men-te fe-li-ce!
E chi se ne frega di quel che dice la gente. Nessuno è perfetto! Nessuno! Me compreso! Solo che non voglio più essere com’ero prima! Sono stufo di fingere un altro me stesso. Un giorno… Un giorno… Forse… Capirò davvero… Un giorno capirete pure voi che mi state ad ascoltare… Un giorno… non è mai troppo tardi… Neanche per me… Neanche per voi…
Mi sembra di essere tornato all’origine
Mi trovo nella fredda stanza banale di un single… Ma non è più notte! Albeggia il cielo… come la mia vita! Un giorno… Un giorno capirò… Ma intanto… me la godo fino in fondo questa mia follia.

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