Saranno i vestiti leggeri, la sensazione della pelle sudata oppure le lunghe ore di ozio, fatto sta che d’estate i sensi sono più sollecitati e prossimi a esplodere.
Una tempesta ormonale che travolge intere città in agosto: le serrande abbassate, le strade deserte, il silenzio e l’afa… Quell’afa insopportabile!

Lo osservo con interesse, in pizzeria, il tizio di fronte a me, davanti a una prosciutto e funghi, e d’improvviso mi ricordo di una cosa che devo aver letto da qualche parte, una sorta di storia sociale della pizza, che chi sceglie una prosciutto e funghi è pigro.
Però il tizio, incontrato per caso qualche ora prima all’uscita di un cinema e che ho invitato in pizzeria… beh, mi sembra tutt’altro che pigro. Anzi.

«Devi avere un carattere curioso e aperto alle novità…» dice lui spiazzandomi, mentre divora una fetta di quella prosciutto e funghi.

«In che senso?»

«Beh, hai scelto una tropical pizza… la pizza della casa» risponde con la bocca piena.

«Anche tu…» gli domando, pensandoci su un attimo, «anche tu hai letto“Ti piace la pizza margherita? Allora sei mistico!“?»

Sbottiamo insieme, in una risata incontrollata, guardando il misto schifoso di gamberetti kiwi mais e salamino che campeggia sulla pizza che ho davanti.

«Però è vero» continua il tizio, smettendo di ridere.

«E dài…»

«Conoscevo un tale, sai di quelli che non degnano di uno sguardo il menu, e che fulminano il cameriere ordinando inevitabilmente una margherita prima che questi abbia ancora estratto penna e blocchetto…»

«…»

«…La margherita è proprio l’icona delle anime incerte, una pizza francescana nel vero senso della parola» continua. E conclude: «infatti quel tale si è fatto frate.»

«E’ uno scherzo?»
E qui, forse non avrei dovuto, io sbotto a ridere una volta ancora.

«Mio padre…» e mentre lo dice, il tizio ha una faccia molto seria. «Mio padre prende sempre una pizza alle verdure... Infatti è una persona perennemente segnata dai sensi di colpa.»

Il tizio si guarda un attimo attorno, in silenzio.

«Va tutto bene?» chiedo.

Lui fa cenno di sì.

«Davvero?»

“Davvero!» risponde perentorio, e tira su col naso.

Qualche minuto dopo siamo fuori della pizzeria, per strada.

Sono le due del mattino. La città, in questa notte di agosto inoltrato, non ha nulla di arrogante. Anzi, è pervasa da una dolcezza che scivola via leggera come la brezza estiva. Si sentono dei rumori strani, rumori che di giorno non si notano: piccoli resti di cose, rimaste indietro, che adesso si danno da fare per raggiungere l’alba e finire nel ventre del rumore del giorno.

«C’è sempre qualcosa che si perde per strada…» dice il tizio all’improvviso.

Intanto camminiamo uno di fianco all’altro, come due compagni di scuola che non si vedono da anni e una sera si incontrano per caso.
Però noi non siamo compagni di scuola, né amici, siamo solo due ragazzi coetanei che non si sono mai visti prima e che fra un po’, non so esattamente quando, ma fra un po’ finiranno per andare a letto insieme.

Lì per lì è tutta una gran fatica, è un po’ come viaggiare. E’ bello però dopo, dopo averlo fatto, quando ci ripensi, quando il giorno dopo ti ritrovi, solo, a pensare alla notte prima, che tu eri là con lui a fare quelle cose e a dire quelle cose, soprattutto a fare quelle cose con uno che quasi sicuramente non vedrai mai più.

«Sarebbe tutto più semplice…» gli rispondo, «se non ci avessero inculcato questa cazzata che tutto deve finire da qualche parte, tutte queste storie sulla strada, trovare la tua strada, andare per la tua strada… Pensa come sarebbe bello se potessimo essere felici rimanendo immobili, fermi lì a far passare la vita, e sarebbe un disastro se solo ce ne andassimo per la nostra strada, quale strada?»

Alla luce dei lampioni che illuminano l’asfalto, la città scorre stanca davanti ai nostri occhi indifferenti. Per noi due, questa notte conta solo per la nostra voglia di appartenerci, anche se solo per la durata di una frazione, per la durata di una scopata rubata a questa notte di fine estate.

Lo capiamo tutto d’un colpo – e nello stesso momento – in quel buio da notte agli sgoccioli, con l’intensità di chi si rende conto che non è più qualcosa che aspetta di partire, ma è una di quelle cose che ti tengono inchiodate alle radici, perché nessuno di noi due desidera più farsi portare lontano da qualcun altro o da qualcos’altro: desidera stare lì, solo con il desiderio che ci sta crescendo dentro, e che prima o poi ci terrà immobili per sempre.

***

Mi alzo per andare in bagno che sono le cinque del mattino.
Quando vado a letto con qualcuno, poi detesto dormirci insieme. E’ ridicolo, ma trovo sempre una scusa per andarmene. Quella mattina, però, non sento l’impulso a farlo: mi siedo sulla tazza del cesso e guardo oltre la finestra.

E’ l’alba, e fuori ci sono i primi rumori del giorno che salgono. Di là, sul suo letto, il tizio dorme tranquillo, rannicchiato tra le lenzuola.

«Ti farò morire in un modo bellissimo» mi aveva detto non più di due ore fa, offrendomi la parte migliore di sé.

Ed io, seduto su questo cesso che non è neppure il mio, non so far altro che pensare se andarmene o restare; in questo momento, che mi sento ancora addosso il suo odore e il mio sesso è ancora duro di lui.

È strano quanto ci si dia da fare per trovare l’amore, e poi quando lo si è trovato, o sembra che sia così, quanto ancora ci si dia da fare per cercare marchingegni incredibili per farsi portare via, lontano.

Stronzate, penso. E intanto sento salirmi dentro quella cosa che non mi piace; la conosco, e per questo non mi piace, quella specie di lontano rumore di disfatta.
Ogni volta vengo messo alla prova e perdo la sfida irrimediabilmente.
Il segreto, in questi casi, è non lasciare a quella cosa il tempo di uscir fuori, urlare così forte da non sentirla più.
È che quando sento quella cosa che non mi piace, sento anche il bisogno di uscire da casa e finire di nuovo nel letto di uno mai visto prima.

Già fatto, sbotto.
Poi penso: L’hai già fatto, e senti ancora quella cosa che non ti piace?

Non è solo una cosa di sesso.
È
quella cosa incomprensibile che dentro di me fa nascere il bisogno del mistero, di stare accanto a qualcuno che non conosco, a cui poter raccontare la mia vita, e sapere per certo che l’altro non conosce niente di me; cui poter fare gesti e dire parole che l’altro non si sarebbe aspettato che fossero fatti e dette.

Ma adesso in questo bagno, seduto su questo cesso, sono sicuro di riuscire a non provare più quegli istinti che mi portano lontano.

Adesso, quella cosa sento che è diversa, sta cambiando dentro di me.
Tra quel tizio e me c’è complicità: tutto quello che è successo ad uno sembra essere stato vissuto anche dall’altro; non ne conosco le ragioni, so solo che desidero quel tizio, di un amore infinitamente grande.

Il sole filtra violento dalla finestra del bagno e non riesco a tenere gli occhi aperti.
Mi alzo dal cesso, non so neppure se ho pisciato, sento la testa di piombo, non riesco a tenerla su.

Mi sciacquo abbondantemente la faccia passandomi le mani bagnate fra i capelli.
Poi mi dirigo lentamente fuori del bagno e arrivo alla camera da letto.

Il tizio è ancora là che dorme, abbandonato tra le lenzuola.
La vista di quel letto disfatto mi fa tornare alla mente quello che è successo poche ore prima. Rimango lì a fissarlo e, dopo un po’, mi rendo conto che non so neppure il suo nome; o forse l’ha detto, ma allora non m’importava impararlo.
Di colpo me lo ricordo e, sul letto davanti a me, sento d’improvviso che non c’è più il tizio senza volto e senza nome, lo sconosciuto incontrato fuori del cinema:
c’è lui, Nico.

In me, si risveglia un incontrollato bisogno di amarlo, di toccarlo, di baciarlo.
Allora mi avvicino piano, mi chino su di lui e gli accarezzo i capelli, poi scendo lentamente a massaggiargli il collo. Per un attimo sento anche l’umidità delle sue labbra, e il suo respiro, sento la sua pelle risvegliarsi al passaggio delle mie mani, e un brivido mi attraversa la schiena.

Nico si gira, mi vede, abbozza un sorriso, e si lascia lentamente andare a tutto quello che stava per ripetersi.

Ora siamo uno di fronte all’altro, e la sua lingua comincia a esplorare ogni centimetro quadrato della mia faccia, del mio collo, della mia schiena.
Inizia a massaggiare con il suo corpo il mio, a strofinare il suo sesso contro le mie gambe, poi a mordere dolcemente tutto quello che riesce a toccare con la sua bocca, sino a stringermi forte tra le sue braccia, sino a farmi male.
Tremavo e fremevo insieme a lui, sotto le sue carezze, e intanto sentivo il calore e la morbidezza di quel frutto che si stava schiudendo ad una nuova alba.

Quando tutto il mio corpo chiede di essere soddisfatto di nuovo, mi abbandono completamente. E lui inizia a entrare dentro di me, e continua a penetrarmi fino a quando, sfiniti e esausti, veniamo sopraffatti dal più violento degli orgasmi.
Un orgasmo, pieno d’amore.

Di quell’amore che non ci avrebbe più portato a desiderare di andare lontano, a desiderare qualcun altro; quell’amore che non avrebbe più avuto bisogno di tradire, di provare emozioni diverse, perché si sarebbe cibato di quell’amore e ne sarebbe stato sazio all’infinito.

 

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