Racconto di Federica Maccioni

Racconto classificatosi 4° al concorso “Una Storia al Mese”, Forum di “XII”, luglio 2008
Racconto pubblicato la prima volta su isogninelcassetto.it il 06/02/2009

“Ti ho detto basta! Non ne voglio più sentir parlare!”
La voce di Doto era alterata. Non accadeva quasi mai.
Toe voltò le spalle a suo padre e uscì senza aggiungere altro.
Era furioso.

Oh, se ci sarebbe andato, invece! Con o senza il benestare di papà! Lui non aveva inteso chiedergli il permesso! Lo aveva informato che sarebbe andato allo spettacolo degli Agaue. Glielo aveva reso noto. Punto. Se quel vecchio fossile non aveva capito, o aveva finto di non capire, affari suoi. La cosa non cambiava. Ci sarebbe andato con tutti gli altri!
Uscì di casa.
I movimenti del ragazzo non avevano perso del tutto l’abituale lenta grazia, sebbene si fossero fatti appena un poco più guizzanti.
Il villaggio era immerso in quell’atmosfera blu che ben conosceva, un manto nebbioso, soffice come una mano delicata, che sfumava i contorni delle cose. Le alte piante multicolori ondeggiavano placide in un moto di infinita lentezza.
Gli animali volavano alti, quella sera, segno che non c’era da temere nulla di male. Sfrecciavano, oppure muovevano adagio i loro strani organi propulsori, spingendosi pigramente qua e là per poi dileguarsi, svanendo poco alla volta nelle brume azzurre, in un alone di tenue luminosità lattiginosa. Tutto sembrava sempre in pace, a Thal. Lui adorava quella sensazione, se ne vestiva come un morbido mantello, da usare quando fa freddo, ma non troppo. Presto l’irritazione sfumò in uno stato d’animo pensoso. Non gli piaceva essere arrabbiato.
Gli alvei di luce effimera si erano fatti più radi; quei raggi d’argento, che duravano attimi, avevano perso fulgore. Presto il Lume avrebbe nascosto il suo viso.
Si diceva che il Lume fosse un Dio. Ma Toe non ci credeva più del tutto, e neppure Speo. A volte, senza farsi sentire dagli adulti, ne parlavano. Se li avessero sorpresi a discutere di nuovo del Lume, forse sarebbero stati puniti. Questa volta con durezza, pensavano, per quanto ciò potesse essere insolito, a Thal, perché i ragazzi venivano sempre ripresi con delicata pazienza quando sbagliavano.
Ma Toe e Speo sapevano che quello era un terreno proibito, il regno dei tabù. Provavano un brivido lungo la schiena, quando ne discutevano. Il sapore salato del sentirsi diversi da tutti gli altri.
Erano giunti alla conclusione che il Lume fosse una sorta di fenomeno fisico che generava una luce simile a quella degli animali volanti.
I maestri si erano indignati quando glielo avevano detto, lo avevano riferito ai loro genitori, e i genitori si erano spaventati come di una cosa pericolosa. Così non ne parlavano più in giro, ma solo fra loro. E con Callianira. Solo lei sembrava comprenderli. Callianira era la persona più vecchia e saggia di Thal. Tutti si recavano da lei quando avevano un problema, e lei dava un consiglio a tutti.
Ma si diceva che i suoi pareri fossero strani: andavano interpretati. La vecchia non indicava una via certa, ma una direzione; il resto del lavoro doveva farlo il postulante. Non a tutti andava a genio questo suo modo di fare, e, fra i più giovani, molti deridevano quelli che le si rivolgevano.
Toe e Speo avevano quasi deciso, infine, di arrampicarsi in cima alla Montagna a verificare di persona le loro ipotesi sul Lume.
Era da lassù che piovevano i raggi argentati, dileguandosi lievi nelle mille sfumature del blu, una sinfonia incantata da afferrare con gli occhi e il cuore per riempirsene l’anima.
Già, ma come fare?
A parte il fatto che la Montagna era impervia, irta di piante dure e acuminate, e forse anche dimora di animali pericolosi, ma, a pensarci bene, Toe non si sentiva affatto tranquillo riguardo a quello che avrebbe potuto trovare sulla cima. Speo gli aveva confessato balbettando e vergognandosi un po’, che anche per lui era lo stesso.
Dove sarebbero andati a finire, allora, tutti i loro propositi di indagare i segreti del mondo, di guardare in profondità nelle cose dell’universo? No, no, dovevano tener duro e andare fino in fondo. Dove se ne sarebbe andato il loro onore, se no? Solo che non sapevano da che parte incominciare!
Per questo erano andati da Callianira. Per avere un consiglio.
Toe, quella sera del litigio con suo padre, restò in silenzio a lungo, seduto a terra, mentre il mondo ovattato di Thal si faceva scuro. I lunghi capelli gli carezzavano il volto, e le creature volanti gli si avvicinavano curiose, ma lui non sembrava neppure accorgersene.
Gli animali luminosi che solcavano gli spazi oscuri sopra di lui, lenti, ondeggianti, come distratti, gli ricordarono lo spettacolo degli Agaue al quale ora, a mente fredda, non era più tanto certo che sarebbe andato: non se la sentiva di disubbidire davvero a papà fino a tal punto! Sarebbe venuto meno a se stesso, allora? Tanto poco bastava?
Ebbe un gesto stizzito. Perché le cose dovevano essere così complicate, nella vita, accidenti?
Cominciò a piangere, suo malgrado.
Era tutto per questa storia della Montagna. Non era giusto!
Da quando i suoi genitori avevano saputo, si erano fatti apprensivi; aveva udito la parola maledizione, sussurrata a mezza voce, ma nessuno gli aveva spiegato nulla.
Ma gli Agaue! Ci sarebbero andati tutti! Che maledizione poteva esserci là? Qualcuno che ci era stato in precedenza glielo aveva descritto: fasci di luci multicolori emessi da animali ammaestrati, una danza lieve di ombre, lente movenze fluttuanti…
Doveva essere stupendo!
E lui non avrebbe potuto vederlo solo perché aveva fatto una domanda. Beh, non era solo per questo, lo sapeva anche lui.
Ripensò alla prima conversazione che lui e Speo avevano avuto con la vecchia.
Callianira abitava in una grotta dai profondi riflessi blu, cangianti dall’argento al verde profondo.
Gli animali entravano e uscivano. Lei tendeva loro la mano con un po’ di cibo, ed essi scendevano lenti per mangiare sul suo palmo, fiduciosi, senza fretta. Tutto, a Thal, si svolgeva senza fretta. Callianira sorrideva e smetteva di parlare; carezzava il dorso della creaturina, che dimenava felice la coda e si allontanava. Solo dopo averla seguita a lungo con lo sguardo la vecchia riprendeva a parlare.
“Madre, è male porre domande?”
Callianira sorrise. La sua voce era appena percettibile.
“No, piccolo mio. Anzi”. Prese la mano di Toe. “Anzi!”
“E allora perché gli adulti ci zittiscono?”
Callianira sospirò. Tese del cibo a un animaletto dai riflessi argentati che venne verso di lei, leggero, prima di rispondere.
“Temono la via per le risposte”.
I ragazzi si guardarono e non dissero nulla.
“Non capite?”
Segni di diniego.
“Pensateci”.
Il silenzio scese nella grotta, rotto solo dall’andirivieni tranquillo degli amici volanti della vecchia e dai dolci suoni un po’ gutturali che lei produceva sottovoce per attirarli.
Speo scosse il capo, perplesso.
“Non capisco. Le domande non sono male, ma le risposte sì? Allora a che serve?”
“Neppure le risposte sono male. Non ho detto questo. Ho detto che qualcuno teme la via per raggiungerle, non che sono male”.
“Continuo a non capire”.
“Ci sono risposte pericolose. Quella che cercate voi è una di queste”.
“Ma perché?”
“È vero quello che si dice? Che volete salire sulla Montagna?”
Speo e Toe si guardarono. Possibile che la voce fosse giunta fin qui, nella grotta di Callianira?
Annuirono.
Un grosso ospite si avvicinò dimenando la coda, compì alcuni giri attorno a loro, emettendo acuti suoni. Sfiorò la spalla della donna, un affettuoso colpetto. Toe passò le dita sulla pelle morbida e liscia del nuovo arrivato, poi lo guardò volare verso l’imboccatura della grotta, le sue strida gioiose come un saluto.
“Ascoltatemi”. Li guardò in viso, l’espressione del suo volto era cambiata. Si volse come per controllare di non avere nessuno alle spalle e si chinò verso di loro, abbassando la voce. “Chi sale sulla Montagna non fa ritorno”, mormorò.
I suoi occhi lampeggiavano, ma di una luce strana. Non era ira, sembrava più vero terrore. Strano, in una donna come lei.
“Io ero una bambina, allora, ma lo ricordo bene. Un ragazzo un po’ più grande di voi, Cimodoche…”
“Cimodoche!” esclamò Toe.
Gli adulti abbassavano la voce, quando pronunciavano il nome di Cimodoche, e non si guardavano negli occhi. Quel nome incombeva come una minaccia dalle gelide dita nella memoria del popolo di Thal.
Callianira non parve aversi a male per l’interruzione.
Al contrario di tutti gli altri, li guardò negli occhi mentre ripeteva il nome del ragazzo.
“Cimodoche”, sussurrò, annuendo. Il suono della parola aleggiò fra loro e si posò a terra come un velo. “Cimodoche, come voi, faceva un sacco di domande; un giorno mi disse che avrebbe scalato la Montagna per vedere cosa ci fosse in cima”.
Toe e Speo trattennero il respiro.
“Partì di notte”. Fece una breve pausa, poi aggiunse in un soffio: “Nessuno seppe più nulla di lui, finché…”
La vecchia chinò il volto. Neppure si accorse di un gruppetto di piccoli animali che venivano verso di lei. Speo alzò il palmo come a dire di attendere un momento. Il loro movimento si fermò, sospeso a mezz’altezza. Solo le code fremevano, di tanto in tanto.
Quando Callianira levò il viso, i ragazzi videro lacrime che andavano dissolvendosi lievi, nei suoi occhi. Ma quando riprese a parlare, la sua voce non tremava.
“Finché, molti giorni dopo, qualcuno lo ritrovò. Nessuno capì mai come fosse morto”.
Un artiglio di ghiaccio graffiò stridendo la spina dorsale dei ragazzi. La Maledizione!
Solo allora Callianira si avvide dei piccoli ospiti. Prese una manciata di cibo da un vaso dalla stretta imboccatura e glielo porse. Lo spazio attorno a loro si riempì d’argento vibrante.
La donna sospirò.
“Sulla Montagna c’è un pericolo oscuro. La minaccia è reale. Per questo i vostri genitori cercano di dissuadervi, piccoli miei”. Scosse il capo. “Non per le domande in generale”.
Speo e Toe annuirono, in silenzio.
“La Maledizione, giusto?”
“Per chi ci crede…”
“Tu ci credi?”
“No, ma il pericolo esiste”.
Dopo molto tempo, Toe la guardò in viso. La sua voce era un sussurro.
“Perché ci hai raccontato queste cose? Nessuno lo aveva mai fatto. Ci proibivano di parlarne e basta. Anche della Maledizione lo abbiamo capito quasi da soli”.
“È vero”, confermò Speo. “Nessuno ci aveva mai detto nulla di Cimodoche. Tutti distolgono lo sguardo appena qualcuno pronuncia il suo nome, e se ne parla comunque molto di rado”.
“Lo so. Tutti ne hanno paura. Preferiscono non parlarne, come se in questo modo si potesse cancellare la realtà. Ma a diciotto anni vi avrebbero detto tutto; si usa così”.
“È un atteggiamento stupido”, osservò Speo.
“È vero, ma lo fanno lo stesso”.
“Ma tu non sei così. Tu ne parli, anche se piangendo. Perché?”
Li guardò entrambi negli occhi, prima uno poi l’altro, abbassò di nuovo la voce, ma questa volta il tono era doloroso.
“Cimodoche era mio fratello”.

Dopo quel giorno, i due amici si erano fatti titubanti. Va bene indagare l’universo, ma questo era un rischio vero, e loro appena dei ragazzi. Erano cose troppo grandi.
Eppure, una strana inquietudine serpeggiava nei pensieri dei due adolescenti.
Le parole della vecchia Callianira avevano rinfocolato la loro curiosità, la loro ansia di saperne di più, insieme alla paura dell’ignota minaccia.
“Magari Cimodoche ha avuto un incidente. Non è detto che quello che gli è successo fosse dovuto alla Montagna o a quello che nasconde. Forse sarebbe accaduto anche qui”.
“Toe! Callianira ha detto che non si capiva come fosse morto. Un incidente lascia dei segni”.
Tacquero.
“Forse è vero che la Montagna è maledetta”, riprese Speo, pallido.
“Sciocchezze! Queste sono favole da bambini!”
“Non lo so, Toe. Non sono più tanto convinto”.
“Ma Speo! Come faremo a sapere se il Lume è un Dio o no, se restiamo qui? Per saperlo bisogna andare lassù. È diventata una questione di principio! Non mi piace accontentarmi di quello che mi dicono, lo sai. E poi Callianira non ci crede a quella storia”.
“Sì, sì, lo so. Ma se ci fosse del vero?”
“Se non proviamo, non lo sapremo mai!”
Non era riuscito a smuoverlo. Per Speo le parole della vecchia sembravano essere state sufficienti a spegnere la sete. Toe ne aveva provato un senso profondo di delusione. Non Speo! Non il suo compagno di avventure da sempre! Non aveva mai creduto che potesse rinunciare con tanta facilità. Due parole ed ecco che in quattro e quattr’otto accantonava i progetti tanto a lungo accarezzati!
“Vuoi lasciar perdere davvero, allora. È così?”
Speo non rispose.
“Speo, questa da te non me l’aspettavo proprio”.
“Toe! Qui si rischia la pelle!”
“Non è detto!”
“Hai sentito la vecchia!”
“Sì, sì. L’ho sentita. Ma io voglio provare lo stesso”.
“Non lo so”. Speo lo guardò in viso un attimo, poi abbassò subito gli occhi. Smosse la sabbia con le dita. “Ho paura, Toe, ecco qui!”
“Anch’io”, concluse Toe, ma con tutt’altro tono, tanto che l’amico fu costretto a guardarlo. Aveva uno sguardo fermo, da uomo, che lui gli invidiò, perché seppe che sarebbe andato fino in fondo, e lo avrebbe fatto da solo, se necessario. Toe era sempre stato il più impulsivo dei due, e adesso Speo aveva il sospetto che il suo tentennare non avesse fatto altro che confermarlo in quel proposito che stava quasi per abbandonare anche lui, poco prima.
“Toe, lascia stare. Non andare, dai. Cosa vuoi che ci sia, lassù?” Adesso temeva per lui.
“Non lo so. È proprio per questo che voglio andarci”.
“Mi sembra una stupidaggine”.
“Può darsi, ma ora ci voglio andare! Possibile che questa Montagna terrorizzi tutti così? Dimostrerò che non c’è nulla da temere”.
“E il Lume?”
“Ah, già, il Lume. Troverò le prove. Saprò se è davvero un Dio”.
“Toe, sei troppo avventato”.
Speo non sapeva che Toe si era già pentito un attimo dopo aver pronunciato quelle parole, ma non poteva mica farglielo capire! Fece una faccia decisa e non rispose, ma invidiava il suo amico perché era stato capace di tornare sui propri passi. E il bello era che non aveva nemmeno l’impressione che ne avesse perso in dignità. Strano. Ma lui non sarebbe riuscito a farlo; non con questa facilità, almeno.
Così Toe era tornato altre volte da Callianira. Da solo.
Era confuso.
Lei lo ascoltava e qualche volta gli dava persino delle risposte. Si era sempre tenuto sul generico, però, dopo aver saputo di Cimodoche; temeva che anche lei tentasse di dissuaderlo.
Un giorno le aveva chiesto: “Tuo fratello era per caso malato? Magari è morto per questo”.
“No, Toe. Cimodoche era sanissimo”.
Il ragazzo era rimasto perplesso. Tutti davano per scontato che lo avesse ucciso la Maledizione, ma lui non riusciva a spiegarsi come fosse nato quel tabù. Il giovane poteva essere morto per molti altri motivi. Più ci pensava e più il tutto gli pareva inconsistente, anche se non riusciva a liberarsi di una certa inquietudine.
Intanto, parlando con la vecchia, la sua decisione maturava e si consolidava, nonostante la paura.
Infine, un giorno si era deciso a raccontarle tutto.
“Sei un vero figlio di Thal”, annuì lei soddisfatta. “Ma io lo sapevo già da un bel po’”. Sorrise.
Toe, che si era spettato un rimbrotto, restò a bocca aperta.
“Le domande scorrono nel nostro sangue, figlio mio, le succhiamo con il latte materno, le respiriamo ogni giorno, sono carne della nostra carne. Sono il senso della nostra vita”.
“Sì, sì, le parole del Libro le conosco anch’io. Le studio da quando ero piccolo”. Fece un cenno con la mano, infastidito. Non era venuto qui per ascoltare la solfa che tutti i maestri gli ripetevano da sempre.
“Ma tu le vivi”.
Questo era diverso! Un maestro non l’avrebbe mai detto!
“Anche gli altri”, obiettò.
“Sì, ma gli altri cercano le risposte nei libri. È una via onorevole, certo; degna, importante. Ma sono somme che hanno tirato altri. Servono anche quelle, non dico di no; sarebbe un grave errore non tenerne conto. Ma quello che fai tu è diverso, è l’altro volto della ricerca”.
Il ragazzo non capiva del tutto. La guardò senza rispondere.
“Tu cerchi le tue risposte nel mondo, da te, con le tue forze”.
Toe fu folgorato. Ecco cos’era! Le risposte dei libri erano preconfezionate! Lui non sapeva che farsene. Callianira, in poche parole, aveva dato voce a quel malessere indistinto che lo tormentava da mesi, senza che riuscisse a identificarlo.
“Tu saresti disposto a rischiare la vita per trovarle”.
Il ragazzo trasalì, un misto di fierezza e terrore.
“Rischiare la vita? Beh, questo, a dire il vero, non saprei…”
“Andare sulla Montagna nonostante quello che sai significa questo. Non ci avevi pensato?”
“Per la verità no. Non in questi termini almeno”.
“In che termini allora?”
“Ne ho parlato con Speo. Forse non c’è nessun pericolo, lassù. Forse Cimodoche sarebbe morto anche se fosse restato qui”.
“E Speo cos’ha detto?”
“Che non verrà sulla Montagna”.
“Non verrà? Dunque tu andrai lo stesso? Anche da solo?”
“Credo… credo di sì”.
“Vedi? È come ti dico io. Sei un degno figlio del tuo popolo”.
“Non comprendo”.
“Continua a cercare da te le risposte alle tue domande, figlio. Fanne carne e sangue, sudore e lacrime, il cuore pulsante della tua vita. I libri vanno bene ma non bastano, e se non farai questo, vivrai sempre a metà”. Gli carezzò i capelli; la sua mano era leggera fra le ciocche azzurre di lui.
“Mi ricordi mio fratello”. Un tenue sorriso le aleggiò sul volto. “È morto giovane, ma io credo che sia morto felice. Non si può dire lo stesso di molti che muoiono da vecchi senza aver mai levato un solo sguardo alla cima della Montagna. Costoro sono morti da sempre”.
Toe era stupito. Nessuno gli aveva mai parlato così.
“Non è vero che la morte arriva all’improvviso, figlio mio. Si muore un po’ ogni giorno, e già il tempo di ieri appartiene alla morte. Vivi il presente nel tuo sangue. Concedi al qui e ora di conficcarsi nelle radici dell’essere. O il peso degli sguardi rimandati, delle carezze mai fatte, delle parole mai dette, delle scelte mai compiute, ti schiaccerà; e anche tu non saprai infine più levare gli occhi alla Montagna, perché ogni volta una voce dentro ti domanderà conto di tutto questo. Alla lunga non saprai più tollerarla”.
Gli afferrò le mani.
“Ti spegnerai figliolo, e la tua vita non sarà stata altro che un battito di ciglia nel fiume immenso del tempo, senza altro scopo che quello di mangiare e produrre rifiuti”.
I suoi occhi fiammeggiavano, ora.
“No, figlio! Non per questo siamo nati!”
“Per cosa allora?” Trattenne il fiato.
Callianira si drizzò sulle spalle.
“Non ti dirò altro. Devi trovarlo da solo”.

Questo era accaduto alcuni giorni prima che Toe dicesse a suo padre Doto di volersi recare allo spettacolo degli Agaue.
Si sentiva oppresso.
Da un parte le parole vibranti della vecchia, dall’altra quelle ragionevoli di suo padre, e anche quelle pacate e dolci di sua madre Melite, che ricalcavano quelle di Doto.
Era preso nel mezzo, e non sapeva che fare.
Vivere a metà, aveva detto la vecchia. No, non voleva questo. Lui avrebbe fatto della sua vita un’opera d’arte, che diamine!
Adesso gli pareva che fuggire per andare allo spettacolo sarebbe stato fare quello che aveva inteso Callianira. Ma se lo avessero scoperto? Era disposto a sopportare le conseguenze del suo gesto?
Non ne era sicuro.
Ma era poi davvero questo che voleva dirgli la saggia donna? La confusione era tornata. Gli sembrava che le sue parole avessero un senso più profondo che non indurlo a scappare per uno spettacolo. Bello, sì, certo, ma non fondamentale. Era solo un puntiglio, ormai, e forse non valeva la pena di affrontare l’ira di suo padre per una cosa del genere.
Mentre se ne stava immobile, con gli occhi levati verso la profondità blu dell’atmosfera di Thal, seppe che non sarebbe andato a vedere gli Agaue. Non ne avrebbe avuto il coraggio. Si sentì un vile, e riprese a piangere. Per la frustrazione, questa volta.
Con il capo chino si avviò verso casa, le lacrime lo accecavano. Bruciavano di delusione e rabbia verso se stesso. Prima di entrare si ripulì alla meglio. Non voleva che i suoi genitori comprendessero che aveva pianto. Non era più un bambino, accidenti!
Ma sua madre Melite comprese e gli sorrise.
Toe si sentì scaldare, allora. Sapeva che sua madre lo amava anche se non era coraggioso. Lo avrebbe amato anche se non avesse mai fatto grandi cose nella vita. Lo amava perché era lui, Toe, e per Melite questa era una ragione sufficiente.
Quella sera, come non faceva più da anni, Melite entrò nella sua stanza prima che si addormentasse.
Le sue movenze erano lievi, lente. A Toe avevano sempre ricordato l’ondeggiare delle piante multicolori nella leggera foschia.
“È una ragazza?” La sua voce era dolce come il viso reclinato su di lui.
Non avevano bisogno di molte parole, fra loro.
“Una ragazza?” sorrise. “No, mamma. È un’altra cosa”.
“Ti va di parlarne? Non ti avevo più visto piangere da quando eri piccolo”.
Toe esitò. Avrebbe voluto dirle tutto, lei lo avrebbe compreso. Ma temeva che tentasse di legarlo, di trattenerlo.
“Non lo dirai a papà?”
“Dipende da cosa si tratta, lo sai”.
Toe decise di andare subito al sodo. Gli Agaue, a causa dei quali aveva pianto, gli sembravano un capriccio da bambino, ora che ci pensava bene.
Sospirò.
“Sono stato da Callianira”.
La madre cercò di non mostrare l’apprensione provocata dalle implicazioni di quelle parole.
“Deve essere qualcosa di grosso, allora”.
“Ho intenzione di scalare la Montagna”, disse tutto d’un fiato.
Gelo nel cuore di Melite. “La Montagna è malvagia”. Pensò di essere riuscita a dissimulare il terrore. Toe era troppo giovane per parlare della Montagna! E in quei termini, poi…
“Non ci credo, mamma. Il Lume è un Dio, no?”
“Beh, sì…”
“Mamma, tu mi hai sempre detto che il Lume è buono, che da lui viene tutto quanto, che è grazie a lui se le piante crescono, gli animali lassù trovano il cibo, e anche noi, qui. Mi hai insegnato che senza il Lume nessuno di noi esisterebbe, e neppure la vita su Thal”.
“Toe, sì, te l’ho insegnato, ed è tutto vero. Ma non c’entra con la Montagna. Nessuno è mai tornato vivo da lassù. Nessuno”, sottolineò, scuotendo la testa. I capelli fluirono sul volto.
“Mamma, c’entra invece! Un Dio buono può dimorare in un luogo maledetto?”
“No, ma…”
“E allora non è la Montagna a essere malvagia, ma qualcos’altro. Starò molto attento, te lo prometto”.
Sembrava deciso davvero. Melite non lo aveva mai visto così, e il suo cuore tremò.
“Non andare adesso, ti prego”.
“E quando, allora?”
Già, quando? Mai, avrebbe voluto dirgli. “Aspetta qualche anno”. Era una richiesta stupida e lo sapeva, ma ora la sua voce tradiva l’angoscia.
“Speri che mi passi? È questo?”
Melite tacque.
“Mamma, una volta ti ho sentita dire a papà che a un figlio vanno date radici e ali”.
“Ah, ci hai sentiti?” stupì lei.
“Sì”. La guardò a lungo. “Lasciami andare, mamma. Lasciami le mie ali”.
“Non è questo. Lasciarti le ali non vuol dire permetterti di correre rischi inutili. A cosa ti serve andare lassù?”
“A trovare risposte”.
“Non puoi trovarle qui?”
“No, mamma”.

Quella notte Melite non dormì. Era combattuta. Doveva dire tutto a Doto?
Temeva che se Doto avesse proibito a Toe di uscire di casa, come era probabile che facesse se fosse venuto a conoscenza del suo proposito, il ragazzo sarebbe fuggito e sarebbe andato lo stesso sulla Montagna, e inoltre lei avrebbe perso la sua fiducia. Lo conosceva abbastanza da esserne quasi sicura.
Eppure non poteva lasciare che suo figlio corresse quel rischio terribile.
Salire sulla Montagna era il tabù assoluto per il popolo di Thal. Un tabù con l’origine più concreta che si potesse immaginare.
Dopo Cimodoche vi erano stati altri temerari, e anche loro erano morti in modo inspiegabile. Tutti quanti.
Cosa doveva fare?
Il nuovo giorno la trovò ancora senza risposte.
“Toe”, gli disse quella mattina. “Parliamone a papà insieme, stasera. Non è una decisione che posso prendere da sola. Oggi cercherò di convincerlo a non trattarti come un bambino”.
“Non ti ascolterà”.
“Proviamo, almeno”.
In effetti, partire all’insaputa di suo padre lo turbava più dell’idea della Maledizione, e fu grato alla mamma per quella proposta, anche se non si aspettava grandi risultati. Sospirò. “Va bene”, acconsentì dopo un lungo silenzio.

Doto, invece, non lo rimproverò.
La sua fluente barba azzurra ondeggiava, mentre rifletteva. Quando parlò la sua voce era grave. “Figlio mio, vedo che è giunto il momento”. Non gli si era mai rivolto così, come a un adulto.
“Che momento?”
“Di una decisione che devi prendere da solo. Io e tua madre non ti impediremo di partire, se vorrai farlo”.
“Ma, papà… io credevo che mi sgridassi, mi chiudessi in casa…”
“Ti avrei sgridato se fosse stata una sciocchezza come quella degli Agaue. Ma questa è una cosa fondamentale per te”.
“Non temi per la mia incolumità?”
“Sì. Moltissimo”. Lo guardò a lungo. “Ma tu andresti lo stesso, di nascosto. Giusto?”
Toe abbassò lo sguardo.
“Vedi che allora non sarebbe servito chiuderti in casa? Ne ho parlato con tua madre. Non è facile per noi lasciarti andare, ma abbiamo capito che dobbiamo farlo”.
“Ma… e la Maledizione?”
“Io non ci ho mai creduto”, sorrise. “Ma non dirlo troppo in giro. Deve esserci qualcos’altro, lassù”.
“Perché mi impedivi di uscire allora?”
“Perché temevo per te. Non sarà maledetta, ma la Montagna è pericolosa. Avevo paura che fuggissi per andarci. Poi ho capito che impedirti di fare le tue scelte non serve a proteggerti, né a farti crescere”.
“Quindi… quindi posso partire?”
“Devi decidere tu. Noi possiamo consigliarti, se vuoi, ma la decisione ultima spetta a te”. Lo guardò. “E non credere che mi sia facile dirti queste parole, figlio mio”.
Toe fu spiazzato da quella conversazione. Si sentì come in bilico sull’orlo di un abisso, e rimase in quello stato d’animo per diversi giorni.
Aveva compreso che se fosse partito avrebbe per sempre abbandonato il mondo rassicurante dell’infanzia e avrebbe intrapreso la strada impervia verso l’età adulta. Non era certo di volerlo, non ora e non in quei termini, sebbene la prospettiva lo allettasse. Era meglio quando pensava di dover fuggire. Adesso, invece, era davvero da solo di fronte a un passo che nessuno lo costringeva a compiere, neppure lo spirito di contraddizione tipico della sua età. Suo padre, con quel discorso, lo aveva posto dinanzi a se stesso, e lui avvertiva di essere giunto a un bivio importante.
Si recò ancora da Callianira, ma la vecchia non fece che lodare e confermare le parole di Doto.
“Tuo padre è sempre stato saggio”, annuì. “Viene per tutti il momento di spiccare il volo”.
Ne parlò anche con Speo.
“Ci ho pensato, Toe. A che serve in fondo? Cosa cambia nella tua vita?”
“Tutto!”
“Non ci credo. Sapere se il Lume è un Dio o no, non ti farà più alto. E sapere se la Montagna è cattiva o no potrebbe costarti troppo. Potresti non fartene niente di questa informazione, perché sarai morto”.
“Ma Speo! Le risposte vanno cercate a prescindere dalla loro utilità! Non ti ricordi i nostri discorsi di una volta?”
“Sì, li ricordo. Ma mi sa che erano roba da bambini”.
“No, Speo. Questo non lo credo. Callianira e mio padre mi hanno fatto capire che sono la strada per diventare adulti”.
“Può darsi. Ma se ci lasci la pelle, grande non lo diventerai mai di sicuro”.
Era vero. Eppure Toe sapeva che qualcosa strideva nel suo discorso, anche se non capiva cosa. Non poteva accettarlo.
“Mi lascerai andare da solo, allora?” I suoi occhi erano tristi.
Speo non lo guardò in volto. “Mia madre mi sta aspettando per la cena, Toe”.
Toe sentì spezzarsi qualcosa dentro, e seppe che la distanza fra loro non si sarebbe colmata mai più. Il groppo al petto durò molti giorni. Speo non lo cercava, e quando lui lo avvicinava adduceva scuse varie per non uscire. Aveva sempre qualcosa di più urgente da fare. Infine Toe comprese, con l’anima inondata di pianto, di aver perduto il suo amico più caro.
Ma non poteva tradire se stesso ora, neppure per Speo.
Aveva infine capito che cosa c’era di stonato nelle sue parole: lui intendeva diventare grande in senso fisico, Toe lo intendeva in senso spirituale. E aveva compreso che non sempre le due cose vanno di pari passo.
Si accomiatò poco a poco dal mondo conosciuto, dalle sue certezze di sempre. Si scrollò di dosso il bisogno di sentirsi ancorato alle rassicuranti convenzioni che avevano finora retto la sua vita.
Una alla volta le lasciò cadere tutte dietro di sé.
Si era fatto taciturno e pensoso. Il bambino allegro e gioioso era diventato un ragazzo riflessivo, dagli occhi dolci e profondi. Ricercava la solitudine e la tranquillità dei giardini di Thal dove passava le giornate a meditare; spesso Melite doveva andarlo a chiamare là per ricordargli di venire a casa a mangiare.
Infine, una mattina presto, Doto e Melite se lo videro comparire davanti con un viso risoluto, nuovo per lui.
“Oggi partirò per la Montagna”.
Melite si strinse a Doto e non disse nulla, ma abbassò lo sguardo per nascondere lacrime d’angoscia e orgoglio.
Quando fu uscito, dopo i saluti, le raccomandazioni, i baci, gli abbracci, si appoggiò sulla spalla del marito e pianse a lungo tutta la sua pena per quel figlio che forse non avrebbe rivisto vivo.

Gli ci vollero quasi due giorni per arrivare ai piedi della Montagna. Dal villaggio era sembrata invece tanto vicina!
Levò lo sguardo. La rupe incombeva su di lui, maestosa, impervia, inaccessibile. Si perdeva lontano, inghiottita dal blu, altissima, infinita. Lievi sprazzi di morbida luce baluginavano piovendo leggeri e impalpabili in una danza eterea.
Non ce l’avrebbe mai fatta ad arrivare in cima.
Ma si fece forza. Non aveva viaggiato due giorni per niente, accidenti!
Prese un respiro profondo e attaccò la parete.
Sulle prime, la scalata gli parve più agevole del previsto.
Saliva aggrappandosi alle rocce e alle piante, e non succedeva niente. Il tempo passava ma la cima non si avvicinava, invisibile come all’inizio.
A un certo punto, divenne consapevole di un cambiamento. Gli sembrò che l’atmosfera fosse più rarefatta, e quasi lo sostenesse mentre saliva.
Le piante e gli animali abbarbicati alle rocce erano diventati più fitti.
Si rese conto stupito che man mano che procedeva, la luce si faceva più diffusa e intensa.
Animali variopinti si avvicinavano lenti per studiarlo, ma erano curiosi, non aggressivi; le piante erano via via più colorate.
Continuò ad arrampicarsi, riposandosi di tanto in tanto.
A un certo punto si accorse di una certa difficoltà di movimento che prima non provava.
Poi, quasi da un momento all’altro, qualcosa prese a premergli dentro la testa, da dietro i bulbi oculari, pulsando con forza.
La sensazione di benessere e leggerezza che aveva provato poco prima scomparve.
Respirare divenne all’improvviso un’impresa troppo ardua per lui.
Ebbe paura.
Si fermò, aggrappato alle rocce.
Ma il cuore continuava a pulsare impazzito nelle tempie. La luce era forte, adesso. Il blu profondo si era fatto azzurro chiaro, troppo chiaro, non riusciva a tenere gli occhi aperti. Fitte dolorose gli si conficcavano nel cervello ogni volta che sollevava le palpebre.
Cosa succedeva?
Si pentì di aver dato corso al suo proposito. Chi glielo aveva fatto fare? Era stato uno sciocco, ecco cosa!
Invidiò Speo che era restato giù, al sicuro, a cercare le sue risposte nei libri come tutti gli altri.
Tutto il suo corpo gli urlava di tornare giù. Non riusciva più a sopportare quello strazio.
E va bene! sarebbe tornato a casa; con le pive nel sacco, ma vivo.
Non riusciva quasi più a connettere. Si obbligò a respirare con calma, ma non ci riuscì.
Il petto era oppresso come da un peso.
Calma!
Ecco, ora si sarebbe voltato e sarebbe tornato giù. A casa.
Si rese conto che stava cominciando a perdere coordinazione nei movimenti, quando, voltandosi per scendere fu invece sospinto con inesorabile lentezza verso l’alto. Il dolore alle tempie aumentò.
Niente panico! Si impose.
Si spostò, tentando di assumere una posizione verticale più stabile, abbarbicandosi alle rocce.
Riuscì a guadagnare qualche metro verso il basso, e la pulsazione nel suo cervello si fece quasi subito un po’ più tollerabile. Questo era strano davvero!
Si fermò, respirando affannato. Quando il cuore parve essersi calmato un po’ riprese a scendere.
La nebbia blu si fece più scura, dando sollievo ai suoi occhi doloranti. Poco alla volta riuscì a riprendere a ragionare.
Altro che Maledizione!
Non era la Montagna, era colpa dell’atmosfera, della luce, di tutto quello che circondava la Montagna. Che idiozia era quella di ritenerla crudele!
Beh, ora una risposta ce l’aveva, almeno, ma non gli sembrava tanto importante da valere quella sofferenza immane. Lui, a questa storia, non ci aveva mai creduto, in fondo. Per avere quella che era solo una conferma, aveva davvero rischiato la pelle!
Adesso gli sembrava un risultato insignificante, a paragone del fatto di essere ancora vivo.

Era notte fonda quando raggiunse casa, esausto, stremato.
Melite gli volò incontro appena lo udì avvicinarsi. Da quando era partito non dormiva quasi più. Lo abbracciò senza riuscire a parlare, piangendo di sollievo e gioia.
Gli preparò del cibo, poi gli restò accanto finché non si fu addormentato, come quando era bambino, stringendosi a Doto in silenzio.
L’indomani mattina, i suoi genitori vollero sapere ogni cosa.
Lui raccontò il viaggio, ma quando arrivò a dover parlare della Montagna divenne evasivo. Gli pareva davvero di aver commesso una ragazzata inutile e ammetterlo gli costava.
Suo padre si accorse della sua titubanza e decise di incoraggiarlo a modo suo.
“Il Lume, Toe. Hai scoperto qualcosa?” chiese pratico.
“Non so”.
“Non so? Insomma, Toe, per cosa sei andato fin lassù, allora? Hai scoperto se è un Dio?”
“Non saprei…” Esitò ancora. Beh, del Lume poteva parlare, in fondo. “Non ha un punto d’origine. La luce è tanto intensa da accecare, è diffusa, sembra permeare ogni cosa. Viene da oltre il blu. Questo vuol dire che è un Dio?”
Doto e Melite lo ascoltavano pensosi e perplessi.
“A questo punto non lo so, figlio mio”. La voce di Doto si era fatta profonda. “Io credevo che la luce provenisse da un corpo, come per gli animali luminosi, solo molto più grande e potente. Questo è quello che ci hanno sempre detto”.
“Forse il Dio si trova più in alto. Hai raggiunto la cima?”
“No…”
“No?” si sorprese Melite. “E perché?”
Toe sospirò e raccontò allora tutto d’un fiato la sua avventura.
“Hai fatto bene a tornare”, approvò Melite, scossa.
“Però una cosa è certa: non sarai arrivato in cima, ma hai visto cose che nessun altro ha visto”, asserì Doto.
“E allora? Io volevo risposte, e adesso ho solo più domande di prima. Soltanto riguardo alla Montagna ho scoperto di aver ragione. Non c’è nessuna maledizione. Infatti sono ancora qui”.
“Ma allora quella sofferenza che hai descritto?” chiese Melite.
“Non veniva dalla Montagna, ne sono certo. Dipendeva dall’atmosfera”.
“Come puoi esserne sicuro?”
“La Montagna non si è mossa, non si è neppure accorta di me. Ci deve essere qualcosa lassù, che impedisce alle persone di vivere. Tutto qui”.
Scosse il capo, desolato e deluso.
“Non credo che valesse la pena di andare fin lassù per sapere questo”.
Ma Doto sorrise enigmatico.
“Non ne sarei tanto certo”.

Perché suo padre aveva detto quelle parole? Lo tormentarono per giorni.
Anche Callianira aveva sorriso con la stessa espressione di Doto, e non gli aveva spiegato nulla.
“Tuo padre è sempre stato saggio”, aveva detto, come qualche tempo prima.
Toe si torturò a lungo.
Comprese poco alla volta che ancora troppe incognite erano restate tali, e alla fine decise di tornare sulla Montagna. Era come un richiamo incessante che lo teneva sveglio di notte, gli impediva di svolgere di giorno le sue normali attività.
Doveva farlo. Avrebbe affrontato la sofferenza: ora sapeva cosa lo aspettava, e non ne aveva paura. In fondo era sopravvissuto, no? Sarebbe sopravvissuto anche adesso, e forse stavolta avrebbe scoperto qualcosa di più.
Questa volta, quando comunicò ai suoi genitori di voler tornare lassù, Doto sorrise dello stesso sorriso enigmatico della mattina del suo ritorno, lasciandolo perplesso e confuso, con mille interrogativi in testa mentre si allontanava.

La scalata avvenne anche questa volta senza problemi per alcune ore, fino al punto in cui aveva iniziato a sentir pulsare il cuore impazzito dietro gli occhi. Successe di nuovo. Si fermò, cercando di adattarsi, e imponendosi di guardarsi attorno, nonostante la luce accecante.
Provò ad arrampicarsi, ansimando, ancora più su.
Ma stava sempre peggio. A tratti sentiva la lucidità abbandonarlo, come se stesse per svenire.
Cercò di resistere e di salire ancora.
Possibile che fosse tutta così fino in cima, quella Montagna?
Anche più in alto non c’era nulla di diverso. Piante, rocce e animali, nient’altro. Solo, si sentiva sempre peggio.
Il mondo cominciò a diventare indistinto, e non aveva trovato ancora niente.
Basta.
Con un residuo barlume di coscienza si volse per tornare giù, finché superò il limite oltre il quale la respirazione, la vista e il battito cardiaco tornavano normali.
Impiegò molto tempo per riprendersi. Forse perché era salito di più, fino al limite estremo delle sue possibilità fisiche, ma non era servito.
Che senso aveva? Pensò quando riuscì di nuovo a connettere. Perché era tornato là?
Non ne aveva saputo molto più dell’altra volta.
Ed era troppo pericoloso, non ne valeva la pena.
Non aveva davvero senso. Come aveva detto a Doto, ora aveva più domande di prima, e quasi nessuna risposta.
Ma certo! Domande!
All’improvviso una frase di Callianira gli sfolgorò nel cervello, tutta intera, una frase che allora lo aveva lasciato perplesso.
Le domande contano più delle risposte.
Sicuro! Sono le domande che ci spingono avanti, non le risposte! Le risposte ci fanno fermare!
Capì cosa lo aveva portato lassù, e quella salita gli parve un simbolo della vita.
Capì c’erano domande senza risposta, ma che non per questo lui avrebbe smesso di porsele.
Una strana euforia si impadronì di lui, come se fosse vissuto solo per giungere a quel momento, e ogni suo respiro fosse esistito solo per convergere là, a quella certezza totale e improvvisa.
Allora seppe perché aveva affrontato tutto questo, e comprese in un lampo qual è la differenza fra vivere o morire giorno per giorno.
Se non avesse provato sulla sua pelle quella sofferenza non lo avrebbe capito. Comprese di aver pagato quella conquista con il suo sudore, il suo sangue, le sue lacrime, e credette di esplodere di orgoglio e gioia. Era sua, solo sua, era scritta nella sua carne, adesso, nessuno gliel’avrebbe strappata mai, e aveva un valore inestimabile, con quello che gli era costata!
Tutte le parole di Callianira si spiegarono dinanzi a lui in un disegno di senso compiuto, i tasselli si incastrarono in un meraviglioso mosaico di cui lui, Toe, era a un tempo artefice e spettatore stupito.
Si volse felice per tornare giù, cantando, e salutò le rocce aspre a cui si era abbarbicato: non sarebbe più tornato, ora lo sapeva.

Fu durante il secondo giorno di viaggio, nelle pianure verso casa, che lo vide.
Un animale volante sconosciuto, sferico, giallo come alcune piante che aveva notato salendo, con grandi occhi rotondi e una lunghissima coda che si perdeva come infinita nel blu assoluto sopra di loro.
Volava in modo strano, senza muovere nessun organo propulsore.
Toe fu travolto dalla curiosità.
L’animale aveva un apparato luminoso, ma non lo aveva ancora visto. Continuava a scendere con esasperante lentezza.
Che giornate grandiose! Prima quell’illuminazione, e adesso questo! Ne avrebbe avute di cose da raccontare, stavolta!
Gli si accostò piano.
Lo studiò a lungo, toccandolo con cautela; la creatura non parve avvedersi delle sue dita leggere.
La pelle era liscia e fredda, compatta; non sembrava possedere appendici che potessero estroflettersi all’improvviso per afferrarlo e portarlo alla bocca. Non doveva essere un predatore.
Si spostò, appoggiandosi con le mani al corpo della creatura.
Emetteva un rumore vibrante e continuo. C’erano anche dei suoni gracchianti, e degli altri armoniosi, molto attutiti, provenienti da dentro il corpo dell’animale. Solo il suo udito finissimo gli permise di percepirli.
Si portò di fronte a uno degli occhi. Ciascuno era grande quanto la sua testa! Ma la curiosità era più forte di tutto.
Ancora quei suoni musicali, per lui incomprensibili. Un linguaggio forse? Chissà?
“Batiscafo 3242. Profondità raggiunta: 65 metri. Tutto regolare”. La radio gracchiò appena. “Passo”.
Toe cercò di catturare l’attenzione dell’animale muovendo la mano.
“Ricevuto, batiscafo 3242”. Tono annoiato da ordinaria amministrazione. “Passo e chiudo”.
Il ragazzo agitò di nuovo la mano di fronte all’occhio destro della creatura.
Un attimo dopo, la voce del biologo marino Alain Moreau esplose nella radio sul ponte di comando della nave laboratorio Deep Blue, al largo dell’Isola di Pasqua.
“Capitano Saint-Didier! Capitano Saint-Didier!” Moreau urlava, ansimava, era fuori di sé. “Una creatura! Capitano Saint-Didier!”
“Dottor Moreau! Si calmi! Cosa succede?”
“Una… ho visto una…”
“Moreau! Moreau! Che succede?”
Toe era guizzato via, spaventato dal frastuono improvviso. Un colpo di reni, e la sua coda possente non fu che un baluginare argenteo che si allontanava ondeggiando nel blu, dinanzi agli occhi sgranati di Moreau.
Silenzio.
“Moreau! Dottor Moreau! Risponda! Dottor Moreau!”
Trascorse un tempo che parve infinito.
“Niente…” la voce di Moreau era lenta, ora, lieve, sognante. “Mi scusi, capitano, mi sono sbagliato…” mormorò, quasi fra sé. “Mi sono sbagliato”.
Si adagiò sospirando contro lo schienale. Abbassò le palpebre per proteggere nello scrigno dell’anima la pace assoluta che quello sguardo sereno di bambino curioso gli aveva donato, e seppe che nemmeno fra un secolo sarebbe svanito per lui l’immenso ed eterno minuto in cui si erano guardati negli occhi: Alain Moreau e Toe, il Tritone.

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